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SPORT

Solo golf, calcio, basket e ciclismo hanno "pro" e solo uomini

Manovra, il Senato approva emendamento per avere donne atlete professioniste. Ma non sarà automatico

Il potere di decidere se avere settori professionistici o meno spetta alle singole federazioni sportive 

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Barbara Bonansea, bomber della nazionale femminile di calcio
L'emendamento alla legge di Bilancio approvato in Senato agevola il passaggio al professionismo per le atlete donne. In base alla norma, gli oneri previdenziali che normalmente ricadrebbero in gran parte sulle società sportive delle atlete professioniste saranno a carico dello Stato, nel limite di 8 mila euro all'anno per individuo, per i prossimi tre anni. Questo però non significa che le atlete italiane diventeranno automaticamente professioniste, visto che il potere di decidere se avere settori professionistici o meno spetta alle federazioni sportive.

Il testo
Si legge nel testo dell'emendamento che "al fine di promuovere il professionismo nello sport femminile ed estendere alle atlete le condizioni di tutela previste dalla legge sulle prestazioni di lavoro sportivo, le società sportive femminili che stipulano con le atlete contratti di lavoro sportivo (...) possono richiedere per gli anni 2020, 2021 e 2022, l'esonero dal versamento del 100% dei contributi previdenziali e assistenziali, con esclusione dei premi per l'assicurazione obbligatoria infortunistica, entro il limite massimo di 8.000 euro su base annua". Per finanziare questa misura vengono stanziati 2,9 milioni nel 2020 e 3,9 milioni a partire dal 2022.

Portata ridotta
Ci sono due limiti alla portata di questo emendamento: il primo è di carattere temporale, per cui l'esonero dal versamento dei contributi dura solo per tre anni, passati i quali - in assenza di altri interventi normativi - il costo tornerebbe sulle società sportive. Il secondo è di carattere quantitativo: l'esonero può arrivare al massimo a 8 mila euro all'anno. Per valutare l'impatto di questa novità bisognerà quindi vedere nei prossimi anni che decisioni prenderanno le varie federazioni, in particolare le quattro - calcio, golf, ciclismo e basket - che ammettono il professionismo anche se soltanto per gli uomini.

Pro e contro
Al momento si registrano un'apertura positiva da parte di Damiano Tommasi, presidente di Assocalciatori e un'accoglienza critica da parte di Mauro Fabris, presidente della Lega femminile di pallavolo.

Lo scenario generale
Finora solo quattro federazioni hanno un settore professionistico e solo per uomini. La condizione di "non professionismo" delle atlete in Italia è stata molto discussa anche durante gli ultimi mondiali di calcio femminili in Francia. La situazione attuale discende dalla legge n. 91 del 23 marzo 1981, conosciuta anche come la "Legge sul professionismo sportivo", che divide la pratica sportiva in due categorie: quella professionistica e quella dilettantistica. In base all'articolo 2 gli atleti che svolgono un'attività sportiva retribuita e con continuità nelle discipline regolamentate dal Coni sono considerati "professionisti" se ricevono questa qualifica dalle singole federazioni sportive nazionali. Chi non è "professionista" è di conseguenza dilettante.

Questione ingaggi
Questo ha conseguenze in termini di stipendi massimi possibili e di contributi previdenziali. Le cose cambiano da federazione a federazione. In passato potevano essere professionisti anche motociclisti e pugili, ma le rispettive federazioni negli anni recenti hanno chiuso i propri settori professionistici. Oggi c'è già  la possibilità che le donne possano essere atlete professioniste, ma nessuna federazione sportiva ha agito in questa direzione. Anche le atlete più note, come la nuotatrice Federica Pellegrini o la calciatrice Sara Gama, ad oggi non sono professioniste. Uno dei principali motivi che ha finora spinto le federazioni a non qualificare come professioniste le proprie atlete è il timore che il costo per le società sportive del passaggio al professionismo rischierebbe di soffocare i movimenti femminili. Sarebbe infatti il "datore di lavoro" (quindi la società sportiva) che fa un contratto all'atleta a doversi fare carico del pagamento della gran parte (i due terzi abbondanti) dei contributi all'atleta professionista, mentre per l'atleta dilettante sono previste esenzioni e agevolazioni.