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MONDO

Mare Nostrum, le trivelle della discordia

Il 17 aprile gli italiani sono chiamati a votare il referendum sulle estrazioni di gas e di idrocarburi nei mari prospicienti la Penisola. Votando “Sì” si impedisce che i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa, che nel mare Adriatico sono decine, vadano sino a esaurimento, per fermarsi alla scadenza delle concessioni: 30 anni, rinnovabili fino a complessivi 50. Votando “No”, al contrario, si lasciano le cose come stanno, con i pozzi sfruttabili fino al loro esaurimento. 

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di Enzo Cappucci
Sarà un caso, la vera divinità del mondo sosteneva Goethe, ma il referendum sulle trivellazioni nel mare nostro cade proprio nell’anniversario dai 6 anni di uno dei maggiori disastri ambientali mai avvenuti sul Pianeta, quello che il 20 aprile del 2010 devastò il Golfo del Messico, inondato da un mare di petrolio, a causa - ebbene sì- dell’esplosione di una piattaforma petrolifera della British Petroleum. In 106 interminabili giorni – tanto ci volle per tappare la falla in profondità- si riversarono in mare 500 mila tonnellate di petrolio. Le conseguenze di quel disastro si scontano ancora oggi e le si sconteranno per secoli, perché il fondo del Golfo è sostanzialmente asfaltato, con buona pace di tutti.

Un disastro simile nel piccolo e fragile Mediterraneo, temono gli ambientalisti, significherebbe dare un colpo di grazia forse definitivo ad un mare già assai sfruttato, vittima degli inquinamenti industriali, di quelli agricoli e di un’attività produttiva senza precedenti, come turismo, navigazione, posa di cavi marini, trasporti marittimi, attività portuali, estrazione di sabbia e per ultimo ma non ultimo di pesca intensa. Si calcola che la pesca tradizionale è oramai in caduta libera, impoverita perché sfruttata al 90 per cento delle sue risorse e che per questo l’acquacoltura da qui al 2030 crescerà del 112 per cento. Per quanto riguarda il turismo, i 300 milioni di persone che oggi si bagnano nel mare nostro diventeranno 500 entro 15 anni, mentre entro 10 anni verranno cementati ulteriori 5 mila chilometri di coste. Questo scenario, disegnato dal WWF, tiene poi conto dei rischi sismici che gravano sull’intero bacino mediterraneo, nel Tirreno in particolare, a fronte di una produzione petrolifera stimata nell’1 per cento del fabbisogno nazionale e di riserve petrolifere stimate complessivamente in 9 miliardi e 400 mila tonnellate equivalenti di petrolio, ovvero nel 4,6 per cento delle riserve planetarie, con una produzione estrattiva che nel 2011 è stata di 87 milioni di tonnellate, concentrata soprattutto in Spagna e in Italia.

Insomma, sulle spalle di questo minuscolo mare chiuso, appena l’1 per cento dei mari del pianeta, pesano appetiti forti; degli stati, ma anche delle singole industrie, impegnate in una corsa al petrolio che ricorda molto quella all’oro nel Far West, ovvero ognuno per sé, senza una politica comune, come stabilirebbe un invece documento della Commissione europea, adottato già nel 2007, e come indica una direttiva europea del 2014, secondo cui il Mare Nostrum deve essere oggetto di un piano di crescita sostenibile, quindi in coerenza con gli impegni sul clima della Conferenza di Parigi, assunti anche dall’Italia. Insomma, in teoria si dovrebbe investire nelle energie rinnovabili, non inquinanti e non, al contrario, su quelle fossili.

 

Tu trivelli e pure io
Comunque vada il referendum non può cambiare la situazione di un Mediterraneo divenuto sostanzialmente il Far West, in cui ognuno trivella secondo norme proprie, senza alcun criterio comunitario, vale a dire come "membri" dello stesso mare.
La cartina del Mediterraneo, pubblicata qui sotto, è stata elaborata dall’associazione ambientalista WWF, sulla base di una ricerca a cui hanno partecipato 8 dei maggiori paesi affacciati sul Mediterraneo, ci dà un quadro dettagliato dei progetti estrattivi nel Mare Nostrum, un bacino chiuso, che rappresenta appena l’1 per cento dei mari del Pianeta. A ben vedere, con l’esclusione del Tirreno, la Penisola è sostanzialmente circondata da trivelle in attività, quelle al nord dell’Adriatico, e da quelle in corso di sviluppo, in verde in varia gradazione, che interessano l’Adriatico meridionale, lo Ionio e quindi il Canale di Sicilia.

