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ITALIA

Colleferro

Omicidio Willy Monteiro: dichiarazioni in Aula, parlano i quattro imputati

Nell'aula del Tribunale oggi è di scena la dolorosa ricostruzione dell'accaduto dal punto di vista degli accusati

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Gabriele Bianchi (Ansa)
Nell'aula della Corte di Assise del Tribunale di Frosinone, nel corso di una nuova udienza del processo, si ripercorrono i tragici minuti che hanno portato all'omicidio di Willy Monteiro Duarte, il 21enne ucciso a Colleferro la notte tra il 5 e il 6 settembre dello scorso anno durante un pestaggio. In aula tutti e quattro gli imputati, nelle celle di sicurezza. Presenti ancvhe la mamma e la sorella della vittima.

Al loro arrivo, l'abbraccio dei fratelli Marco e Gabriele Bianchi, seduti uno accanto all'altro, vicino ai due Mario Pincarelli. Scortato dagli agenti della polizia penitenziaria, invece, Francesco Belleggia, unico ai domiciliari.

Nell'aula del Tribunale oggi è di scena la dolorosa ricostruzione dell'accaduto.

La ricostruzione di Marco Bianchi
Il primo a parlare è stato Marco Bianchi: "La sera dei fatti ero al ristorante con mio fratello, che lì lavorava, e con i miei amici. Poi io ho deciso di andare a bere una cosa a Colleferro, io, mio fratello Gabriele, Vittorio Tondinelli, Omar Sahbani e Michele Cerquozzi. Guidavo io il Q7, era circa mezzanotte. Siamo andati al 'Due di picche' e lì abbiamo bevuto: abbiamo incontrato Francesco Belleggia e Mario Pincarelli intorno all'una. Da lì siamo usciti, ho incontrato una mia amica, abbiamo parlato del più e del meno e siamo andati a farci un giro con lei, Gabriele, Vittorio e le altre due ragazze amiche".

E' il racconto che Marco Bianchi, tra i quattro imputati per l'omicidio di Willy Monteiro Duarte, fa al pm Giovanni Taglialatela in aula. "Michele e Omar ci aspettavano nella piazza dei locali, a Colleferro, quando più volte hanno chiamato per dirci che c'era una lite sono tornato con mio fratello, Vittorio e le tre ragazze in macchina con noi. Ma assolutamente non correvo, come è stato detto. Quando siamo arrivati nella piazza della movida ho visto la folla di gente accalcata nei giardinetti. Mi sono "impanicato", ero agitato. C'erano delle persone, ma andavo a 15/20 km orari al massimo. Ho spento la macchina e sono sceso tranquillamente, come tutti gli altri, mi sono avvicinato cercando i miei amici, Omar e Michele. Quando sono arrivato c'era tanta gente, mi sono permesso di spingerli non di picchiarli. Se li avessi picchiati perché non sono andati a farsi refertare in ospedale?".

Il 25enne di Artena, campione di Mma, è il primo a rendere esame nell'aula della Corte di Assise del Tribunale di Frosinone dove è in corso l'udienza del processo per l'omicidio del 21enne. Del suo atteggiamento spavaldo, da lottatore con la reputazione del violento, non c'è più nulla. Chiede scusa al pubblico ministero, chiede il permesso di parlare, di alzarsi per indicare gli spostamenti di quella notte sulla mappa. "Ho visto Omar e accanto a lui Willy, che non conoscevo. Da agitato, impanicato, l'ho spinto e gli ho dato un calcio al fianco sinistro. Lui è caduto, ma non ha sbattuto contro la macchina. Omar mi ha fermato dicendo che non c'entravano nulla, mi ha detto di andarcene. Ho visto Willy rialzarsi subito. Conosco le conseguenze di un calcio frontale, se gli avessi dato un colpo al petto avrei ammesso la mia responsabilità. Ho dato un calcio a Willy, ma l'ho preso sul fianco sinistro, qui - indica in piedi al pm - non sul petto".

"Ero un semplice ragazzo, lavoravo al bar di mio fratello, ho sempre praticato il mio sport, la disciplina dell'Mma - continua Marco Bianchi -, da quando avevo 9 anni. Una passione di famiglia, visto che il maestro era mio zio, e che volevo fare come lavoro. Una semplice vita la mia, tra casa, amici e palestra".  "Prima di iniziare a lavorare al ristorante mi arrangiavo ma in nero, ho sempre lavorato. Lo sport che praticavo - racconta al pm Giovanni Taglialatela - è uno sport come tutti gli altri, con delle regole. Mi chiamavano 'Maldito il maledetto', ma senza un significato preciso, ero un nome come tanti".  

"Siamo stati fatti passare per mostri, si parlava solo dei fratelli Bianchi. Qualsiasi cosa dicevamo venivamo attaccati". In questa vicenda "è morto un ragazzo, ma se lo avessi colpito in modo grave non me ne sarei mai andato, lasciandolo lì. Se avessi sbagliato non avrei problemi ad ammetterlo". "Ho detto la verità, ma non sono stato creduto. Belleggia (altro imputato ndr) non dice la verità è dovrebbe assumersi le sue responsabilità".

"Quando siamo risaliti in macchina siamo tornati verso il ristorante di mio fratello, Belleggia si è intrufolato in auto, Pincarelli non è salito con noi. Omar (Sahbani, ndr) accusava e insultava Belleggia per aver colpito quel ragazzo senza motivo. Quando siamo arrivati ad Artena ho detto a tutti di prendersi le proprie responsabilità".

