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ITALIA

Le motivazioni della sentenza

Processo ​'Mondo di mezzo', la Cassazione: non era mafia, ma collusione generalizzata diffusa

Gli 'ermellini' lo scorso ottobre hanno alleggerito la posizione degli imputati, tra i quali il ras delle cooperative Salvatore Buzzi e l'ex Nar Massimo Carminati, escludendo l'aggravante mafiosa: "Sistema gravemente inquinato non da paura, ma da mercimonio. Una parte dell'amministrazione (comunale) si è "consegnata" ai criminali" 

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Da sinistra, l'ex Nar Massimo Carminati e l'ex ras delle cooperative, Salvatore Buzzi

"Appare evidente, dalla semplice lettura della sentenza di secondo grado, che non risulta affatto il ruolo di Massimo Carminati quale terminale di relazioni criminali con altri gruppi mafiosi". Così la sesta sezione penale della Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza sul cosiddetto 'Mondo di Mezzo' e, in particolare, sul ruolo rivestito dall'ex militante dei Nar.

"Nessun ruolo era gestito da Carminati con settori finanziari, servizi segreti o altro; la gestione delle relazioni con gli amministratori era compito quasi esclusivo di Salvatore Buzzi, avendo Carminati relazioni determinanti solo con alcuni ex commilitoni nella medesima area politica di estrema destra che, in un dato periodo, erano stati inseriti nell'amministrazione comunale".

Per la Suprema Corte, insomma, non ha trovato fondamento l'idea, avallata dai giudici di merito, che Carminati e il suo gruppo avessero "contatti significativi" con il clan dei fratelli Senese, con il clan Casamonica, con Ernesto Diotallevi ("esponente della cosiddetta banda della Magliana e tramite del sodalizio con la mafia siciliana di Pippo Calo'), e con il clan dei Santapaola, come raccontato da un collaboratore di giustizia.

Così Buzzi infiltrò le istituzioni
Salvatore Buzzi "aveva creato uno stabile sistema di infiltrazione nelle istituzioni in base a cui i Dipartimenti, i Municipi e gli altri centri di costo di Roma Capitale per la gestione dei servizi fecero ricorso sistematico alle proroghe non previste nel bando originario e ad affidamenti diretti in favore delle cooperative dello stesso Buzzi ostacolando la libera concorrenza e alterando la possibilità di accesso alle gare di appalto e la regolarita' del loro svolgimento" scrive la Cassazione, nella parte relativa al ruolo rivestito dall'ex 'ras' delle cooperative.

"Il gruppo di Buzzi, attraverso la remunerazione (sovvenzioni per cene ed eventi, assunzione di assoggetti raccomandanti, scambi di favori, vere e proprie tangenti) di politici appartenenti sia alla sua area di riferimento sia allo schieramento opposto, riusciva a sollecitare finanziamenti pubblici e poi in concreto l'affidamento dei servizi finanziari, riuscendo negli anni ad ottenere le proroghe delle precedenti assegnazioni", si legge ancora nella sentenza. Recependo quanto affermato a suo tempo dal tribunale, la Suprema Corte ricorda poi che "il gruppo di gestione delle cooperative di Buzzi, per la presenza di uno stabile programma di ricorso ai reati di corruzione, turbativa d'asta e quant'altro per l'espansione nel proprio settore economico di interesse, avesse costituito un'associazione per delinquere alla quale, alla fine del 2011, si aggregò anche Carminati iniziando una collaborazione con Buzzi".

No armi né legami con clan
"E' di palmare evidenza che non solo non risulta la 'disponibilità di armi', ma neanche sono state dimostrate nel giudizio le 'strette relazioni con altri gruppi mafiosi' (la stessa motivazione della sentenza d'appello le esclude)". La Suprema Corte, ricordando le sue precedenti pronunce emesse nella fase cautelare di questo procedimento, osserva inoltre che "i fatti posti alla base della decisione cautelare di questa Corte non sono affatto i medesimi emersi in dibattimento e accertati dal primo giudice ovvero diversamente accertati dalla Corte d'appello".

'Sistema' gravemente inquinato dal mercimonio della pubblica funzione
Nel sistema criminale emerso nel processo è stato appurato "un quadro complessivo di un 'sistema' gravemente inquinato, non dalla paura, ma dal mercimonio della pubblica funzione".

"Non sono infatti stati evidenziati- prosegue la Cassazione - né l'utilizzo del metodo mafioso, né l'esistenza del conseguente assoggettamento omertoso ed è stato escluso che l'associazione possedesse una propria e autonoma 'fama' criminale mafiosa".

Funzionari del Comune in mano a clan
"Una parte dell'amministrazione comunale si è di fatto consegnata agli interessi del gruppo criminale che ha trovato un terreno fertile da coltivare".  "Quello che è stato accertato è un fenomeno di collusione generalizzata, diffusa e sistemica, il cui fulcro era costituito dall'associazione criminosa che gestiva gli interessi delle cooperative di Buzzi attraverso meccanismi di spartizione nella gestione degli appalti del Comune di Roma e degli enti che a questo facevano capo". "Ciò ha portato -conclude la Cassazione - alla svalutazione del pubblico interesse, sacrificato a logiche di accaparramento a vantaggio dei privati".

Imprenditori hanno accettato la 'logica' di Buzzi
"I fatti 'raccontano' anche di imprenditori che hanno accettato una logica professata da Buzzi e dai suoi sodali, basata sugli accordi corruttivi, intercorsi tra funzionari pubblici e imprenditori, convergenti verso reciproci vantaggi economici" sottolinea infine la Cassazione. "In questo modo - prosegue la nota -si è limitata la libera concorrenza e ciò è avvenuto attraverso forme di corruzione sistematica, non preceduta da alcun metodo intimidativo mafioso".

Raggi: la Cassazione conferma la collusione con la politica
"Cassazione conferma che mondo di mezzo si spartiva gli appalti a Roma grazie a una 'collusione generalizzata' con la politica. Confermata anche presenza clan sul territorio. Noi abbiamo invertito rotta, contro corruzione e mafia, sempre a fianco dei cittadini onesti" scrive la sindaca di Roma, Virginia Raggi, su Twitter.