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SALUTE

Rapporto medico-paziente

Una rivoluzione, ma non saranno le macchine a comandare

Con la telemedicina e la sanità digitale cambieranno gli attuali percorsi ma non il rapporto che da sempre lega il medico al malato. Un processo che i medici devono governare, non subire.
Colloquio con Gianfranco Gensini, Professore di Medicina Interna e Presidente della Società Italiana di Telemedicina e Sanità Elettronica.

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Professore, di sanità elettronica la Commissione Europea parla dal 2004, ed in effetti nell'Unione molti servizi in questo decennio  si sono diffusi. Noi come stiamo messi?
Complessivamente siamo in ritardo rispetto a quasi tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Si tratta però di un ritardo di natura per così dire “particolare”, per certi aspetti sorprendente. Ci sono in Italia molti colleghi capaci di pensare e costruire soluzioni di sanità digitale e innovativi servizi di Telemedicina che sarebbero già oggi disponibili e che permetterebbero ai cittadini di ridurre i tempi di attesa per le prestazioni ambulatoriali e diagnostiche, di ricevere al proprio domicilio numerose prestazioni mediche, di avere, sempre da casa, un collegamento costante con lo specialista e di essere da questo controllati a distanza quando fosse necessario un monitoraggio. Questi servizi ci sono già e, ripeto, sono frutto principalmente della capacità di molti medici italiani, esperti di valore internazionale in questo settore, e vengono tenuti in attività solo con la buona volontà degli stessi sanitari, che oltre a lavorare impiegano il resto del loro tempo a individuare sistemi per far sopravvivere i servizi di Telemedicina in carenza di  fondi e di  programmazione del loro sviluppo nelle Aziende sanitarie. Conosco ottimi colleghi, esperti di Telemedicina, che realizzano soluzioni brillanti applicate con successo, alcuni dall’Italia prestano servizi di teleconsulto per pazienti in altre nazioni, che nelle loro Aziende sanitarie non hanno l’appropriata attenzione. A livello regionale assistiamo impotenti ad una deriva localistica che frammenta talmente tanto le esperienze di innovazione tecnologica, che i  dati sanitari di un cittadino residente in una regione non possono essere utilizzati dal sistema digitale del servizio sanitario nelle regioni limitrofe, o perfino che in una stessa città ospedali diversi non siano in grado di scambiarsi le informazioni sui pazienti. 
A livello nazionale le prime linee d’indirizzo nazionali sulla Telemedicina sono state richieste nel 2007 al Ministero della Sanità ed emanate nel 2014. Poi nel 2015 è stata la volta del Patto sulla salute, tenacemente voluto dall’attuale Ministro, nel quale ci sono già gli elementi per iniziare a fare Telemedicina in concreto, ma la cui applicazione è appena agli inizi, mentre il Patto per la sanità digitale, che costituirebbe una reale svolta, atteso per il dicembre scorso, è ancora in fase di elaborazione. Bisogna riconoscere che c’è oggi un deciso impegno del Ministero sulla sanità digitale, ma i ritmi complessivi di sviluppo in Telemedicina del sistema sanitario nazionale sono fino ad ora troppo lenti. 

Professore è evidente che tutti questi servizi debbano avere una "autostrada", per funzionare. La cosiddetta banda larga in Italia è al 96% della popolazione coperta, in media con l'Europa: ma il range va dai 2 ai 20 MB, e gli operatori tengono il rubinetto ben chiuso, fornendo spesso una velocità  attorno al minimo. Per la banda ultralarga invece siamo fanalino di coda: 22% in Italia, 64% in Europa. Ha senso parlare di servizi digitali avanzati, se siamo ancora fermi al download a singhiozzo?
Certamente la banda ultralarga è una risorsa che va considerata necessaria e sarebbe anche indifferibile volendo realmente creare l’ambiente idoneo per un’evoluzione rapida ed efficace verso la sanità digitale, tuttavia credo che si debba sottolineare che anche usando i mezzi ora disponibili si possono realizzare servizi sanitari efficaci in molti ambiti dell’attività medica. Non eccelsi come quelli possibili con la banda ultralarga, ma decisamente di qualità superiore a quelli che sono in atto senza tecnologie digitali. Non vorrei che per attendere una autostrada perfetta finissimo per smarrire la strada. 

