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MONDO

Le preoccupazioni mondiali per il conflitto

Etiopia: i ribelli del Fronte di liberazione Oromo: "Siamo a 40 km dalla capitale"

Secondo  alcune stime in un anno di guerra i morti sono stati migliaia. Oltre due milioni gli sfollati e 400mila le persone, solo nel Tigray, messe a rischio da una carestia

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Jaal Maroo, comandante dell'Oromo liberation army (Ola) - formazione armata alleata del Fronte popolare di liberazione del Tigray - ha avvertito che le sue truppe sono "a solo 40 chilometri" da Addis Abeba, la capitale dell'Etiopia, e ha previsto che la guerra civile nel Paese finirà "molto presto". "Ci stiamo preparando per un altro attacco. Il governo sta solo cercando di guadagnare tempo", ha dichiarato Maroo. Il governo ha negato il quadro disegnato dal comandante dell'Ola, ma ha ordinato ad Addis Abeba di prepararsi alla difesa della città.

Nella capitale sono in corso arresti preventivi di simpatizzanti dei ribelli; questi a ogni modo ci penseranno due volte prima di tentare l'assalto di Addis Abeba, "perché sono malvisti e perché la popolazione urbana è due volte quella della regione del Tigray": a parlare con l'agenzia Dire sono fonti locali. Ieri decine di migliaia di persone, centomila secondo alcune stime, hanno partecipato a cortei e dimostrazioni per esprimere il proprio sostegno al governo federale guidato da Abiy Ahmed. Il primo ministro, in carica dal 2018, insignito del Nobel per la pace per l'accordo di riconciliazione siglato con l'Eritrea dopo 20 anni di tensioni e conflitti, vive il suo momento più difficile.



 "Sono profondamente addolorato per tutto quello che sta avvenendo nella regione del Tigray e nelle regioni accanto Amhara e Afar, anche se un in tutto il Paese si stanno registrando disordini da almeno un anno, ora degenerati in modo drammatico". Così il vescovo Seyoum Fransua Noel, vicario apostolico di Hosanna (cittadina nel Sud del paese), e direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Etiopia. "Quando c'è un conflitto, le vittime sono i poveri, è necessario che ci sia un dialogo tra le parti per ristabilire un equilibrio sociale. La guerra è inutile, la gente sta soffrendo molto, occorre cercare la pace e la sicurezza", sottolinea all'Agenzia Fides.



Le milizie del Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf) hanno assunto la settimana scorsa il controllo di Dessie e Kombolcha, due città ritenute strategiche a circa 300 chilometri di distanza da Addis Abeba. Secondo le fonti della Dire, nella capitale la situazione resta nel complesso tranquilla. "Non c'è alcuna corsa ad approvvigionarsi di benzina o beni essenziali" riferiscono. "La preoccupazione maggiore non riguarda l'assalto, che a oggi non sembra imminente, quanto piuttosto la presa di Kombolcha e il rischio che i ribelli taglino i collegamenti tra Addis Abeba e Gibuti, porto strategico sul Mar Rosso che garantisce all'Etiopia l'accesso ai mercati internazionali".   

La tesi è che il Tplf, un partito radicato in una regione del nord al confine con l'Eritrea, abbia lasciato un ricordo negativo nella capitale. "Dopo essere stati disprezzati e marginalizzati ai tempi del colonialismo italiano e aver lottato contro il regime di Menghistu Hailé Mariam, i tigrini hanno esercitato il potere per quasi 30 anni con il primo ministro Meles Zenawi" ricordano le fonti: "Per la loro durezza e arroganza, unite a una gestione partigiana della cosa pubblica, si sono fatti odiare; da perseguitati sono diventati a loro volta persecutori".   

Durante le manifestazioni di ieri sono stati esposti striscioni e intonati slogan in favore dell'unità dell'Etiopia e contro l'offensiva del Tplf e di suoi nuovi alleati, come l'Esercito di liberazione Oromo (Ola). Contestata però anche la copertura del conflitto, cominciato un anno fa, da parte di alcuni media internazionali. Stando ai dimostranti, ad esempio, l'emittente americana Cnn avrebbe dato conto quasi soltanto delle motivazioni del Fronte di liberazione popolare del Tigray. Secondo le fonti ad Addis Abeba, "se il Tplf cercasse di entrare nella capitale rischierebbe di subire una controffensiva da parte dell'Eritrea, che è in grado di occupare il capoluogo tigrino Macallè".   

Sabato, 16 Paesi hanno rivolto un appello in favore di una tregua: Australia, Belgio, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Islanda, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Stati Uniti e Svezia. Secondo stime rilanciate dalle Nazioni Unite, in un anno di guerra i morti sono stati migliaia. Oltre due milioni gli sfollati e 400mila le persone, solo nel Tigray, messe a rischio da una carestia.