Original qstring:  | /dl/archivio-rainews/articoli/Migranti-Istvan-Hegedus-Ungheria-si-sta-chiudendo-dentro-il-filo-spinato-a147a2a8-33cf-4626-85ce-b8f78272d503.html | rainews/live/ | true
MONDO

Incontro con István Hegedűs

Migranti, "È l'Ungheria che si sta chiudendo dentro il filo spinato"

Barriere alle frontiere, carcere per i migranti irregolari ed esercito schierato ai confini. Cosa sta accadendo in Ungheria, il Paese del premio Nobel Imre Kertész, di Ágota Kristóf e Sándor Márai e di intellettuali come Lukács e Ágnes Heller? Esistono alternative alla politica di chiusura del premier Orbán? Abbiamo cercato di capirlo con István Hegedűs, sociologo ungherese e presidente della Società ungherese per l'Europa

Condividi
di Alessandra Solarino

Frontiere chiuse, polizia schierata, 175 chilometri di filo spinato al confine con la Serbia, barriere in costruzione per bloccare le entrate dalla Romania e dalla Croazia. Nessuna solidarietà verso le migliaia di profughi in fuga da guerre e povertà, tre anni di carcere verso chi entra irregolarmente nel Paese: l'Ungheria dice no all'accoglienza dei migranti e critica Bruxelles e il sistema delle quote. Cosa sta accadendo nel Paese magiaro? "Siamo noi ad esserci confinati dentro un campo di concentramento. Negli ultimi cinque anni molti ungheresi hanno lasciato il Paese, Londra è diventata la nostra seconda città. Sono andati via giovani, laureati, intelligenze critiche che non voterebbero mai per questo governo. Mandarli via è stata per l'establishment una strategia vantaggiosa". Non fa sconti al governo di Budapest István Hegedűs, sociologo ungherese presidente della Società ungherese per l'Europa, a Roma per partecipare ad una tavola rotonda organizzata dalla John Cabot University sul tema "Germania e Paesi dell'Est di fronte all'emergenza profughi". Eppure Hegedűs, figlio di uno dei fondatori del circolo Petőfi, il gruppo di intellettuali che ebbe un ruolo decisivo nella contestazione che portò alla rivoluzione del 1956, è stato un componente di Fidesz, il partito dell'attuale premier, e ha creduto nella "rivoluzione" di Viktor Orbán.

(István Hegedűs)

"È una lunga storia  - ci spiega -  lasciai Fidesz 21 anni fa, perché Orbán e i suoi sostenitori stavano spostando il partito verso una direzione più conservatrice. Esso era liberale, centrista, alternativo, anti-comunista ma non avevamo nulla a che vedere con il conservatorismo, il populismo, l’autoritarismo che venne dopo. Sono stato costretto a lasciare, quello che stava accadendo era inaccettabile". La svolta autoritaria del premier si traduce, nel 2012, nella nuova Costituzione. E l'Ungheria da Repubblica d'Ungheria diventa soltanto Ungheria.

I muri di Orbán
Filo spinato al confine con la Serbia, carcere per i migranti irregolari, esercito alle frontiere. E quei nuovi muri in costruzione per chiudere ogni possibilità di entrata dai Paesi confinanti. Una campagna contro l'accoglienza ai migranti ("il governo - aggiunge - non parla mai di rifugiati ma di immigrati illegali") alla ricerca di un consenso politico che rafforzi Fidesz, da anni al potere. "Orbán iniziò questa campagna contro i rifugiati dopo i fatti di Charlie Hebdo - racconta Hegedűs - in realtà non avevano nulla a che fare con l’immigrazione, ma li usò per ragioni interne. Il governo avviò così una campagna xenofoba, con dei cartelloni su cui si leggeva: se entri in Ungheria non devi prendere i nostri posti di lavoro, devi rispettare la nostra cultura. Una campagna rivolta agli ungheresi, non ai rifugiati che non conoscono la nostra lingua, per riguadagnare il sostegno che aveva perduto, i voti di quanti si erano allontanati dal suo partito per avvicinarsi all’estrema destra".



