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MONDO

Cina - Afghanistan

Investimenti cinesi per Nuova Via della Seta rendono i talebani più disposti a trattare con Pechino

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di Maria Novella Rossi
“I talebani non saranno spazzati via, perché sono profondamente radicati nella base della società, quindi Pechino, Washington e Kabul hanno accettato il fatto che dobbiamo includerli nel processo di pace e riconciliazione». Così aveva detto al New York Times Li Shaoxian, studioso cinese e vicepresidente dell’Associazione cinese di studi sul Medio Oriente già nel 2016. Il 16 luglio scorso il presidente cinese Xi Jinping ha telefonato al presidente Ghani per parlare dei rapporti tra i due paesi, e una delegazione talebana è arrivata nella città costiera di Tianjin il 31 dello stesso mese. La Cina è presente in Afghanistan da decenni, dialoga con il governo di Kabul ma al tempo stesso con i talebani, che secondo alcuni osservatori internazionali addestrerebbe e finanzierebbe. Ma oggi più che mai, la Cina vuole ritagliarsi un ruolo di sempre maggior rilievo man mano che i suoi interessi nel paese centroasiatico crescono.

Le ragioni sono molteplici: l’Afghanistan è un paese chiave per il successo della Nuova Via della Seta: da tempo Pechino punta a ricostruire le infrastrutture del paese  devastate dalla guerra  cercando di includerlo nella BRI, la Belt and Road Initiave. Non solo: negli ultimi mesi si rincorrono voci di una possibile estensione del corridoio Cina/Pachistan in territorio afghano.

La massiccia offensiva, la guerra lampo che ha riportato l’Afghanistan sotto il controllo dei talebani  ha inoltre rinnovato l’urgenza per Pechino di mettere in sicurezza i confini con il Xinjiang, la regione abitata dai turchi uiguri musulmani, 76 chilometri di frontiera a ridosso con il Badakhshan, l’area afghana già sotto il controllo degli studenti coranici. Un confine dagli equilibri delicati che la Cina spartisce con altri 5 paesi chiave come come l’ Iran, il Pakistan, Uzbekistan il Tagikistan. Una regione in cui si potrebbe concentrare una nuova ondata di radicalizzazione di quell’estremismo islamico così ferocemente contrastato in terra cinese con la repressione della minoranza turca uigura che ha fatto piovere su Pechino le critiche dell’opinione pubblica internazionale per il mancato rispetto dei diritti umani.

Alla luce di tutto questo la Cina ha chiesto ai Talebani un impegno pubblico per fare in modo che quel territorio non possa essere utilizzato dai terroristi (uiguri) come base per effettuare attacchi all’interno della Cina e di interrompere i legami con l’East Turkestan Islamic Movement (Etim), che per Pechino fomenta separatismo e fondamentalismo in Xinjiang.

Infine l’Afghanistan è un’area ricca non solo di papaveri da oppio, ma anche di  gas, pietre preziose e soprattutto di terre rare, i minerali preziosi per produrre tecnologia nonché energia alternativa. La richiesta mondiale di microchip, elementi base per gli smartphone e molti dispositivi tecnologici ha accelerato la domanda di terre rare, i metalli indispensabili per produrli. Il gigante cinese controlla l’80% delle terre rare mondiali, non solo per la presenza di grossi giacimenti nel suo territorio, ma anche per la capacità di estrarre questi metalli la cui lavorazione richiede orari di lavoro massacranti e soprattutto produce un inquinamento altissimo non in linea con le norme ambientali dell’Occidente.

Una serie di ragioni che non lasciano dubbi: l’Afghanistan deve essere pacificato, la Cina ha bisogno della stabilità di un paese chiave per la sua ascesa di potenza globale. Un possibile azione mediatrice che farebbe comodo anche agli USA.  “Il positivo coinvolgimento della Cina nella questione afghana  potrebbe essere una “cosa positiva” aveva detto il segretario di Stato Americano Antony Blinken due settimane fa.