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MONDO

Dopo l'apertura di Bergoglio

“Con il diaconato femminile avremmo una Chiesa più inclusiva”. Intervista ad Anna Carfora

Continua a far discutere, nella pubblica opinione internazionale, l’idea di Papa Bergoglio di istituire una Commissione di studio sul “diaconato femminile”. Non sono mancati punti di vista  di diversa e opposta tendenza. Ne parliamo, in questa intervista, con la storica Anna Carfora, docente di Storia della Chiesa alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale

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di Pierluigi Mele

Professoressa, ha fatto grande scalpore, nell’opinione pubblica mondiale, l’idea di Papa Francesco di istituire una Commissione di studio sulla funzione diaconale delle donne. Per la verità già il Cardinale Carlo Maria Martini, in una celebre intervista, aveva lanciato l’idea  di istituire la figura delle diaconesse e la Commissione Teologica internazionale aveva elaborato uno studio sul diaconato. Questa volta, con Papa Francesco, si farà sul serio. Di cosa dovrebbe occuparsi, esattamente, questa Commissione?
La questione del diaconato femminile è già stata più volte sollevata  nella Chiesa. Prima ancora del cardinale Martini,  si erano pronunciati a favore del diaconato femminile teologi del calibro di Yves Congar; già nel 1959, nelle fasi preparatorie del Concilio Vaticano II, due vescovi, di cui quello di Ugento-Santa Maria di Leuca, pongono la questione del diaconato femminile,  ripresa dal Sinodo dei vescovi del 1971, riformulata dal Sinodo delle diocesi della Germania federale nel 1974, riproposta dal cardinale Lehmann presidente della Conferenza episcopale tedesca e recentemente sollevata al Sinodo sulla famiglia dal presidente della Conferenza episcopale canadese  Paul-André Durocher; questo per fare solo alcuni esempi. La dichiarazione Inter insignores della  Congregazione per la dottrina della fede del 1976, negando alle donne l’accesso al sacerdozio, non tocca la questione del diaconato. L’Ordinatio sacerdotalis  ha per oggetto l’ordinazione presbiteriale e su questa si pronuncia in maniera definitiva. Il documento della Commissione Teologica Internazionale Il Diaconato: evoluzione e prospettive del 2003 giunge, dopo una disamina di ordine storico-teologico, alla conclusione che: «Alla luce di tali elementi posti in evidenza dalla presente ricerca storico-teologica, spetterà al ministero di discernimento che il Signore ha stabilito nella sua Chiesa pronunciarsi con autorità sulla questione». Dunque individua nel magistero la fonte legittimamente decisionale sull’argomento. Considerato il lavoro svolto dalla CTI, sembrerebbe quasi superfluo che si nomini una nuova Commissione, tuttavia si può pensare che il papa non intenda prendere delle decisioni così importanti per la vita della Chiesa da solo. Come già accaduto per il Sinodo recente, papa Francesco ha mostrato chiaramente la sua volontà di dar vita ad un processo di coinvolgimento ecclesiale. È difficile dirlo, ma si potrebbe trattare di una Commissione a supporto e a sostegno di un eventuale processo decisionale.

Andiamo  alle “radici”: incominciamo, sia pur brevemente, dalla storia. Che cosa dicono, al riguardo del diaconato, le fonti antiche del Cristianesimo (Nuovo Testamento e Padri della Chiesa)?
Le fonti antiche su questo argomento si esprimono come per tante altre questioni della vita ecclesiale dei primi secoli. Ossia non possono fornire delle assolute certezze storiche; possediamo infatti fonti abbastanza lacunose che ci offrono attestazioni relative ad alcuni periodi e non ad altri, ad alcune Chiese o aree geografiche e non ad altre. Ad esempio, l’uso del termine diacono nel Nuovo Testamento – che pure viene utilizzato da Paolo, nella Lettera ai Romani (16,1-4) in riferimento alla cristiana Febe non ha sempre lo stesso significato e in ogni caso il diaconato maschile di cui si parla negli scritti neotestamentari non coincide con il diaconato permanente attuale. In linea generale si può affermare che nei primi secoli del cristianesimo sicuramente esistevano le diaconesse, che svolgevano varie funzioni, coincidenti o meno con quelle dei diaconi maschi. La loro presenza non risulta ugualmente attestata per l’area occidentale e per quella orientale. L’impiego delle diaconesse  in funzioni rivolte alle donne è la forma che pare essere stata la più diffusa. Elemento, questo, che mostra assieme a tanti altri che le Chiese primitive erano Chiese del loro tempo, dunque non tutto ciò che la storia ci restituisce di esse possiede un carattere di normatività. Va detto, inoltre, che la ricerca storica è un cantiere permanentemente aperto, in cui si formulano nuove ipotesi e si interrogano con nuove domande le fonti stesse per cui bisogna essere cauti nel pretendere dagli studi storici la definitività.

