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MONDO

Hong Kong, 20 anni fa la riconsegna alla Cina: oggi proteste per la democrazia contro Xi Jinping

Fuochi d'artificio e grida di protesta. Cinese mandarino e cantonese. Xi Jinping e i manifestanti pro-democrazia. Per il ventesimo anniversario della riconsegna di Hong Kong alla Cina sono sempre più evidenti le fratture tra Pechino e una parte consistente della popolazione. 

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Tre anni dopo le proteste di massa che per settimane avevano paralizzato Hong Kong e per la prima volta da quando ha assunto la carica di presidente cinese nel 2013, Xi Jinping decide di visitare l'ex colonia britannica per il 20esimo anniversario dell'handover (la restituzione alla Cina, il 1 luglio 1997). Il clima che si respira è quello dei due sistemi che si dichiarano reciprocamente guerra. Da un lato le celebrazioni ufficiali, le parole durissime di Xi - "Chi sfida il potere di Pechino a Hong Kong oltrepassa la linea rossa" - e il giuramento della nuova chief executive Carrie Lam in mandarino (non nel locale cantonese). Dall'altro le proteste di piazza, gli scontri tra attivisti pro-democrazia e sostenitori di Pechino e 9 arresti tra cui Joshua Wong, il leader 20enne della protesta degli ombrelli. 

La cerimonia ufficiale e il discorso di Xi: giù le mani da Hong Kong
Carrie Lam, il nuovo chief executive di Hong Kong - la prima donna a ricoprire la carica - prende servizio oggi, insieme al suo governo. Il giuramento è avvenuto al Centro Congressi, alla presenza di Xi Jinping, in cinese mandarino e non in cantonese di Hong Kong. Lam, cattolicissima, era stata eletta a marzo. O meglio, selezionata: hanno votato per lei 777 membri dei 1194 delegati del comitato elettorale a loro volta selezionati dalla Cina. Era la candidata della Cina, oggi è la leader della Special Administrative Region così diversa dalla madrepatria. Xi ha pronunciato un discorso in cui ha sottolineato che Hong Kong gode di più libertà di prima e ha bollato come "inammissibili" i tentativi di mettere in discussione l'autorità di Pechino sulla città. La cerimonia, completamente in interni, doveva comprendere anche un'alzabandiera all'apero ma, per evitare incursioni e proteste, Xi ha scelto di annullarla. 

Le proteste per la democrazia 
Poco lontano, gli scontri. Da un lato della barricata gli attivisti per la democrazia, dall'altro i sostenitori di Pechino. I manifestanti erano scesi in piazza nel quartiere di Wanchai per chiedere maggiori diritti di voto a Hong Kong. Diverse persone sono state arrestate, fra cui cinque membri del partito Demosisto e quattro della Lega dei social democratici, fra cui Joshua Wong, il leader della protesta degli ombrelli, unico ammanettato, hanno raccontato alcuni testimoni. Secondo altre testimonianze, gli scontri sono cominciati quando qualcuno ha stracciato uno dei manifesti di Demosisto, ci sono stati vari minuti di tensione e caos fino a quando la polizia non ha arrestato i 9 attivisti, portati via con le camionette.




Pochi giorni fa altri arresti. L'accusa: fermati per evitare altri cortei 
Alcuni di loro erano stati arrestati pochi giorni fa durante un'altra protesta e trattenuti per 33 ore. E' da loro che parte l'accusa di un rilascio tardivo in modo da evitare che convocassero nuove
manifestazioni.

Le parole di Boris Johnson e lo scontro con l'ex potenza coloniale
Con un comunicato Boris Johnson ha scatenato le ire di Pechino: "La Gran Bretagna spera che Hong Kong farà ulteriori progressi verso un sistema di governo completamente democratico", ha scritto il ministro degli Esteri britannico. Parole "scorrette e fuori luogo" ha replicato duramente il portavoce del ministro degli Esteri cinese ribadendo che Hong Kong è una regione amministrativa speciale della Cina e tutto ciò che la riguarda sono affari interni. Dall'altra parte della barricata invece ci sono i leader delle proteste democratiche, che all'ex potenza coloniale guardano sperano di ricevere supporto nella loro lotta. Avery Ng, leader del partito prodemocrazia LSD ha detto al Guardian che la Cina sta umiliando la Gran Bretagna perchè non rispetta il trattato firmato da entrambi, e la invita a farlo rispettare (la sua citazione esatta: “I believe the UK government has legal, moral and political responsibility to come out and say the right thing. It is not just the Chinese government humiliating the people of Hong Kong but it is that Xi Jinping is humiliating the UK government"). 

20 anni fa l'handover alla Cina
Il primo luglio del 1997, allo scoccare della mezzanotte, i soldati dell'Esercito Popolare di Liberazione hanno segnato il ritorno alla madrepatria di Hong Kong, perso nel 1842 con il Trattato di Nanchino, dopo la Prima Guerra dell'Oppio. Allora solo l'isola di Hong Kong divenne colonia inglese, poi il dominio si estese anche alla penisola di Kowloon nel 1860 mentre l'entroterra, i cosiddetti Nuovi Territori, furono concessi alla Gran Bretagna solo per un periodo di 99 anni. Negli anni 80 alla richiesra di Londra di rinnovare la concessione, partono invece le trattative per la riconsegna a Pechino. Erano gli anni di Deng Xiaoping - l'uomo del famoso "arricchirsi è glorioso" - che nel recupero della colonia vedeva un'occasione economica unica. La svolta arriva nel 1984: Londra e Pechino firmano la Dichiarazione Congiunta: Hong Kong doveva passare alla Cina dalla mezzanotte del primo luglio del 1997. Secondo il principio "Un Paese, Due Sistemi",  sarebbe diventata una Regione Amministrativa Speciale (SAR) , mantenendo l'autonomia del proprio sistema economico, monetario e politico per i cinquant'anni successivi alla restituzione. A Pechino invece sarebbe passata ala festione di difesa e politica estera. Vent'anni fa, alla presenza del principe Carlo, di Tony Blair (appena eletto premier) e dell'ultimo governatore Chris Patten, hanno salutato l'ex colonia.