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POLITICA

Prova del nove per Renzi

Lo scontro politico sulle unioni civili

La carta migliore per il presidente del consiglio è approvare al legge con una maggioranza trasversale

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di Rodolfo Ruocco
Prima ha promesso di realizzare la riforma “entro” il 2015, adesso vuole tagliare il traguardo entro la prossima primavera superando tutti gli ostacoli. Si tratta del disegno di legge di Monica Cirinnà, Pd, sulle unioni civili; un tema ostico, una delle riforme più impegnative per Matteo Renzi. Lo “scoglio” divide la maggioranza e lo stesso Pd da un anno.

La questione è antica: il riconoscimento ai conviventi di fatto, sia omosessuali sia eterosessuali, dei diritti di una coppia sposata (come il subentro in un contratto di affitto e la pensione di reversibilità).  La riforma andrà all’esame dell’aula del Senato il 28 gennaio e poi dovrà essere votata dalla Camera per diventare legge. Non sarà facile. Uno dei punti centrali dello scontro è la cosiddetta “stepchild adoption”, una espressione inglese per indicare la possibilità di adottare il figlio biologico del compagno.

I cattolici del Nuovo centrodestra, il secondo partito della maggioranza, contestano la riforma e soprattutto la possibilità di adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale. Analoghe critiche solleva una parte dei cattolici del Pd. Il presidente del Consiglio e segretario democratico, così, deve fare attenzione a portare a casa il risultato senza lacerare né il governo né il Pd. Se affondasse ogni nuova mediazione, la soluzione è già stata indicata: libertà di coscienza e di voto all’interno della coalizione di governo e “maggioranza trasversale” per approvare la riforma. Renzi punta ad una convergenza con le opposizioni: M5S, Sinistra italiana, ala laica di Forza Italia.
Il peso del Vaticano si sente. Pacs (Patti civili di solidarietà), Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), Didore (Diritti e doveri si reciprocità dei conviventi) sono tra gli astrusi acronimi, ideati e dimenticati, per proporre una riforma mai attuata. Da trent’anni si trascina senza esito il problema del riconoscimento dei diritti alle coppie di fatto. A porre per prima il problema in Parlamento fu Agata Alma Cappiello: la deputata socialista presentò una proposta di legge nel lontano 1988.  Silvio Berlusconi si barcamenò quando fu a Palazzo Chigi alla guida di esecutivi di centrodestra, mentre il secondo governo di Romano Prodi, 2006-2007, presentò un disegno di legge criticato, per motivi opposti, sia dalle manifestazioni cattoliche del “Family day” sia da quelle delle associazioni gay. Poi crollò la maggioranza di centrosinistra che sosteneva Prodi e non se ne fece più niente.

I costumi di vita sono cambiati tumultuosamente e i diritti civili non si sono adeguati. Il problema è esploso negli ultimi anni: in Italia sono oltre 900 mila (dati Istat) le coppie di fatto che non vogliono o non possono sposarsi. In tutti i paesi sviluppati dell’Europa occidentale e centrale sono stati riconosciuti i matrimoni gay o le unioni civili. L’Italia è rimasta la sola nazione, tra quelle avanzate, a non riconoscere diritti alle coppie conviventi. Disuniti sulle unioni civili. Finora tutte le maggioranze si sono sfaldate su questa riforma.  Ma Renzi vuole giocare la carta della maggioranza trasversale e non intende mollare la presa. Alla fine dello scorso anno ha assicurato: «Faremo di tutto per approvare la legge con buon senso e dialogo. So che è un terreno ricco di divisioni, ma ora è il momento di non alzare muri ideologici ma in cui ciascuno ascolti le ragioni dell’altro».