 

Il referendum o, meglio, ciò che rimane di una richiesta che era inizialmente più ampia e che mirava a spuntare il decreto “Sblocca Italia”, che assegnava allo Stato la competenza sulle autorizzazioni, norma poi modificata a favore delle Regioni, evitando così il referendum, non ha valore retroattivo: non interviene quindi sulle concessioni già garantite, ma solo su quelle a venire, ed è in sostanza contro la durata indefinita delle trivellazioni, rendendole impossibili- in caso di vittoria del sì-  entro le 12 miglia dalla costa. In Italia ci sono oggi circa 135 piattaforme offshore, ma la gran parte si trova oltre le 12 miglia dalla costa, quindi non interessate dal referendum, che invece riguarda da vicino 21 titoli, circa 39 impianti, che si trovano in Veneto, in Emilia-Romagna, nelle Marche, in Calabria, in Basilicata e in Sicilia.
Le prime concessioni che scadranno sono quelle degli impianti più vecchi, realizzati negli anni ’70.
La norma prevede che le concessioni abbiano una durata iniziale di 30 anni, prorogabile una prima volta per altri 10, una seconda volta per 5 e una terza volta per altri 5: al termine della concessione, le aziende possono chiedere di prorogare la concessione fino l’esaurimento del giacimento. Se al referendum dovessero vincere i “Sì”, gli impianti delle 21 concessioni di cui si parla dovranno chiudere tra 5-10 anni. Gli ultimi impianti, invece, cioè quelli che hanno ottenuto le concessioni più recenti, dovrebbero chiudere tra circa 20 anni. E’  indicativo che ai prezzi odierni del greggio, trivellare non è conveniente e la dimostrazione è il recente abbandono del progetto da parte della compagnia che avrebbe voluto sfruttare le acque al largo del Gargano, vicino alle isole Tremiti, paradiso nostrano. Oggi sarebbe economicamente conveniente trivellare con un prezzo del greggio tra i 50 ed i 60 dollari al barile. Diversamente l’affare sarebbe solo un bidone. Resta da dire che pure fatte salve le coste del Bel Paese, le trivellazioni riguardano oramai il Mediterraneo intero, paesi nordafricani per primi e che, quindi, al di là del referendum italiano, il problema va inserito in un quadro di regole complessive, perché come la storia ci ha insegnato e come dovrebbe insegnarci la sua cultura millenaria, il nostro è un mare che unisce le sue diverse sponde, prima ancora di separarle.


Alle Tremiti non si trivella Scampato pericolo per il piccolo arcipelago pugliese, dove avrebbero voluto avviare le ricerche di petrolio e gas proprio nelle acque di casa. La compagnia rinuncia. Thalassa é andata e vedere di persona. 

 

Torre Guaceto. La moltiplicazione dei pesci, in nome del pane
L'organizzazione ambientalista Greenpeace, contraria alle trivellazione nei nostri mari, ha offerto il proprio appoggio ai pescatori di una delle Riserve marine più efficienti e organizzate d'Italia, quella di Torre Guaceto, in Puglia, alle porte di Brindisi. Dopo anni di sospettosa diffidenza i pescatori hanno preso atto che una pesca sostenibile è più fruttuosa di uno sfruttamento sistematico del mare. 

 
 
AirGun, ti sparo l'aria compressa!
Non sono solo le trivelle al centro delle contestazioni, ma è l'intero processo di ricerca dei giacimenti ad inquietare gli ambientalisti, perché portato avanti attraverso l'uso di uno strumento particolare, detto AirGun (letteralmente pistola ad aria), capace di sparare nelle viscere della terra un getto d'aria talmente forte da creare onde d'urto notevolissime, avvertibili nel raggio di chilometri.
I recenti e ripetuti spiaggiamenti di capidogli lungo le spiagge adriatiche sembra siano dovuti proprio a questa tecnica. Guarda il video: