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MONDO

effetto brexit

Gb, terremoto Tory: Johnson non si candida alla guida del partito. In corsa Gove e May

Terremoto nel partito Conservatore dopo il referendum sulla Brexit

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La prima bomba, una di quelle a cui è abituata la politica britannica da una settimana a questa parte, è caduta a metà mattina. Michael Gove, ministro della Giustizia, capofila della pattuglia del Brexiteers nel governo del dimissionario David Cameron ed eminenza grigia della campagna per l'uscita dalla Ue, ha scaricato il leader della Brexit, il volto della campagna e candidato numero uno a Downing Street, Boris Johnson.

Una coltellata netta: "Sono giunto con riluttanza alla conclusione che Boris non ha la capacità di leadership o di costruire la squadra necessaria per i compiti che ci si presentano" ha detto. Per questo "ho deciso di avanzare la mia candidatura per la leadership" del partito di governo, ha affermato Gove, dopo aver smentito questa intenzione innumerevoli volte nei giorni scorsi.

Il ritiro di Johnson
Due ore e mezza dopo, un quarto d'ora prima delle chiusura del termine per la presentazione delle candidature, Johnson ha indetto una conferenza stampa, nella quale ha sottolineato il "momento di speranza" che la Gran Bretagna vive, dettagliando a lungo la sua visione per il futuro del Paese, destinato a "prosperare" fuori dall'Unione Europea: "Questa è l'agenda è per il prossimo primo ministro di questo Paese" ha detto. E ha lanciato al seconda bomba della mattinata: "Ora, devo dirvi, cari amici che avete aspettato fedelmente la chiusa del discorso, che avendo consultato i colleghi e alla luce delle circostanze parlamentari, ho concluso che quella persona non posso essere io" ha detto l'ex sindaco di Londra. "Il mio ruolo sarà di fornire tutto il sostegno possibile al prossimo governo conservatore" si è limitato a concludere, prima di lasciare il podio.

Il vincitore del referendum di giovedì scorso era considerato un candidato inevitabile alla guida del partito e a Downing Street, dopo le dimissioni del suo amico ed ex compagno di scuola a Eton David Cameron, a capo dell'opposto campo del Remain. La scelta di Johnson di schierarsi platealmente per la Brexit contro Cameron aveva fatto scalpore durante la campagna e oggi "Bojo" ha ricordato più volte "l'eredità riformista" di Cameron come modello per il futuro governo del Regno unito.

L'uscita di scena di Johnson, figura tanto brillante quanto controversa, ha fatto tirare un sospiro di sollievo ai mercati, con la sterlina salita a 1,3493 dollari da 1,3434 dell'annuncio. Non la pensano così molti accesi militanti tory, che commentano delusi sui social media l'ennesimo colpo di scena: c'è chi piange, c'è chi dà del pusillanime ha Boris,chi lo critica.

La candidatura di Theresa May
Ora la candidata forte per la leadership britannica è Theresa May, ministra degli Interni, considerata una "dura" al punto di meritarsi la definizione di "nuova Margaret Thatcher" che si pone come figura di unità in grado di ricucire lo strappo causato dal referendum nel partito. Euroscettica per convinzione, ma schierata per il Remain con Cameron, è sempre rimasta nell'ombra durante la feroce campagna referendaria.

Oggi ha presentato la sua candidatura sottolineando che non si torna indietro: "Brexit vuol dire Brexit. La campagna è stata combattuta, il voto si è tenuto, l'affluenza è stata elevata e l'opinione pubblica ha fornito il suo verdetto" ha detto. May ha promesso "una leadership che possa unire il nostro partito e il nostro Paese" in una "fase di incertezza" e ha escluso un voto anticipato. May è da qualche giorno la favorita nei sondaggi: una rilevazione yougov di martedì le attribuiva il 31% dei favori degli elettori conservatori, contro il 24% di Johnson.