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CULTURA

Franceschini risponde: "Non ragioniam di lor ma guarda e passa"

"Dante arrivista, non ha inventato nulla", l'editoriale del giornale tedesco

Il quotidiano tedesco Frankfurter Rundschau se la prende con il Sommo Poeta

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Dante Alighieri non ha inventato nulla, né il "volgare" cioè l'italiano, né il viaggio nell'aldilà descritto nella Divina Commedia, per cui non si capisce che cosa debbano festeggiare gli italiani. In sostanza, è questo ciò che sostiene un editoriale - "Separare il buono dal cattivo" - pubblicato dal giornale tedesco Frankfurter Rundschau a firma di Arno Widmann, giornalista e traduttore.

"L'Italia lo loda come uno di coloro che hanno portato la lingua nazionale ai vertici della grande letteratura. In un certo senso, ha creato il linguaggio per il suo lavoro", si legge nel testo in cui si analizza la situazione linguistica nell'Italia di Dante, rilevando che "la prima poesia d'arte in lingua madre in Italia è stata scritta in provenzale", ed è il "Livre du Trésor" di Brunetto Latini. Nulla di nuovo, secondo l'autore tedesco, neanche per il tema della Commedia. "Nella tradizione musulmana c'è il racconto del viaggio di Maometto in Paradiso", scrive Widmann che cita uno studio dell'arabista spagnolo Miguel Asin Palacios secondo cui il poeta fiorentino avrebbe conosciuto e usato il testo.

Alle critiche neanche troppo velate risponde il ministro della Cultura Dario Franceschini e lo fa citando Dante: "Non ragioniam di lor, ma guarda e passa (Inferno III, 51)". 

Di diverso avviso il corrispondente dall'Italia della 'Frankfurter Allgemeine Zeitung' ed ex presidente della stampa estera in Italia, Tobias Piller: "Non ho letto da nessuna parte né arrivista né plagiatore. Mi sembra un articolo che inquadra Dante nel suo tempo e ne spiega la grandezza ai tedeschi". 

L'editoriale
Il 14 settembre 1321 - scrive il quotidiano tedesco - il fiorentino Dante Alighieri morì in esilio a Ravenna, quindi perché un articolo su Dante oggi? L'anno scorso, il 25 marzo è stato introdotto come Dante Day in Italia. Il più grande poeta italiano deve essere commemorato in questa data ogni anno. Perché il 25 marzo? In questo giorno, un Venerdì Santo dell'anno 1300, si dice che abbia iniziato il suo viaggio attraverso l'inferno, il purgatorio e il paradiso.

Dante ama giocare con i numeri. La sua grande opera, la "Divina Commedia", inizia con le parole: "Nel mezzo del cammino di nostra vita, mi ritrovai in una selva oscura, che la diritta via era smarrita". Poiché una data di nascita non è stata registrata, si è concluso presto da queste informazioni che Dante è nato nel 1265. È stata tramandata una data di battesimo, un Sabato Santo, il 26 marzo. L'Italia lo loda come uno di coloro che hanno portato la lingua nazionale ai vertici della grande letteratura. In un certo senso, Dante ha creato la lingua necessaria per il suo lavoro. Questa lingua è diventata quella dei suoi lettori e poi quella italiana".

Troppo difficile
Tuttavia - spiega il giornale - la lingua della commedia non è facile né immediatamente comprensibile anche agli italiani: ora, aggiunge, non si dice più, ma sino a qualche decennio fa era evidente: "Qualsiasi bambino nelle scuole italiane sapeva di non capire Dante. Doveva decifrare i suoi testi. La Divina Commedia - e non solo le edizioni scolastiche - erano costellate di note che non solo spiegavano le singole parole, ma aiutavano anche i lettori moderni a orientarsi attraverso la sintassi di Dante. Ed era italiano, non latino".

