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MONDO

Monica Maggioni intervista Paolo Magri

Twitter e Jihad: la comunicazione dell'Isis

Per i militanti dell'Isis i media sono veicolo indispensabile per diffondere terrore nel mondo. Per questa ragione Rainews 24 ha scelto di non mandare più in onda i loro video mostrandone soltanto un fotogramma. Sulla comunicazione che ruota attorno allo Stato Islamico si concentra un e-book: 'Twitter e Jihad, la comunicazione dell'ISIS' a cura di Paolo Magri e di Monica Maggioni

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In queste ultime settimane Rainews24 ha preso la decisione di non mandare più in onda i video dell’ISIS mostrandone soltanto un fotogramma. Insieme all’ISPI Rainews24 porta avanti un percorso di analisi sul tipo di comunicazione adottato dall’ISIS. "Cogliamo l’occasione - spiega il direttore Monica Maggioni - per dire cosa non vogliamo far vedere: non soltanto la violenza, non vogliamo esser parte del loro racconto, della loro narrativa: non vogliamo far vedere quanto siano bravi a montare un video e a girarlo. Tutto ciò si rafforza anche alla luce di quanto scoperto ieri da Londra: prima di girare un video i boia dell’ISIS lo preparano con così grande attenzione che fanno ripetere la stessa scena ai prigionieri più volte. Ed è la ragione per cui spesso li vediamo tranquilli, perché pensano che sia l’ennesima “prova” e poi invece vengono sgozzati, bruciati, uccisi nei modi più barbari".

Per i militanti dell'Isis i media restano, dunque, il veicolo indispensabile per diffondere terrore nel mondo. E sulla comunicazione che ruota attorno allo Stato Islamico si concentra un e-book: 'Twitter e Jihad, la comunicazione dell'ISIS' a cura di Paolo Magri e del nostro direttore Monica Maggioni, che ne parlano in questo video. Vediamo

VIDEO

Ma quanto conta la comunicazione?
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ll terrorismo vive di comunicazione - spiega Paolo Magri - sono pochi individui che vivono di atti simbolici che devono essere comunicati. Ma quello che c’è dietro questo momento particolare di terrorismo è molto di più: non è solo la capacità di usare i media ma l’avere una strategia articolata fatta di prodotti diversi per destinatari diversi e con tecniche diverse. Noi ci siamo concentrati sui film dell’orrore, quelli che Rainews 24 non trasmette più.  Ma ci sono molti altri elementi: le brochure per le famiglie dei foreign fighters, gli e-book per il pubblico informato, c’è Twitter, ci sono i giochi per la Playstation per avvicinare gli adolescenti nei paesi limitrofi e in Occidente. Noi cerchiamo di portare un’attenzione su questa ampia gamma di prodotti".

Un altro aspetto da analizzare, rileva Monica Maggioni, è quanto questo tipo di comunicazione sia “sapiente, intelligente” perché non nasce oggi, proprio come l’ISIS, ma ha un percorso preciso. "Partiamo dal 2006 per ricostruire i vari passaggi - aggiunge Magri - ma è ora che c’è il salto di qualità: di chi rende la strategia comunicativa come un elemento fondamentale per affermare il concetto di statualità. Gli Stati battono moneta, raccolgono tasse, amministrano la violenza, gli Stati comunicano. E lo Stato islamico sfida l’occidente nella capacità di creare una narrativa, detta le parole: Califfato, Stato islamico. Sono loro che dettano termini e tempi".

"Del resto - continua Maggioni - è molto complicato imporre a un sistema globale dei cambiamenti del linguaggio dopo che ormai sono passati nel mainstream. Quello che forse verrebbe la pena ricordare oggi è il fatto che da una parte in questa comunicazione c'è il loro voler dire 'siamo uno Stato' ma dall'altra c'è una chiara propaganda mirata al proselitismo: devono avere bene in mente chi sono i ragazzi che potrebbero partire oggi per la Siria, fare il Jihad. Quindi è fondamentale sapere quali sono le tecniche e i messaggi vincenti da comunicare a quei ragazzi, magari attraverso Twitter e Internet in generale".

"La dimensione del web - prosegue Maggioni - gioca un ruolo primario: una serie di questi video è stata infatti costruita come i videogiochi 'Grand Theft Auto' che ha venduto 20 milioni di copie nel mondo. Stessa tecnica viene utilizzata per alcuni dei più famosi video dell’Isis: penso a ‘Flames of War’, dove raccontano la loro epica. Ecco la spiegazione del perché dedicano una così grande attenzione alla produzione dei video: proprio come si fa in televisione, quando si ha un pubblico da catturare si cerca di capire cosa interessa a quel target e si costruisce un prodotto adatto. E per l’Isis il pubblico di riferimento sono i ragazzi tra i 15 e i 20 anni, quelli delle seconde e terze generazioni o qualcuno che si sente completamente alienato rispetto alla nostra società e decide di trovare una nuova narrativa".