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ITALIA

Il periodo di riferimento: luglio 2013- giugno 2014

Antimafia, la relazione: "La 'Ndrangheta domina al Nord"

La commissione chiede pene più severe per chi torna a delinquere. Sulla tratta di clandestini, tema spesso al centro del dibattito pubblico, i pm denunciano il rischio che alimenti il terrorismo

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Franco Roberti e Rosy Bindi (Ansa)
Roma
Nel nord Italia c'e' "il predominio di organizzazioni criminali di origine calabrese a discapito di altre compagini associative, come quella di origine siciliana". Questo uno dei passaggi della relazione annuale della Dna per il 2014 presentata nella Sala degli atti parlamentari della biblioteca del Senato dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e dalla presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi.

Nella relazione si sottolinea la necessità di inasprire le pene per i boss che reiterano i reati, e anche quella di sforzi maggiori contro la corruzione "mai combattuta veramente". I pm sottolineano anche che la tratta di migranti in corso alimenta le organizzazioni terroristiche e per questo, si stanno predisponendo norme ad hoc, anche con la collaborazione dei Paesi interessati, Egitto in testa.

La 'ndrangheta al nord
"La 'ndrangheta - si legge nella relazione - dopo anni di insediamento in Lombardia, ha acquisito un certo grado di indipendenza rispetto all'organizzazione di origine, con la quale ha continuato comunque ad intrattenere rapporti. I suoi appartenenti dimorando al nord ormai da più generazioni, hanno progressivamente acquisito una piena conoscenza del territorio consolidando rapporti con le comunità locali e privilegiando contatti con rappresentanti della politica e delle istituzioni locali".

Gioia Tauro, porto ingresso della cocaina in Italia
Le indagini, prosegue il rapporto, "hanno evidenziato la perdurante posizione di assoluta primazia della 'ndrangheta nel traffico internazionale di stupefacenti, traffico che ha generato, e continua a generare, imponenti flussi di guadagni in favore della criminalità organizzata calabrese che reinveste, specie nel settore immobiliare, i proventi di tale attivita'". Traffico consentito "anche e soprattutto dal controllo totalizzante del Porto di Gioia Tauro, ove attraverso una penetrante azione collusiva, gli 'ndranghetisti riescono a godere di ampi, continui, si direbbe inesauribili, appoggi interni".

Corruzione mai combattuta con forza
"La corruzione come l'evasione fiscale non è mai stata combattuta efficacemente, era tacitamente accettata, non era considerata un reato grave. Per questo la mafia se ne è servita. È invece un piombo alle ali della nostra economia, come ha attestato un recente studio" ha detto il procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti.

Tratta di clandestini alimenta terrorismo
"Stiamo elaborando nuove linee guida per potere efficacemente contrastare i fenomeni migratori che costituiscono un serbatoio per il terrorismo internazionale" ha detto Roberti. "A seguito dei fatti di Lampedusa ci siamo occupati del contrasto al traffico di migranti. La tratta di esseri umani probabilmente finanzia il terrorismo internazionale. Così - commenta Roberti - abbiamo messo attorno ad un tavolo tutte le procure distrettuali interessate dal fenomeno e le forze dell'ordine. Da allora vi è stato un rapporto privilegiato con Paesi interessati, in particolare l'Egitto e si sta lavorando in tal senso". 

Grandi responsabilità per silenzi Chiesa
"Sono convinto che la chiesa potrebbe moltissimo contro le mafie e che grande responsabilità per i silenzi sia della Chiesa" ha detto Roberti. "Viene ammazzato don Diana, poi don Puglisi: reazioni zero. Siamo dovuti arrivare al 2009 per iniziare a parlarne timidamente. Ora finalmente si è mosso qualcosa con Papa Francesco ma per decenni la Chiesa avrebbe potuto fare ma non ha fatto nulla". "Papa Francesco ne parla apertamente ma sono dovuti passare altri 6 anni per la scomunica dei mafiosi".

"A fronte di tanti segni di falsa religiosità, chi doveva coglierli e contrastarli davanti allo stesso popolo non lo ha fatto; preti e vescovi in Calabria, Sicilia e Campania sono stati, salvo rare e nobilissime eccezioni, silenti e hanno perfino ignorato messaggi forti che pur provenivano dall'alto: basti pensare a quelli di Giovanni Paolo II ad Agrigento e di Benedetto XVI a Palermo" si legge ancora nella relazione 2014.

Mafia capitale, spaccato sconfortante delle istituzioni romane
L'inchiesta su Mafia Capitale "ha messo in evidenza uno spaccato delle istituzioni romane davvero sconfortante e preoccupante" scrive la Direzione nazionale antimafia. Secondo i magistrati della Dna, "l'organizzazione capeggiata da Carminati, oltre alle condotte tipicamente criminali dell'usura e delle estorsioni, ha realizzato una sistematica infiltrazione del tessuto imprenditoriale attraverso l'elargizione di favori e delle istituzioni locali attraverso un diffuso sistema corruttivo".

Pene più severe per i boss che tornano a delinquere
Altro punto che si sottolinea è la necessità di prevedere pene più severe per chi reitera il reato di associazione di tipo mafioso (416 bis). "Bisogna tornare a chiedersi - scrive la Dna - se il legislatore non debba approntare, per le ipotesi accertate di reiterazione nel delitto di cui all'art. 416 bis c.p., un meccanismo sanzionatorio particolarmente rigoroso per escludere per un non breve periodo di tempo dal circuito criminale quegli appartenenti all'organizzazione mafiosa che dopo una prima condanna, tornino a delinquere reiterando in tal modo la capacità criminale propria e dell'organizzazione".

Trattativa Stato-Mafia: minacce ai giudici per condizionare processi
Anche dalla sola considerazione della mole numerica di episodi intimidatori, "si può verosimilmente ricavare l'esistenza di una strategia criminale volta a destare allarme ed assai probabilmente a tentare di condizionare lo svolgimento delle attività investigative e processuali della Magistratura del distretto di Palermo". In particolare, a proposito degli atti intimidatori di cui sono stati vittime alcuni magistrati di Palermo, la relazione ricorda le dichiarazioni intercettate in carcere a carico del Salvatore Riina, "che ha esplicitamente ipotizzato la eliminazione fisica del collega Di Matteo e non ha lesinato parole di minaccia nei confronti di chiunque svolga attività di contrasto allo strapotere di Cosa Nostra".

Priorità assoluta arresto Matteo Messina Denaro
Tra i latitanti "eccellenti" di mafia ancora si sottrae alla cattura Matteo Messina Denaro, capo indiscusso di alcune famiglie mafiose. "Il suo arresto non può che costituire una priorità assoluta ritenendosi che, nella situazione di difficoltà in cui si trova Cosa Nostra, il venir meno anche di questo punto di riferimento, potrebbe costituire un danno enorme per l'organizzazione" si legge nella relazione.