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EUROPA

L'intervista

Daniela Pompei, Comunità di Sant'Egidio: l'arrivo del papa a Cipro è una spinta per tutti

Abbiamo incontrato, in collegamento telefonico da Cipro, Daniela Pompei, vicepresidente e coordinatrice internazionale dei Corridoi Umanitari della Comunità di Sant’Egidio

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Può darmi un quadro generale sulla situazione che sta incontrando papa Francesco in Cipro e Grecia?
Il fatto che papa Francesco incontrerà cristiani e ortodossi nei due paesi penso che sia già un gesto significativo, ecumenico e molto importante. Qui ci sono molti migranti che sono inseriti e lavorano a Cipro: è molto bello vedere le chiese cattoliche piene di cittadini stranieri. Mentre nella parte Nord di Cipro negli ultimi anni stanno arrivando molti immigrati provenienti dai paesi africani, spesso via mare, dalla Siria o dal Libano, che chiedono asilo.

Cosa si aspettano il popolo greco e cipriota da questa visita?
L’attesa è molto grande e festosa, anche da parte delle autorità civili; addirittura i tassisti quando vedono noi operatori sono molto contenti, e lo sono altrettanto per la visita di papa Francesco. I cattolici non vedono l’ora di ascoltarlo, di sentire parole di speranza e anche parole che, per certi aspetti, chiedono una conversione. È la realizzazione dell’enciclica “Fratelli tutti”. I cattolici in questi due paesi sono in minoranza, ma tutte le confessioni convivono pacificamente nel rispetto delle loro differenze. Papa Francesco viene guardato con molto rispetto, lo dimostra il fatto che sia stato invitato non solo dalle autorità civili. Probabilmente la gente si aspetta da lui un messaggio che possa toccare problemi antichi legati alla Turchia nei confronti dei due paesi, ci sarà anche un discorso ecumenico. Insomma, l’arrivo del papa è una spinta per tutti.

Ma come si manifesta nella vita quotidiana il dialogo tra cattolici e ortodossi?
C’è un dialogo che parte dal basso, da uno spirito di fraternità che raggruppa tutti. Durante l’estate la comunità di Sant’Egidio è stata a Lesbo con una presenza di più di 250 volontari impegnati nel campo profughi, provenienti da tutti i paesi dell’Unione Europea. Quest’anno c’è stato un tratto molto significativo nell’Isola. Abbiamo pregato intensamente insieme agli ortodossi e ai vescovi, all’aperto, proprio nel posto dove approdò San Paolo secoli fa, per la memoria dei profughi morti nella fuga in mare e dei rifugiati che hanno tentato di arrivare dalla Turchia verso la Grecia in questi ultimi anni. Anche gli ortodossi vengono a darci una mano. È nella Carità dove si può ritrovare il dialogo insieme.

In questo momento storico il rapporto tra questi due paesi e la Turchia non sono eccellenti. Secondo Lei che messaggio vuole dare con la sua presenza il Santo Padre?
Penso che la presenza del Papa in questi due paesi indichi la via dell’incontro e del dialogo, con l’auspicio di trovare soluzioni ai problemi che evidentemente esistono. A Cipro colpisce certamente la divisione causata dalla presenza del muro che divide il paese dal 1974. Purtroppo in Europa i muri sono aumentati, soprattutto verso chi chiede aiuto e rifugio. Papa Francesco con il suo messaggio viene a rinsaldare fortemente i legami di fraternità e umanità. C’è un valore anche ecumenico a partire dal servizio ai sofferenti, e la preghiera è un modo per ritrovarsi insieme.

Che messaggio vuole dare papa Francesco all’Europa e al mondo intero con la visita che farà ai rifugiati e profughi a Lesbo?
Bisogna essere vicini, presenti in questi luoghi della sofferenza. La sola presenza del papa nei posti della sofferenza aiuta anche tanti cristiani, e non solo, a dire che è possibile essere vicini alle persone che soffrono più di noi. Papa Francesco è stato a Lesbo già nel 2016; il messaggio è che non si è dimenticato di loro, di queste persone, di questi popoli, di questi luoghi e quindi vuole ritornare anche per un problema affettivo, vuole visitare i suoi figli stare accanto a loro soprattutto in momenti così difficili, toccando le piaghe di un’umanità ferita; vuole dire anche al mondo intero che è necessario stare vicino a questa gente, per pregare e per fare, dove è possibile, qualcosa. Vuole che ci sia più attenzione da parte degli Stati, dei governi, dei popoli verso gli ultimi di questa terra.

La comunità di Sant’Egidio è presente nei luoghi della sofferenza. Come agite nell'ambito dei corridoi umanitari?
A Cipro siamo venuti a partire dall’aumento degli immigrati in questi ultimi anni. Nell’Isola di Lesbo siamo arrivati nel 2016 con il Papa e non l’abbiamo mai più abbandonata. Abbiamo aperto dei corridoi umanitari. Ieri è arrivato un programma di ricollocazione dalla Grecia verso l’Italia con 46 profughi. Il senso del corridoio umanitario è quello di trovare una via legale, cioè un ingresso programmato e in tutela, con numeri che è possibile gestire, con un percorso di integrazione che inizia al momento dell’arrivo in aeroporto. Sono convinta che i governi e gli Stati potrebbero trovare delle soluzioni, fare molto di più, applicando delle politiche serie d’ingresso. Questo è molto importante.

A volte non viene capito l’arrivo dei nuovi profughi a casa nostra. Cosa c’è che non va?
Penso che sia un problema di conoscenza reale delle persone e di paura verso ciò che non si conosce. Loro sono uomini, donne e bambini che fuggono dalle guerre portando con sé ferite sofferenze molto forti. Dobbiamo cominciare a parlare diversamente di loro, sono persone normali come noi, dobbiamo avere più rispetto, sono persone che vivono nel campo profughi, ma sono persone piene di dignità. Le disgrazie da cui sono afflitti potrebbero accadere ad ognuno di noi. Non dobbiamo dimenticare le guerre che abbiamo avuto anche in Europa, nell’Ex Jugoslavia. A scappare sono dottori, professionisti, studenti che si trovano da un momento all’altro a dover fuggire. Bisogna avere in qualche modo un atteggiamento di comprensione e di empatia. Dobbiamo continuare a parlarne, e a far conoscere queste persone, nella vera dimensione di chi arriva tra di noi. Arrivare in aeroporto e arrivare via mare fuggendo, con la disperazione che questo comporta, non possiamo dire che sia la stessa cosa.