Non c'è stata solo la campagna cartellonistica. Prima dell'ondata di migranti dello scorso agosto, il governo ha inviato alle famiglie, via mail, un questionario sul tema della sicurezza e dell'immigrazione. Un binomio che ha fatto discutere, così come alcune domande. "C’erano quesiti come: preferiresti avere aiuti per la tua famiglia o per gli stranieri? Come pensate che abbiano risposto le persone? - incalza Hegedűs - Questa campagna sembra non sia stata molto efficace, non quanto quella dei poster. Non hanno cambiato molto la situazione ma credo che abbiano preparato il cambio di atteggiamento, di clima. E la gente all’arrivo dei migranti alle frontiere ha reagito con uno shock".

Cosa pensano gli ungheresi?
Nel tradizionale appuntamento davanti agli studenti dell'università Estiva in Romania, Orban ha detto che il Paese è con lui, e che l'Europa deve restare agli europei. Secondo dati diffusi dallo Spiegel, il 70 per cento degli ungheresi appoggerebbe la politica di chiusura verso i profughi. "È vero. Tuttavia  - spiega il sociologo - c’è un’altra parte della società che ha mostrato spontaneamente solidarietà verso i migranti, ad esempio in piccole città come Seghedino. Molti volontari sono andati alla stazione e hanno offerto coperte, cibo ed acqua. In questa parte della società c’è una visione liberale molto forte, purtroppo secondo i sondaggi minoritaria".



La ricerca del consenso
Hegedűs: "Fidesz non è più così popolare. Cinque anni fa Orbán aveva un’ampia maggioranza in parlamento, ha cambiato leggi elettorali, è riuscito ad ottenere i due terzi un anno fa, ma poi ha perso tre elezioni suppletive e sta usando il tema migranti per riconquistare voti". L'opposizione è debole e il leader magiaro, alla ricerca di consensi, ha fatto sue parole chiave e slogan del partito di estrema destra, Jobbik, sfruttando le paure e i pregiudizi di buona parte della popolazione. "Credo che la politica verso i rifugiati abbia portato consensi al partito di Orbán  - continua Hegedűs - ma non sappiamo se l'effetto migranti durerà per tre anni, quando ci saranno le elezioni, se la conquista del consenso sarà un fenomeno stabile o legato solo all'emergenza".

Le ragioni storico-culturali​
Quanto incidono sulle scelte del premier magiaro fattori di carattere storico-culturale? L'Ungheria non fa parte del mondo latino né di quello slavo ed è senz'altro un Paese con una sua unicità, anche rispetto alle altre nazioni dell'Est Europa. "Questo è un tema che spesso il governo utilizza - charisce il sociologo - la storia ungherese è così speciale, dicono, che nessuno può comprenderci. C'è l’idea che ci meriteremmo più solidarietà dai Paesi occidentali, ma io credo che nella vecchia Europa si pensi l’opposto: siamo noi che dovremmo mostrare più solidarietà. E' vero che per noi è stato uno shock, non abbiamo mai conosciuto migrazioni nella nostra storia, a differenza di Paesi come l'Italia. Orbán -  prosegue - parla di valori cristiani, di islamismo ma usa un doppio discorso: quello che dice in patria non è quello che dice nei consessi internazionali, all'Onu. L’opinione pubblica non sa quel che dice all’estero, non è preparata, così è più facile per lui portare alla superficie le paure piuttosto che spiegare qual è la situazione reale".

(Particolare della rotta dei Balcani)

Il ruolo dei media e il dibattito sulla Rete
In questo quadro è cruciale il ruolo dell'informazione. "Orbán ha cercato di occupare i media in generale, ma non ha avuto del tutto successo. C’è stata una certa resistenza, internet è abbastanza libero, si possono trovare molti giornali online abbastanza popolari che lo attaccano, ce ne sono anche vicini all’opposizione". E se la tv pubblica è sotto il controllo del governo "al cento per cento, così come l’agenzia stampa ungherese, su internet c’è un dibattito aperto", e "se molti cittadini guardano la tv ufficiale", ci sono anche alcuni esempi controcorrente. "Recentemente  - ci racconta - uno dei più importanti canali, in conflitto con il governo, ha iniziato ad ospitare politici ungheresi e lo share è aumentato. In genere si ritiene che la gente non sia interessata alla politica, ma questo dimostra che non è vero". 