Le diaconesse venivano ordinate? O il loro ruolo era meramente funzionale?
Anche su questo punto non abbiamo uniformità. Le fonti lasciano pensare che in alcuni casi si trattasse di vera ordinazione e in altri no. A volte si descrivono riti di ordinazione che avvenivano con l’imposizione delle mani in altri sembrerebbe più opportuno parlare di istituzione. Alcune differenze probabilmente si devono a quelli che Cloe Taddei Ferretti – in uno dei più interessanti volumi usciti di recente sulla ordinazione delle donne nella Chiesa cattolica dal titolo Non date ai cagnolini – giustamente definisce modelli antropologici sottesi al maschile e femminile per cui ruoli e funzioni degli uni e degli altri mutano nel tempo.

Il diaconato, nella Chiesa Cattolica, è il primo grado del Sacramento dell’Ordine  (gli altri sono : presbiterato ed episcopato). E questo in certi ambienti conservatori costituisce un blocco per dire No alla istituzione delle diaconesse (qualcuno addirittura ha affermato: così diventiamo protestanti)  e quindi no al sacerdozio femminile. Insomma si profila una battaglia all’interno della Chiesa cattolica. L’eterna polarizzazione tra i tradizionalisti e gli innovatori. Lei come risponde alla posizione dei tradizionalisti?
Il diaconato costituisce il primo livello del sacramento dell’ordine, tuttavia la qualifica ad ministerium non ad sacerdotium permetterebbe, nonostante l’unicità del sacramento dell’ordine stesso, di non considerare l’ordinazione diaconale in continuità con l’ordinazione presbiteriale. Non a caso, infatti, si parla del diaconato permanente a cui, è noto, accedono attualmente uomini anche sposati e non del diaconato che precede l’ordinazione dei presbiteri.

Il Papa ha escluso l’ordinazione presbiterale per le donne. Per un uomo del nostro tempo si fa fatica a comprendere le ragioni del NO. Lei, da storica, come spiega questa posizione? E’ possibile superarla?
Non credo sia possibile superare la definitività con cui il no al sacerdozio femminile è stato espresso sia nell’Ordinatio sacerdotalis, sia nel Responsum successivo in cui si chiarisce, da parte della Congregazione per la dottrina della fede, quale carattere vincolante posseggano i pronunciamenti contenuti nella lettera apostolica di Giovanni Paolo II. Lo stesso papa Francesco, nella conferenza stampa durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro nel 2013, ha detto: «Giovanni Paolo II si è pronunciato con una formulazione definitiva, quella porta è chiusa». Di ordinazione femminile si è discusso da sempre nella Chiesa, tuttavia nel secolo scorso il dibattito si è più vivacemente acceso e si è resa più pressante la richiesta di aprire questo spazio alle donne. L’Ordinatio sacerdotalis, non a caso promulgata il giorno di Pentecoste, sembra essere una risposta che mira a “raccordare” la teologia al Magistero, in un momento storico in cui si è voluta individuare una certa autonomia della teologia e una ricettività ridotta di essa rispetto ai pronunciamenti magisteriali. Tuttavia l’idea di un limite oltre il quale non andare, potrebbe, in questa fase della storia della Chiesa cattolica, fungere da riflettore su tutto ciò che ancora non è stato concesso alle donne ma neanche vietato, sollecitando scelte e decisioni che i tempi richiedono.

