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MONDO

Il reportage sul ritiro del contingente italiano

Afghanistan, Operazione ritorno

Ci sono voluti mesi per preparare questo reportage. Nessun giornalista televisivo aveva mai avuto la possibilità di raccontare “in diretta“ il ritiro da una base italiana. La quinta parte del nostro racconto, dal titolo "Il palazzo del re"

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Un paracadutista del Nembo ad Adraskan
di Ettore GuastallaAfghanistan

Ci sono voluti mesi per preparare questo reportage. Nessun giornalista televisivo aveva mai avuto la possibilità di raccontare “in diretta“ il ritiro da una base italiana, e men che meno dal quello che era il quartier generale della Task Force Sud di Farah.

Una base enorme condivisa con gli americani, costruita in mezzo ad una landa desolata, in una posizione strategica. Con Alessando Carboni abbiamo preso un volo militare per Herat e abbiamo raggiunto Farah in elicottero. Mancavano cinque giorni alla chiusura. I convogli in partenza al mattino all’alba, l’accampamento che si svuotava ogni giorno di più. Abbiamo raccontato, spesso in diretta quello che accadeva, fino all’ultimo giorno vissuto con tristezza e affetto per quel pezzo di Italia costato la vita a tanti ragazzi che sarebbe stato di li a poco ceduto all’esercito afghano. 

Abbiamo raccontato la storia dell’imprenditore che aveva costruito la base dieci anni fa e tornato li per vederla per l’ultima volta, del fotografo che l’aveva vista nascere dalle pietre del deserto, dei due ragazzi sposati, Gabriella e Rosario che condividono amore e passione per il loro reggimento dei Bersaglieri.

l momento più bello è stato quando, ormai senza la mensa, eravamo rimasti in un centinaio e stavamo mangiando dentro un capannone, salumi e pastasciutta. Un televisore acceso su Rainews si mise a trasmettere un nostro servizio su di loro. Si precipitarono davanti alla tv e alla fine gridarono tutti: Hip Hip Hurrahh, gettandosi a terra alla maniera Bersagliera. Era il loro modo di ringraziare per averli resi visibile per un minuto, fatti vedere a casa, ai loro cari.

La mattina dopo siamo partiti alla volta di Bala Baluk. Il comandante del 6° Reggimento Bersaglieri, Sindoni ha ceduto le chiavi ad un generale Afghano e ce ne siamo andati via in un lungo convoglio per i 70 km della maledetta strada 517. Un campo minato con l’asfalto ridotto ad un colabrodo. Su quella strada in primavera un enorme IED, un ordigno improvvisato, era esploso poco distante dal Lince in cui ero a bordo. Ho chiesto di poter scendere dal mezzo del genio su cui viaggiavo nei pressi di Shewan, dove era avvenuto quell’incidente per fortuna senza vittime.

Questa volta la strada era stata battuta per giorni, palmo a palmo, sul nostro fianco i paracadutisti del Nembo assieme all’esercito afghano ci proteggevano. Piu’ all’interno c’erano le truppe speciali della task force 45. Tutto è andato bene. Sulla nostra testa gli F 16 americani sfrecciavano a pochi metri di altezza per intimorire i malintenzionati, i Drone Predator della nostra aeronautica ci seguivano passo passo. Un dispositivo formidabile al punto che anche gli ultimi americani di Herat si sono aggregati a noi in coda al convoglio per avere protezione.

Quando dopo una decina di ore siamo arrivati al bivio con la Ring Road ho pensato che gli italiani non avrebbero più dovuto percorrere quella strada maledetta in pieno territorio talebano. Ci siamo fermati, con Alessando abbiamo aperto le botole del tetto del nostro Buffalo a abbiamo visto scorrere il resto del convoglio in lontananza, mente già stava calando la sera.

Mi sono venuti in mente i tanti ragazzi che hanno perso la loro vita o la loro integrità fisica in quei posti del Sud Afghanistan sconosciuti alla maggior parte degli italiani: Bawka, Gulistan, Farah, Bala Baluk, Fob Lavaredo, Buji. Arrivati a sera a Bala Baluk eravamo piuttosto stanchi ma abbiamo voluto lo stesso fare un collegamento in diretta con Rainews24. Non avevamo che il nostro minuscolo faretto per illuminare la scena immersa nel buio più totale. Dietro di me c’erano quasi tutti i ragazzi dell’ultimo convoglio. Un momento emozionante: erano tutti arrivati alla base sani e salvi, e vi assicuro, non era affatto scontato.

Ci siamo fermati un paio di giorni a Bala Baluk ( che freddo la notte… e che cielo meraviglioso pieno di stelle) Anche Bala viveva i suoi ultimi giorni prima della chiusura avvenuta a metà novembre. In elicottero, ancora, siamo arrivati a Shindand, oggi l’ultima base avanzata italiana nel centro del nostro settore, sottoposta nelle ultime settimane ad una serie di attacchi e di lanci di razzi. Un allarme Rockets lo abbiamo vissuto anche noi ma si è risolto solo in una corsa dentro il bunker più vicino. Il razzo o i razzi devono essere caduti lontano perché non abbiamo sentito nulla.

Il 4 novembre abbiamo mandato in diretta la breve cerimonia per la festa delle forze armate. In Italia era notte fonda. Il comandante, il colonnello Merlino ha ricordato i 53 caduti italiani in Afghanistan, senza retorica, con affetto. Quando al termine i Parà hanno salutato al grido NEMBO ! sono rimasto di stucco. Quando sei in zona di guerra e devi combattere, lo fai per il tuo Paese che assume le sembianze del tuo compagno che ti sta affianco, ti protegge e mette la sua vita a repentaglio per proteggere la tua, esattamente come faresti tu. E come ha fatto il maggiore la Rosa a Farah che quando ha visto una bomba a mano cadere dentro il suo lince tra le sue spalle ed il sedile , ci si è gettato addosso proteggendo con la sua vita quella dei compagni. Lasciata Shindand siamo arrivati a Herat, la base italiana dove ha sede il Regional Command West. Siamo usciti in città assieme ad un interprete amico per verificare se l’Afghanistan stia o meno cambiando.

Abbiamo incontrato dei giovani musicisti. Siamo entrati nella grande moschea Blu nell’ora della preghiera, abbiamo parlato con le insegnanti di una scuola con 12.000 alunni di cui la metà bambine. Si l’Afghanistan è sulla buona strada. Una strada ancora difficile e piena di insidie, ma la direzione è quella giusta. Le bambine della scuola Rangeena di Herat lo stanno a dimostrare, le ragazze e i ragazzi dell’università stanno formando le leve di nuove classi dirigenti.

Il Processo è ancora troppo fragile per essere lasciato a se stesso e di questo la comunità internazionale è consapevole. Siamo alla fine tornati in Italia con gli ultimi militari di Farah, con cui eravamo partiti in convoglio, contenti di tornare a casa e di aver portato a termine il compito loro assegnato. Il tempo di montare tutte le puntate di questo reportage ed è già il momento di fare le valige e prepararsi a partire di nuovo.