"Omar era arrabbiato anche con Pincarelli per la discussione avuta precedentemente al locale 'Due di picche'. Mario (Pincarelli, ndr) secondo quando diceva Omar - continua Marco Bianchi - ha colpito Willy con due colpi precisi, uno quando era in piedi l'altro quando era a terra, anche con tre, quattro colpi sul petto".

Gabriele Bianchi
Poi è stata la volta della deposizione di Gabriele Bianchi: "Aspetto questo momento da un anno e due mesi, non vedo l'ora di rispondere a tutte le domande" è stato l'incipit della sua deposizione.

"Francesco Belleggia gli ha dato un calcio al collo mentre Willy era a terra, senza pietà. Da infame. Gabriele e Marco Bianchi una cosa del genere non l'avrebbero mai fatta. Sono vicino al dolore dei familiari di Willy perché anche io ho un figlio. Il fatto che Belleggia sia ai domiciliari mi provoca una grande rabbia. Io lo so per certo che non aveva intenzione di uccidere Willy ma lui deve dire la verità. Io per dormire devo prendere tranquillanti e ringrazio gli psicologi del carcere". 

"Siamo stati accusati dalla feccia di Colleferro che, davanti alle telecamere, ha parlato male di noi, dandoci dei mostri senza nemmeno conoscerci". Lo dice in aula Gabriele Bianch. "Perfino i nostri amici sono stati influenzati dalla situazione mediatica, alcuni manipolati da genitori preoccupati che potessero finire nei guai. In parte posso capirli, so che sono stati minacciati solo per essere nostri amici".

"Non ho colpito Willy, ma ho spinto e dato un calcio al petto a Samuele Cenciarelli. Me ne vergogno, e chiedo scusa a lui e alla sua famiglia. Ma quando sono arrivato e ho visto che guardava fisso Omar e mio fratello, temendo potesse colpirli, gli ho sferrato un calcio al petto, facendolo finire contro una macchina". Lo dice ancora Gabriele Bianchi.

"Cenciarelli ha indietreggiato, non ha risposto al colpo e anzi ha detto che non c'entrava niente - ha poi aggiunto -. A quel punto mi sono bloccato e ho realizzato che non avrebbe colpito Omar o mio fratello, ho capito che avevo sbagliato. Michele (Cerquozzi, ndr) mi ha strattonato afferrandomi alle spalle per la camicia, urlava di smettere e mi sono vergognato di avergli dato il calcio".

Mario Pincarelli
"Non ho visto nessun colpo, quando stavo per andarmene mi hanno dato una spinta e sono finito a terra. Accanto a me c'era un ragazzo che però non conoscevo, gli ho dato due pizze all'altezza del cappuccio della felpa. A questo mi riferivo quando venni intercettato, dissi che mi sono rovinato per due pizze".

Mario Pincarelli, coimputato insieme ai fratelli Bianchi e a Marco Belleggia nel processo per l'omicidio di Willy Monteiro Duarte, non ha dato consenso a rendere esame nell'aula della Corte di Assise del Tribunale di Frosinone ma ha reso dichiarazioni spontanee per chiarire la sua posizione. "Quella sera ero ubriaco - continua - ricordo di aver visto i fratelli Bianchi andare via, io me ne sono andato con il mio amico, ma mi sono fermato per andare al locale del fratello dei Bianchi, vedendoli lì, per smaltire un po' l'alcol. Omar era arrabbiato con me. Sentivo Gabriele e Marco dire più volte a Belleggia di prendersi le responsabilità del calcio, lui era preoccupato, io stavo tranquillo". 

"Quando i carabinieri sono arrivati, hanno parlato con Gabriele e Marco, a me nessuno ha detto di andare in caserma quindi sono andato a casa. Poco dopo mi ha telefonato Belleggia - prosegue Pincarelli - mi ha detto di andare. A quel punto ho detto che la responsabilità di un calcio me la sarei presa io, se era per quello che eravamo lì. Io volevo solo andarmene a casa. Non immaginavo assolutamente cosa in realtà fosse successo". E conclude: "Mi dispiace molto per la famiglia di Willy, nessuno voleva uccidere".

Francesco Belleggia
"Non ho mai colpito Willy. Marco Bianchi lo ha colpito più volte con una scarica di pugni, anche dopo che si era rialzato". È quanto afferma Francesco Belleggia, imputato nel processo per la morte del 21enne avvenuta nel corso di un pestaggio a Colleferro nel settembre del 2020, davanti alla Corte d'Assise di Frosinone.

"Non ci siamo confrontati dopo i fatti, ma ricordo bene che in macchina Marco disse: 'comunque, regà, quel ragazzo è andato in coma". "Ci disse poi di dire che loro non erano scesi proprio dalla macchina, che erano solo venuti a prenderci. Ribattemmo dicendo che non sarebbe stato possibile viste le tante persone che erano quella sera ai giardinetti e li avevano visti.  Allora - continua Belleggia - rispose che ognuno si prendeva la responsabilità di quello che aveva fatto, lui del calcio, noi degli altri colpi. Ma io gli dissi che non era giusto, che noi non avevamo fatto niente. Marco mi disse poi che era meglio se me ne andavo a casa, pure Gabriele mi invitò a fare lo stesso". Mentre parla, Gabriele in cella si mette la mano sulla fronte e alza sdegnato lo sguardo.