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MONDO

Viaggio apostolico in Asia

Myanmar. Il cardinale raccomanda al Papa di non usare la parola 'Rohingya'. Ecco perché

Viene considerata una accezione molto politica ed è un termine contestato. I birmani usano piuttosto le diciture "musulmani dello Stato di Rahkine" o "bengalesi", evocando così il fatto che sono percepiti come immigrati illegali originari del vicino Bangladesh voisin

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Papa Francesco in Myanmar

Il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon ha raccomandato a papa Francesco, in visita in Myanmar e Bangladesh, di non utilizzare il termine "Rohingya" per evocare la minoranza musulmana birmana, avvertendolo che "sia il governo sia i militari, ma anche la gente comune, soprattutto la Polizia, non gradiscono questo termine" che "ha un'accezione molto politica ed è un termine contestato".

Perchè in Myanmar questo nome è tabù?
La minoranza musulmana dei Rohingya in effetti non è mai stata riconosciuta come facente parte delle 135 etnie registrate in Birmania da una legge del 1982, instaurata dalla dittatura militare, rendendo così apolidi i suoi appartenenti. Ancora oggi, il governo birmano riconosce solo le "razze nazionali", quelle presenti nel paese prima dell'arrivo dei coloni britannici, nel 1823, e dunque non i Rohingya.

I birmani usano piuttosto le diciture "musulmani dello Stato di Rahkine" o "bengalesi", evocando così il fatto che sono percepiti come immigrati illegali originari del vicino Bangladesh voisin. Le autorità birmane ritengono, infatti, che siano arrivati nel paese al momento della colonizzazione britannica alla fine del XIX secolo.

Fu pronunciato per la prima volta da uno studioso scozzese
La parola "Rooinga" fu pronunciata per la prima volta nel 1799 da un geogrado e botanico scozzese, Francis Buchanan-Hamilton, che evocava con questo nome una popolazione che viveva nel nord dell'Arakan, nel sud ovest dell'attuale Birmania, dove ancora oggi vive circa un milione di Rohingya.

In realtà, papa Francesco ha già affermato la sua posizione, utilizzando a diverse riprese il termine "Rohingya": a febbraio, alla fine di un'udienza generale, ha chiesto ai fedeli di pregare "per i nostri fratelli e sorelle Rohingya" che "sono gente buona e pacifica", aveva detto. "Non sono cristiani, ma sono nostri buoni fratelli e sorelle. E da anni soffrono: sono torturati, uccisi, semplicemente per aver onorato e rispettato le loro tradizione e la loro fede musulmana". E ancora: alla fine di agosto, il Pontefice aveva denunciato: "la persecuzione della minoranza dei nostri fratelli Rohingya" e chiesto che "tutti i loro diritti siano rispettati".