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MONDO

Giocare con la morte al crematorio virtuale di Shanghai

Nel giorno della festa dei defunti (Qingming Jie) il 4 aprile, apre nella capitale finanziaria cinese il simulatore di morte "Xinlai", dove si sperimenta cosa significhi farsi cremare e tornare alla vita.

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di Marco Madinelli
 
Sembra macabro, ma è tutto un gioco. A partire dal nome, Xinlai, che è la traduzione cinese del termine sanscrito Samadhi, estasi divina, lo stato di beatitudine che si raggiunge con la meditazione, quindi da vivi.
Il prezzo del biglietto poi fa tornare alla mente l'inferno di Dante:  "Lasciate ogni speranza, voi ch'intrate". Si pagano infatti 444 yuan. 4 in cinese si pronuncia "si" e ha lo stesso suono della parola morte, un numero quindi che porta sfortuna e un tabù inviolabile in tutta l'Asia orientale. Ma per entrare nel Samadhi, si muore tre volte.
 
Il percorso che porta dal decesso virtuale, alla cremazione, infine alla rinascita dura due ore ed è un vero e proprio gioco di ruolo, del tipo "giù dalla torre". I partecipanti fanno un test con domande su questioni di vita o di morte. Chi risponde peggio, secondo il giudizio del gruppo, viene "ucciso". Ma prima o poi tocca a tutti.
 
Il morto, ben vivo, passa in una stanza completamente buia si stende su un nastro trasportatore che lentamente lo porta nel tunnel del crematorio dove vengono proiettate immagini di fiamme infernali e aria calda che sembra bruciare. Ma la temperatura sale solo a 40 gradi.
 
"E' un'esperienza terribile - racconta Ji Ruoxing, una donna di 33 anni - quando resti al buio sembra vero, ero un po' spaventata"
 
Poi, ancora al buio, si sente il battito di un cuore e ci si ritrova proiettati in un utero virtuale, in fondo al quale brilla la luce. A carponi, tra palle di polistirolo, si viene rimessi al mondo in una stanza completamente bianca e fortemente illuminata, dove candidi e morbidi cuscini permettono di riprendersi dall'esperienza.
 
L'iniziativa potrebbe sembrare l'ultima moda del turismo di massa, ma ha tutt'altro scopo: esorcizzare la morte e far apprezzare la vita.
 
Ding Rui, uno dei fondatori di Samadhi, [il primo a sinistra nella foto dei fondatori] racconta che tutto è cominciato da un'associazione per le cure palliative ai malati terminali che, come accompagnamento alla fine, ha avuto l'idea del crematorio virtuale.
 
"Se non sai cosa ti aspetta - dice Ding - dare l'addio ai propri cari può essere molto difficile. Da qui l'idea di educare il pubblico alla vita, in modo da confinare i pensieri di morte ai momenti precedenti il trapasso".
 
L'idea di "giocare" con la morte viene dalla Corea del Sud, dove il mito dell'efficienza e la competitività  porta a livelli di stress altissimi. Non a caso è tra i Paesi con il più alto tasso di suicidi al mondo.
 
Per far capire quanto valga la pena di vivere, nel 2010, è stata fondata l'Accademia della Bara. Una lezione dura circa quattro ore. I partecipanti scrivono lettere d'addio ai propri cari, un testamento e l'epitaffio che vorrebbero inciso sulla tomba.
 
Poi, come un funerale vero e proprio, in una stanza illuminata dalle candele e piena di bare, indossando il kimono di canapa dei defunti, ognuno mette la propria foto di fianco al feretro in cui verrà chiuso per una decina di minuti.
 
L'esperienza dovrebbe essere catartica: al buio, in una cassa da morto si dovrebbe guardare alla propria vita con altri occhi. Non ci risultano studi sugli effetti di queste pratiche, ma molte aziende sud coreane pagano per mandare ai seminari i propri dipendenti, persino la Samsung.
 
Si sa, il cellulare nell'aldilà  non prende...