Veniamo alla vita attuale della Chiesa Cattolica. Come giudica la situazione della donna nella Chiesa? Vede progressi? E nella Chiesa italiana?
Dall’epoca preconciliare ad oggi molti passi sono stati compiuti. L’ammissione delle donne in qualità di uditrici ai lavori della terza sessione del Concilio Vaticano II costituisce un segno epocale, sebbene queste non potessero pubblicamente parlare e neanche accedere ai punti di ristoro frequentati dai Padri conciliari! Soprattutto penso alla svolta impressa da Paolo VI proclamando nel 1970 le prime due donne, Teresa d’Avila e Caterina da Siena, dottori della Chiesa: un riconoscimento della loro «autorità di dottrina» la cui portata non risulta a tutt’oggi pienamente compresa e resa operante. La presenza femminile nella chiesa è forte, non di numero come un tempo – in ossequio all’adagio per il quale la religione è roba da donne – ma di contributi fattivi e di altissima qualità; penso, ad esempio, per parlare di qualcosa di cui ho esperienza diretta, alle teologhe. Mi sembra significativo, del resto, che la richiesta di riconsiderare la possibilità del diaconato femminile sia partita dalle religiose e sia stata formulata direttamente al papa in un contesto come quello dell’assemblea della Superiore generali degli istituti religiosi. Tuttavia si sono registrate negli anni non poche battute d’arresto e una tendenza, sempre pronta a riemergere, che mira a determinare cosa sia lo specifico femminile (quel famoso quanto fumoso “genio femminile”), quasi a neutralizzare, irregimentare il potenziale che le donne possono esprimere. Inoltre gran parte del lavoro svolto dalle donne resta sostanzialmente informale e realizzato dietro le quinte. La Chiesa italiana, probabilmente, risente più di altre di questa condizione nella misura in cui il clericalismo resta più vivo. Non mancano Chiese, però, in cui la condizione della donna è ancora di profonda subordinazione, come alcune testimonianze, ad esempio da regioni africane, inducono a pensare.

Ultima domanda: se si arrivasse davvero all’ istituzione del diaconato femminile, che cosa farebbero queste diaconesse di più di quelle che fanno le donne nella comunità ecclesiale? Come cambierebbe il volto della Chiesa?
Se un diaconato femminile venisse istituito nella Chiesa cattolica in maniera pienamente analoga al diaconato permanente maschile, cambierebbero sicuramente diverse cose. Tra le più importanti, direi, le funzioni liturgico-sacramentali che allo stato le donne non possono svolgere: matrimoni o esequie,  ad esempio. Le donne uscirebbero dall’ombra e dall’ufficiosità e riceverebbero, soprattutto, quella “grazia di stato” che è legata all’ordinazione e che è dono che si riversa sulla comunità prima ancora che sulla persona. Avremmo una Chiesa più inclusiva e meglio capace di riverberare sul mondo - e si comprende bene come non si tratti qui di aggiornare la Chiesa al mondo o meglio di rincorrere le mode del mondo come alcuni paventano – il volto di Dio che è volto di Padre e di Madre allo stesso tempo.Vorrei aggiungere, a questo punto, una considerazione di diverso segno e che riguarda il cosa non cambierebbe nella Chiesa. Mi riferisco alla sua dimensione clericale. C’è un esercizio dell’autorità nella Chiesa che passa attraverso la clericalizzazione  - riguarderebbe anche le diaconesse - e c’è invece tanto bisogno di ripensare a forme di autorità che non siano legate all’appartenenza al clero: in altre parole bisogna aprire la via a che i laici possano contare di più nella Chiesa di cui sono, a pieno titolo, parte.
Vorrei aggiungere, a questo punto, una considerazione di diverso segno e che riguarda il cosa non cambierebbe nella Chiesa. Mi riferisco alla sua dimensione clericale. C’è un esercizio dell’autorità nella Chiesa che passa attraverso la clericalizzazione  - riguarderebbe anche le diaconesse - e c’è invece tanto bisogno di ripensare a forme di autorità che non siano legate all’appartenenza al clero: in altre parole bisogna aprire la via a che i laici possano contare di più nella Chiesa di cui sono, a pieno titolo, parte.