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MONDO

Il conflitto in Libia

​Le milizie del Gna stanno riprendendo il controllo di Sirte

La proposta di tregua lanciata ieri dall’Egitto, sembra l’ultimo tassello di una strategia internazionale che punta alla soluzione definitiva del conflitto ma il portavoce dell’esercito libico Mohammed Gununu dichiara che l’avanzata di Tripoli non si ferma

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Le milizie del Gna stanno riprendendo il controllo di Sirte, il cui porto, 450 chilometri a est di Tripoli, è strategico per l’industria petrolifera del paese. L’esercito della Cirenaica, Lna, dopo aver improvvisamente smobilitato l’assedio alla capitale, altrettanto velocemente si ritira dalle posizioni conquistate a gennaio, quando Haftar annunciava l’imminente, definitiva caduta dell’avversario.

Insieme all’intera Tripolitania, dunque, stanno tornando sotto il controllo di Al Serraji snodi cruciali per far ripartire la produzione e l’export di gas e petrolio. Pozzi, oleodotti e terminal petroliferi sono infatti paralizzati da cinque mesi, con danni per l’economia libica che la National Oil Corporation di Tripoli stima in oltre 5 miliardi di dollari.

L’ingresso della Turchia nel conflitto ha permesso a Tripoli di riprendere forza sul terreno, ma non è ancora chiaro se Haftar è definitivamente in rotta, come sostiene Al Serraji, o se invece arretra per favorire la trattativa di pace, come afferma il portavoce dell’Lna, Al Mismari.

E’ un fatto che le trattative avviate dopo la tregua di Mosca e la Conferenza di Berlino, a gennaio, erano fallite proprio perché il Gna poneva come condizione che l’esercito della Cirenaica si ritirasse da tutta la Tripolitania. Ed è vero anche che nelle ultime settimane si sono fatti frenetici i contatti diplomatici tra i paesi maggiormente interessati alla crisi libica, così come le pressioni su Haftar e Al Serraji per deporre le armi e avviare il dialogo. Martedì, del resto, c’era già stato un segnale, con l’ok ufficiale di Tripoli e Bengasi per la ripresa dei colloqui nelle commissioni “tecniche”, costituite dopo Berlino per discutere i futuri assetti militari, economici e politici del paese.
 
La proposta di tregua lanciata ieri dall’Egitto, sembra l’ultimo tassello di una strategia internazionale che punta alla soluzione definitiva del conflitto.

Non a caso ieri il presidente egiziano Al Sisi, ha annunciato la sua road map per la pace dopo aver incontrato Haftar, che ha subito aderito. L’ipotesi prevede la tregua a partire dalle 6 di domani, con l’immediato ritiro di tutte le forze straniere e la collaborazione politica, economica e militare tra le due fazioni. Questo sarebbe il primo passo per avviare la ricostruzione di una Libia unitaria, chiamando i libici alle urne, sotto la supervisione dell’Onu, per eleggere un Consiglio presidenziale che rappresenti equamente Tripolitania, Fezzan e Cirenaica.

Aquila Saleh, presidente del parlamento di Tobruk, ha già detto sì.  Ma il capo dell'Alto Consiglio di Stato libico Khalid al-Mishri, respinge il piano egiziano: “Haftar deve solo arrendersi e farsi processare per i suoi crimini”, dice. E il portavoce dell’esercito libico Mohammed Gununu dichiara che l’avanzata di Tripoli non si ferma: “Non abbiamo iniziato noi la guerra, ma la finiremo”. La Turchia, con il portavoce del Ministero degli Esteri, Hami Aksoy, dice che continuerà a sostenere Al Serraji “nel rispetto delle risoluzioni Onu”, che però sono esattamente le stesse a cui fa riferimento la proposta di Al Sisi.
 
L’Ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli, in un tweet, “Accoglie con favore lo sforzo egiziano e chiede a tutte le parti di aderire al cessate il fuoco e tornare ai negoziati politici coordinati dalle Nazioni Unite". Anche la Russia, con il vice ministro degli esteri Mikhail Bogdanov, definisce l’iniziativa egiziana “solida base per un serio processo politico”. Apprezzamento per il piano del Cairo arriva dagli Emirati Arabi, forti alleati di Haftar, e da Arabia Saudita, Bahrein e Giordania.
 
L’Egitto in queste ore preme su Europa e Nazioni Unite affinchè convincano Erdogan a ritirare le sue truppe e favorire un percorso di pace. Il Cairo ha più volte sottolineato, a gran voce, che considera la presenza di forze straniere in Libia “una minaccia per la propria sicurezza nazionale” e da mesi ha dispiegato parte del suo vasto apparato militare lungo i propri confini occidentali.
 
Sarà chiaro solo nelle prossime ore se l’iniziativa di pace del Cairo è isolata e arriva fuori tempo massimo, o se si inquadra in un piano diplomatico internazionale davvero capace di avviare una soluzione pacifica del conflitto.