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CULTURA

Fumetti

Extremity, il senso dell’arte ai tempi della guerra

Extremity è stato descritto come la fusione tra i lavori dello Studio Ghibli (quello di Hayao Miyazaki) e le atmosfere alla Mad Max. Ma c’è molto di più 

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di Dario Marchetti
Nell’epoca d’oro, anzi ormai di platino, dei supereroi, scrivere un fumetto che non preveda mantelli, tute e poteri cosmici è una bella scommessa. Ancora di più se vuoi raccontare una storia concisa, libera dai futuri “sbrodolamenti” che sono la trappola della serialità a tutti i costi, la stessa che oggi nei fumetti, come nel cinema, in tv e nei videogiochi, sembra essere un diktat ineludibile. Di certo è un meraviglioso azzardo quello di Daniel Warren Johnson, che ha scritto e disegnato (con l’aiuto ai colori di Mike Spicer) il dittico di Extremity, opera in due volumi di casa Image Comics, edita in Italia da Saldapress.

Il mondo di Extremity è stato sconquassato da un’apocalisse nucleare, tanto che pezzi del pianeta ora rimangono sospesi a mezz’aria tra le nuvole, dando vita a quelle che i clan chiamano le Pianure Fluttuanti. In questo mondo dove vige la legge del più forte, le due tribù dei Roto e dei Paznina portano avanti da anni la loro faida sanguinosa, un vortice di violenza che chiama altra violenza. Thea e Rollo sono due giovani Roto, figli del leader Jerome, votato alla distruzione dei Paznina poiché responsabili della morte di sua moglie. Due giovani dallo spirito pacifista, che si ritrovano invischiati controvoglia in questa guerra senza fine. In mezzo a questo vortice di morte si erge Thea, ragazza dalle grandi doti artistiche ma ormai priva di senso, dopo che un Paznina le ha tolto la cosa più preziosa al mondo: la mano destra, quella utilizzata per disegnare. Un’estremità, come recita il titolo, alludendo anche allo stato d’emergenza in cui versa l’umanità.

In questo mondo di macerie, sia fisiche che morali, Thea non ha più uno scopo, perché l’unico linguaggio ancora valido è quello del sangue. E quando tutto si risolve con la guerra, l’arte diventa un oggetto del passato, un idioma lontano, ormai morto e senza alcun valore. Insomma, quando un uomo con l’ascia incontra uno con la matita…  E nonostante tutto ciò, proprio da quei disegni di Thea, tra cui il ritratto della madre, arriverà un nuovo spirito dei tempi, l’idea, giudicata da tutti folle, che si possa finalmente rompere il ciclo della vendetta. Extremity è stato descritto come la fusione tra i lavori dello Studio Ghibli (quello di Hayao Miyazaki) e le atmosfere alla Mad Max. Giusto, ma c’è molto di più: nell’alternanza tra vignette intimistiche e gigantesche splash page piene di vita e morte si ritrovano echi di Braveheart, Star Wars, Moebius, Full Metal Alchemist e persino il feroce anatomismo del Berserk di Kentaro Miura, un manga che, a voler usare un eufemismo, ha fatto la storia.

Il lavoro fatto da Warren Johnson in appena due volumi, “Artista” e “Guerriera”, riesce a tratteggiare un intero universo facendocelo sentire vicino come non mai, raccontando il viaggio di Thea e donando alle nuove generazioni delle Terre Fluttuanti un epilogo che allo stesso tempo è un futuribile nuovo inizio. Una fusione perfetta tra disegni e colori mozzafiato e una sceneggiatura ardimentosa, che come dicevamo all’inizio preferisce mostrare poche cose con l’intensità di un ciclone anziché spalmare il destino dei Roto e dei Paznina in decine di volumi con l’impeto di un ventilatore scarico. Ad agire così, in un’epoca in cui o sei supereroe o sei graphic novel, ci vogliono coraggio, talento e tanto amore per i propri personaggi. Quelli in grado di farlo sono pochissimi (tra questi senza dubbio Warren Ellis e Jeff Lemire), e Daniel Warren Johnson fa indubbiamente parte del gruppo.