Orbán e la Russia di Putin
La linea politica di Orbán sui migranti è evidentemente contraria ai valori dei trattati fondativi dell'Europa. E in questo quadro, è significativo il rapporto ambivalente del premier magiaro con Putin. Budapest da una parte ha votato a favore delle sanzioni economiche comminate a Mosca, dall’altra è in affari con la Russia. "Orbán ha deciso di aumentare la nostra dipendenza dalla Russia, al contrario della sua visione di qualche anno fa. Ha siglato un nuovo accordo con la Gazprom, vuole aumentare la capacità degli impianti nucleari, insieme alle aziende russe. Orbán vuole creare una sorta di 'spazio di manovra' per lui e il suo governo, non vuole essere un leale alleato di Putin ma vuole liberarsi del controllo delle istituzioni europee" e ribadire il concetto della sovranità nazionale, anche nel caso dei rifugiati. "Quando lui rappresenta la battaglia delle libertà dalle istituzioni europee, e si dichiara vicino a Putin, lo fa perché il suo obiettivo è affermare la propria indipendenza da entrambi. Ma è un approccio che non funziona: il risultato è che l’Ungheria è sempre più isolata nell’Unione Europea". 


 
Il no ai migranti dei Paesi del gruppo Visegrad
Perché gli altri Paesi dell'est Europa, in particolare il cosiddetto gruppo Visegrad nato nel 1991, hanno seguito Orbán nel gran rifiuto verso i rifugiati? "Il quadro è molto variegato - sottolinea Hegedűs - Orbán ha una buona relazione con il premier slovacco, Fico, anche se noi non abbiamo, tradizionalmente, buoni rapporti con la Slovacchia. C’è il problema degli ungheresi che vi risiedono senza avere la doppia cittadinanza, ma i due leader procedono mano nella mano in questa retorica nazionalista contro la maggioranza dei Paesi dell’Ue".  "La repubblica Ceca  - prosegue - è un caso diverso, ci sono più visioni euroscettiche". Nel vertice europeo dello scorso 22 settembre, Slovacchia e Repubblica Ceca si sono unite all'Ungheria per votare contro il piano di ripartizione dei 120mila profughi. La Polonia invece, il paese più grande tra quelli del gruppo Novigrad, dopo aver criticato Bruxelles ha votato a favore. "Il governo polacco ha deciso di unirsi alla maggioranza e accettare il sistema delle quote. Il problema potrebbe sorgere nel caso di un cambio di governo, se Kaczyński dovesse tornare al potere potrebbe sposare la posizione di Orbán e queste forze potrebbero essere più forti dentro l’Europa, anche se non credo sarebbero in grado di bloccare la decisione degli altri stati membri". 


(Il gruppo di Visegrad e la chiusura verso i migranti)

In questo quadro, c'è il rischio di una nuova cortina di ferro? "Non credo, ma certamente questa barriera costruita da Orbán sta crescendo".  Il muro in costruzione al confine con la Croazia è il primo (se si esclude Cipro) con un Paese dell'Unione Europea. "Siamo noi che ci siamo infilati dentro un campo di concentramento. Molti ungheresi hanno lasciato il Paese negli ultimi 5 anni, la seconda città ungherese è Londra, è un fenomeno nuovo e il regime può usare queste uscite a suo vantaggio, perché queste persone giovani, critiche, laureate non voterebbero mai Orbán". 

(István Hegedűs con l'ambasciatore della Croazia, Grubisa, durante la conferenza alla John Cabot University)

"Il cambiamento deve partire dall'interno"
"Dovrebbero essere gli ungheresi stessi a capire quanto questo isolamento sia pericoloso - conclude Hegedűs -  e che la situazione economica anche può migliorare quest’anno ma negli ultimi anni non siamo stati al passo neanche con i nostri vicini dell’est. Orbán non è popolare, il problema è che l’opposizione è debole, frammentata, i liberali di sinistra hanno perso forza cinque anni fa e non hanno recuperato. Qualcosa sta cambiando ma questi segnali non sono sufficientemente forti la gente è stufa di tutto, dell’elite, di Orbán". Quanto al ruolo delle istituzioni europee "dovrebbero fare maggiori pressioni, isolarlo ancora di più, considerare persino delle sanzioni che non facciano male alla gente, simboliche. Ci sono molti modi per dimostrare che l’Ungheria non è sulla strada giusta. Potrebbe esserlo, ma se lo sarà nel lungo periodo è un bell’interrogativo".