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MONDO

Relazione finale della Commissione parlamentare di inchiesta

Caso Regeni, Commissione: "Responsabiltà grava su apparati di sicurezza egiziani"

"I responsabili dell'assassinio di Giulio Regeni sono al Cairo all'interno degli apparati di sicurezza e probabilmente anche all'interno delle istituzioni" si legge nel documento

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"La responsabilità del sequestro, della tortura e dell'uccisione di Giulio Regeni grava direttamente sugli apparati di sicurezza della Repubblica araba d'Egitto, e in particolare su ufficiali della National Security Agency (NSA), come minuziosamente ricostruito dalle indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Roma". E' quanto afferma la Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni nella relazione finale che verrà approvata oggi. "I responsabili dell'assassinio di Giulio Regeni sono al Cairo - si afferma nel documento -, all'interno degli apparati di sicurezza e probabilmente anche all'interno delle istituzioni. La via della verità e della giustizia può trovare un correlativo oggettivo solo in presenza di un'autentica collaborazione da parte egiziana. Se nei primi due anni, alcuni risultati sono stati faticosamente e parzialmente raggiunti, anche in virtù dell'intransigenza mantenuta dall'Italia, negli anni successivi non sono venute dal Cairo altro che parole a livello politico, mentre la magistratura si è chiusa a riccio in un arroccamento non solo ostruzionistico, ma apertamente  ostile e lesivo sia del lavoro svolto dagli inquirenti italiani che dell'immagine del giovane ricercatore, verso cui lo stesso presidente Al-Sisi aveva usato un  tono ben diverso".

"Ritrovamento del corpo non fu casuale"
"Gli elementi raccolti dalla commissione tendono ad escludere la casualità del ritrovamento" del corpo di Regeni "non solo perché l'occultamento di un cadavere avrebbe potuto avvenire in ben altro modo, ma anche per la vicinanza ad una sede degli apparati di sicurezza, circostanza pregnante come che la si voglia interpretare", si legge nella relazione. "Nei giorni della scomparsa non solo le istituzioni italiane hanno cercato Regeni. Per dovere d'ufficio, si è mossa l'American University del Cairo, in quanto il ricercatore risultava accademicamente affiliato ad essa. Non ne emergeva tuttavia alcuna risultanza ufficiale, benché risulti a questa commissione che l'incaricato per la sicurezza dell'ateneo - in cui si forma  buona parte della classe dirigente egiziana -abbia effettuato un sopralluogo personale presso la sede della National Security. Tutta la rete degli amici, colleghi di Regeni si mobilita inoltre nelle ricerche, a cominciare dalla supervisor di Cambridge, la professoressa Maha Abdelrahman, la cui corrispondenza elettronica documenta un incessante sforzo di sensibilizzazione a tutti i livelli, che tuttavia non sfocia in una presa in carico ufficiale della questione da parte di quell'università così da indurre il governo britannico ad assumere un'iniziativa presso le autorità egiziane,  ritenendosi evidentemente inopportuno affiancarsi all'Italia sulla questione".

"In tutta evidenza, la mancata collaborazione delle autorità del Cairo si configura come un'oggettiva ostruzione al naturale decorso della giustizia italiana che reclama un'adeguata presa di posizione politica". Lo afferma la Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni nella relazione finale che verrà approvata oggi.     "E' intollerabile  - prosegue il documento - che da parte egiziana si ritenga di poter impunemente contravvenire alle più elementari concezioni del diritto ignorando che favorire la celebrazione del processo, ovvero parteciparvi da parte degli imputati, non implicherebbe affatto la sanzione della loro colpevolezza, ma significherebbe soltanto rispettare veramente e non solo formalmente l'ordinamento italiano.  Il progressivo arroccamento ostruzionistico dell'Egitto - si legge nella relazione - nei confronti dell'impegno delle istituzioni italiane per la ricerca della verità e della giustizia sulla morte di Giulio Regeni è ben esemplificato dalla diffusione "ad orologeria", alla fine dello scorso mese di aprile, di un documentario che ricostruirebbe il soggiorno al Cairo del giovane ricercatore, assolvendo da ogni responsabilità le autorità egiziane e riproponendo velatamente le trite allusioni ad una possibile attività spionistica ascrivibile alla sua affiliazione all'Università di Cambridge. Al di là del topos francamente poco più che letterario, qui rileva il fatto che il filmato, la cui realizzazione ha peraltro richiesto la destinazione di un non trascurabile finanziamento, sia stato diffuso sui social media in concomitanza con l'udienza preliminare allo svolgimento del processo e quindi trasmesso da una rete televisiva egiziana notoriamente compiacente".  E ancora: "pur scontandone la sicura buona fede, lascia perplessi che talune personalità italiane politiche e militari, che pure hanno ricoperto importanti incarichi, abbiano potuto farsi coinvolgere in una simile operazione di contro- informazione, questa sì tipica degli apparati di intelligence".

Palazzotto: "Lavoro straordinario e intenso"
La Commissione Parlamentare di inchiesta  sulla morte di Giulio Regeni ha approvato all'unanimità la relazione  finale del lavoro cominciato nel 2019. "Abbiamo fatto un lavoro  straordinario e intenso - afferma il presidente della Commissione, il  deputato di Leu Erasmo Palazzotto - Ha ragione la procura di Roma:  Regeni è stato rapito, torturato e ucciso dai servizi di sicurezza  egiziani. Questa è la sorte che tocca a centinaia di migliaia di  ragazzi in Egitto. Giulio è rimasto vittima di un sistema di apparato  di un regime che continua a negare diritti e libertà e l'Italia oggi  ha il dovere di elevare il terreno del confronto politico con  l'Egitto".     "Il primo invito che noi facciamo - aggiunge - è chiedere al governo  italiano di aprire una riflessione in sede europea sull'interruzione  della fornitura di armi leggere che possono essere utilizzate a fini repressivi in un Paese che viola palesemente i diritti umani e le  libertà civili e democratiche".

"Il governo compia un passo decisivo con Cairo"
"È giunto il momento per il governo italiano di compiere un passo decisivo presso il governo egiziano perché sia rimosso l'ostacolo che vi si frappone. La mancata comunicazione dell'elezione di domicilio degli ufficiali indagati  suona infatti come un'ammissione della loro colpevolezza e non può essere giustificata dall'assenza di un trattato bilaterale di assistenza giudiziaria". Lo afferma la Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni nella relazione finale che verrà approvata oggi. "Essa non solo smentisce in modo che appare spudorato le dichiarazioni di buona volontà puntualmente esibite dalle autorità egiziane, ma viola le norme consuetudinarie del diritto internazionale e soprattutto la Convenzione della  Nazioni Unite sulla tortura ratificata sia dall'Italia che dall'Egitto", si aggiunge nel documento.