La poesia provenzale e Beatrice
Nel lungo articolo, il giornale tedesco mette in evidenza il debito di Dante e degli altri autori italiani del periodo con la poesia provenzale. "In Italia, in vista dei modelli provenzali, i testi in lingua madre erano inizialmente poesie d'amore. Come i trovatori, anche i poeti italiani cantavano donne immaginarie o reali, le sollevavano in paradiso e le inondavano di metafore. Nient'altro accade nella "Divina Commedia" di Dante. Non abbiamo idea se Beatrice, cantata dall'autore, sia mai esistita. Ma sappiamo che - come i suoi modelli - era molto importante per lui, oltre allo sviluppo di tutte le arti dell'eloquenza, creare un calore di sensazioni che portasse il destinatario immaginato, ma soprattutto i lettori,  lontano. Si tende a trascurare un'importante differenza: i trovatori erano cantanti pop, dei cui capolavori è sopravvissuto solo il testo, ma Dante mirava a ottenere lo stesso effetto - senza musica. Si è sempre sentito in competizione. Voleva superarlo. L'impossibile era il suo elemento".

Il viaggio di Maometto in paradiso
L'articolo poi torna a sollevare una questione molto dibattuta dalla critica dantesca, ovvero la possibile conoscenza da parte dell'Alighieri di una sorta di 'antenato' islamico del suo viaggio tra Inferno, Purgatorio e Paradiso: "Nella tradizione musulmana c'è il racconto del viaggio di Maometto in paradiso. Questo testo non risulta tradotto in latino o in italiano ai tempi di Dante. L'arabista spagnolo Miguel Asin Palacios pubblicò un ampio studio nel 1919 in cui sosteneva che Dante conosceva e usava il vecchio testo arabo. La maggior parte dei dantisti considera questa tesi impossibile anche perché metterebbe in discussione l'unicità di Dante. Ma faresti un'ingiustizia a Dante se sottovalutassi le sue ambizioni competitive. Così come ha fatto sembrare vecchia la poesia provenzale, così avrebbe potuto sognare di superare l'ascensione musulmana con quella cristiana".

Shakespeare era più moderno
Nell'analisi della Divina Commedia pubblicata dalla Frankfurter Rundschau anche un paragone tra l'opera di Dante Alighieri e quella di Shakespeare. L'autore sottolinea criticamente "il piacere di giudicare e condannare" dell'autore fiorentino. "L'amoralità di Shakespeare, la sua descrizione di ciò che è, ci sembra anni luce più moderna dello sforzo di Dante di avere un'opinione su tutto, di trascinare tutto davanti al giudizio della sua morale. Tutta questa gigantesca opera è lì solo per permettere al poeta di anticipare il Giudizio Universale, di fare il lavoro di Dio" e di dividere il buono dal cattivo, conclude il giornalista. 

La replica del dantista Enrico Malato
"Si tratta di sciocchezze, di  affermazioni gratuite e senza fondamento storico. La lingua italiana  non esisteva quando Dante ha cominciato a scrivere. Lui scriveva in volgare fiorentino e lo ha così raffinato che poi è diventata la lingua della letteratura italiana di ogni regione e quindi nel corso dei secoli adottata come lingua dell'intera penisola. Il prestigio della Divina Commedia ha imposto la propria lingua a tutta l'Italia".  Lo ha detto all'Adnkronos Enrico Malato, professore emerito di letteratura italiana dell'Università "Federico II" di Napoli,  presidente del Centro Pio Rajna, presidente della Commissione  scientifica dell'Edizione Nazionale dei Commenti danteschi e  coordinatore della "Nuova Edizione commentata delle Opere di Dante", replicando all'articolo del giornale tedesco "Frankfurter Rundschau".       

"La maggior parte delle lingue europee si sono imposte per conquista  del potere, l'italiano di Dante si è imposto per il prestigio di un'opera letteraria ed è stato il primo caso in Europa", ha aggiunto Malato.