Qual è l'impatto economico dei servizi digitali sulla sanità?
Vi sono evidenze scientifiche che mostrano con chiarezza che i servizi di Telemedicina applicati su larga scala consentono di ridurre i costi di erogazione dei servizi sanitari, specialmente nei pazienti cronici. Forse non tutti sanno però che il primo risparmio di questi sistemi si realizza ancora prima della loro attivazione. Durante la fase progettuale infatti è necessario definire con esattezza le procedure operative nel loro complesso e dimostrare l’efficacia delle loro interazioni per costruire adeguati sistemi digitali. Da questo discende facilmente il riconoscimento di eventuali sprechi presenti negli usuali sistemi di lavoro. Quindi l’impatto dei servizi digitali è chiaro: riducendo gli sprechi si recuperano risorse che a loro volta rendono possibile una maggiore accessibilità alle cure.
Il problema di fondo è che si deve avere il coraggio e la determinazione di indirizzare dei finanziamenti, peraltro non così ingenti come si può pensare, verso lo sviluppo di sistemi di Telemedicina, sapendo che il ritorno economico avverrà nel medio periodo. Questo però non è un problema medico, è un problema di scelte politiche. La rotta da seguire è chiara già da tempo. La domanda che dobbiamo porci è se la nostra società è in grado di accettare le sfide che si accompagnano a tali scelte: rigore metodologico, caccia agli sprechi, partecipazione dei malati alla raccolta dei dati che li riguardano, tutela della riservatezza delle informazioni personali.

Lei, che è un medico, come immagina che debba cambiare ma forse anche essere tutelato il rapporto col malato, se tutto diventa virtuale, e con la telemedicina il medico è costretto a fidarsi totalmente dell'interpretazione della macchina? 
La sostanza del rapporto tra medico e paziente non cambia con la tecnologia digitale. Le macchine non interpretano ma forniscono informazioni che il medico interpreta e usa per curare. La Telemedicina non è un’altra Medicina è un modo diverso di mettere in atto la cura, ma sono sempre e solo i medici in grado di arrivare ad una diagnosi e somministrare la terapia adeguata. Ciò che cambierà sicuramente, e in parte sta già accadendo, è il modo di concepire l’organizzazione sanitaria e le modalità di ricerca di nuove terapie. I medici hanno però una grandissima responsabilità nelle loro mani a cui dovranno fare fronte non solo con le conoscenze biomediche ma anche con altre conoscenze. Si tratta di essere disponibili e capaci ad adattare i percorsi di diagnosi e cura in modo da ottimizzare l’uso delle tecnologie digitali. Se riusciremo in questa sfida saremo in grado di realizzare servizi e soluzioni fino a poco fa impensabili. La clinica però deve guidare l’innovazione tecnologica, non subirla. 

Gli esperimenti che già si stanno facendo sulla ricetta digitale, l'anno prossimo a meno di nuove proroghe dovrebbe arrivare anche il fascicolo sanitario elettronico: cosa pensa del fatto che ogni farmacia ed ogni medico usino software tra loro molto diversi, e che non si parlano tra Regioni?

Come tutti gli eccessi, anche la deriva localistica, di cui ho già detto prima, ha due conseguenze sicure: il ritardo del progresso e un impegno inappropriato di denaro pubblico. Basterebbe poco per evitare queste negatività. Sarebbe sufficiente che ci fossero degli indirizzi generali nazionali, o meglio ancora europei, applicati in modo uniforme. Ognuno potrebbe realizzare soluzioni differenti nelle proprie realtà, rispettando soltanto alcuni vincoli tecnici volti a garantire l’interoperabilità sia delle tecnologie, ovvero un dato scritto in un ospedale deve poter essere letto anche al di fuori di quell’ospedale da tutta la rete sanitaria, ma anche l’interoperabilità organizzativa, cioè un paziente deve poter essere curato con gli stessi livelli di qualità in qualsiasi luogo d’Italia egli si trovi. 
La ricetta digitale è certamente un progresso ma da sola non sarà in grado di determinare cambiamenti significativi dell’intero sistema sanitario. Ugualmente si può dire del FSE, che per di più è nato su idee progettuali concepite 15 anni fa, ovvero un’era geologica per la Telemedicina, rendendolo scarsamente utile nella nostra medicina attuale. Infatti il FSE ancora prima di vedere concretamente la luce già viene contestato aspramente da molti studiosi nella sua capacità di fornire informazioni utili per la cura. Anche qui il punto nodale è sempre lo stesso: non è il dato di per sé  che conta ma come lo si usa.