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MONDO

Reportage tra i profughi nel sud del Paese

In Libano tra le donne rifugiate
 l’altra faccia della crisi siriana

Nel paese dei cedri vivono 1,15 milioni di rifugiati siriani: uno su quattro è una donna. E in molte cercano di dare un futuro ai loro figli e alle figlie, spesso più vulnerabili

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Amina, rifugiata siriana
di Emma FarnèBeirut
Amina ha poco più di vent’anni e lo sguardo fiero di chi non si arrende. Racconta la sua storia in una tenda di Marj El Khokh, sud del Libano. Un campo in cui vive da quattro mesi, tra pietre e polvere. “Sono siriana, vengo da Idlib. Ho perso tutto. La casa, la famiglia. Mia madre”. Amina è rifugiata in Libano, come migliaia di altri è fuggita dalla guerra. A testa alta racconta: “Voglio lavorare. Essere indipendente. Dare un futuro ai miei figli, comprar loro le cose che vogliono”. 

Madri di figli cresciuti con la guerra
Amina fa parte di una comunità di profughi siriani che ora rappresenta un terzo della popolazione libanese. “Una situazione incomparabile con quella di altri Paesi”, spiega l’italiana Annamaria Laurini, a capo dell’Unicef in Libano. I bambini sono la metà: “Oltre 400mila hanno bisogno di un’istruzione scolastica. E in Libano quelli che accedono al sistema pubblico sono 370mila”, spiega Laurini, che aggiunge: “Il rifugiato non è un povero. È una persona come noi che ha perso tutto, ha girato prima di arrivare in Libano. I bambini a volte hanno disabilità. Hanno perso una gamba, un braccio. Alcuni, in Siria, prima avevano una mamma che gli preparava la colazione. Ora gliela cucina un parente e alle sei di mattina sono nei campi a lavorare”. 

Morire di matrimonio
Vittime della crisi siriana sono spesso le bambine. Lo raccontano un gruppo di siriane in un consultorio a Sarafand, nel sud del Libano. Una riunione per sole donne, per parlare della violenza di genere, dei matrimoni prematuri. Un’attività, insieme a quelle per bambini gestita dalla Ong Terres des Hommes. Volti segnati, mani incrociate, le siriane parlano solo davanti ad altre donne. E senza dire il loro nome. Una racconta: “Il mio vicino di casa ha 20 anni. Ha sposato una bambina di 13 anni. La prima notte di matrimonio ha perso così tanto sangue che è morta”. Un’altra dice: “Matrimoni di bambine? Non erano così diffusi prima della guerra”. Un’altra ancora: “Conosco una bambina sposata a 15 anni. Non ha avuto figli il primo anno di matrimonio, come tutti si aspettano. La famiglia del marito l’ha cacciata di casa”. Tutte però dicono: “Sappiamo che è sbagliato. Sappiamo che i mariti non devono essere violenti. Ma come facciamo a farlo capire alla nostra comunità?”

L’intervento della comunità internazionale
Nel consultorio di Sarafand le donne cercano aiuto, non solo medico. I bambini possono giocare. Un esempio concreto di dove finiscono i fondi della comunità internazionale. Solo l’Unione Europea ha donato 2,8 miliardi di euro. Soldi che finanziano, per esempio, le attività dell’Unicef e dei suoi partner per i piccoli siriani. Una presenza, quella europea anche fisica: “Non dobbiamo dimenticare questi bambini e il loro futuro”, ha detto l’ambasciatore Ue in Libano, Angelina Eichhorst, in visita a Sarafand. Poco più a sud, nella tendopoli di Marj el Khokh sono proprio gli italiani di Avsi l’"ultimo miglio" dei fondi. Lo spiega bene Marco Perini: "Se da Bruxelles arrivano soldi e poi con quei fondi si comprano libri e cartelle per i bambini, ma nella tendopoli nevica e i piccoli non sanno come andare a scuola, allora noi suggeriamo di comprare un bus".