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ITALIA

Manifestazione in vista del giorno della Memoria

Shoah, Segre agli studenti di Milano: "Era prigioniero il mio corpo, mai la mia mente"

Toccante incontro della senatrice a vita sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti con i giovani di Milano. Proprio ai giovani ha rivolto un appello: "Difendete la libertà di pensiero"

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"Il mio corpo è stato prigioniero, ma la mia mente ha sempre volato. Quella non avevano potuto tenerla prigioniera: io ho sempre pensato con la mia testa". Così la senatrice a vita, Liliana Segre, ha raccontato la deportazione nei campi di concentramento a una platea di studenti milanesi nel Teatro degli Arcimboldi a Milano.

Centinaia di studenti hanno accolto con grande calore la senatrice a vita Liliana Segre. Lei, sopravvissuta al campo di sterminio nazista di Auschwitz, ha parlato agli studenti in vista del Giorno della Memoria in programma il 27 gennaio. All'incontro ha preso parte la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina, in una delle prime uscite pubbliche nel nuovo ruolo.

Ai giovani ha rivolto un appello: "E' la libertà di pensiero che dovete difendere", contro quell'indifferenza che invece regnò in Europa durante la Shoah: "Non ci fu nemmeno un ferroviere a domandarsi come mai quei treni partivano pieni e tornavano vuoti. "Anche gli Alleati - ha detto ancora la senatrice a vita - non bombardarono le ferrovie, le fabbriche e men che meno i campi di concentramento. Nessuno si occupò di noi e nessuno accetto di sapere la verità di quei campi. Nemmeno quando qualcuno riuscì a scappare e a parlare col primo ministro inglese Churchill per raccontare che cosa stava avvenendo in Europa".

Finita la guerra "vidi quelle persone che avevo così tanto temuto buttare via le divise con cui ci avevano spaventato. Anzi con cui avevano spaventato gli eserciti di tutta Europa. Senza i russi e gli americani avrebbero vinto tutto", ha fatto notare ancora Segre. Sottolineando che "sono stati i partigiani ad aiutare a ritrovare la libertà".

Liliana Segre è poi arrivata a parlare del momento in cui le porte del campo di concentramento in cui fu prigioniera, Ravensbruck, "si aprirono". "Oggi per noi è scontato andare dove vogliamo ma quel giorno arrivò l'ordine di uscire dal campo. E noi, debolissime, non sopportavamo nemmeno la gioia". Nonostante questo "mi resi conto era un momento eccezionale: la storia stava cambiando". In quel momento vidi il mio carceriere, il capo di quell'ultimo campo mettersi in mutande e tornare a casa, padre amoroso quale sarà sicuramente stato. Io mi ero nutrita di odio e di vendetta. Ma non raccolsi quella pistola e diventai quella donna libera e di pace che sono anche adesso".