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ITALIA

Trattativa Stato-mafia

Il pm Di Matteo non partecipa all'udienza con Brusca

Resta a Palermo Nino Di Matteo dopo le minacce di Riina. Il pentito Brusca parla della strategia di Cosa Nostra del 1992: "Riina mi disse, il papello è finito a Mancino. Si pensò anche ad un attentato a Pietro Grasso". L'udienza riprende giovedì

 

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Giovanni Brusca
Milano
Dopo l'ultimo allarme legato alle nuove minacce lanciate dal boss Totò Riina, il pm Nino Di Matteo ha deciso di non partecipare all'udienza sulla trattativa Stato-mafia a Milano. 

Allarme per Di Matteo
Protagonista del processo Stato-mafia , Di Matteo si è trovato a dover intensificare le sue misure di protezione personale dopo che venerdì scorso, nel carcere di Opera a Milano è stata intercettata l’ennesima minaccia del boss dei Corleonesi Totò Riina, con un esplicito riferimento a un attentato da compiere durante una "trasferta". Per solidarietà un gruppo di cittadini ha organizzato un sit in davanti all’aula bunker facendo anche sventolare uno striscione con la scritta "Milano sta con Di Matteo".​

La deposizione di Brusca
Intanto, dall’aula bunker di Milano, dove si svolge in trasferta l’udienza del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, Giovanni Brusca, l’uomo che ha premuto il telecomando dell'attentato a Giovanni Falcone il 23 maggio 1992, spiega la genesi della strategia stragista di Cosa Nostra. Totò Riina – ha detto il pentito – voleva vendicarsi perché le richieste presentate alla Democrazia Cristiana non erano state esaudite.

Riina disse: "Ad Andreotti dobbiamo romperci le corna"
"Nel Natale 1991 – ricorda Brusca - Riina convocò a Palermo una grande riunione della Cupola: in quell'occasione ci annunciò che i politici ci stavano tradendo. Riina diceva che ad Andreotti dovevamo rompere le corna, ostacolandolo, non facendolo diventare presidente della Repubblica. E ci siamo riusciti, anche anticipando la strage Falcone. Dopo il 23 maggio, Riina mi disse: con una fava abbiamo preso due piccioni". 
 
Piani anche per uccidere i ministri Mannino e Martelli
Riina "fece i nomi di Falcone, che era un suo chiodo fisso fin dai tempi dell'omicidio Chinnici, e poi di Lima, di Mannino, di Purpura, di Martelli". In particolare, secondo Brusca, Riina imputava al fatto che Falcone fosse stato spostato a Roma - dall'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli con l'incarico di dirigere la sezione Affari Penali del Ministero - una serie di nuovi colpi a Cosa Nostra, segno evidente che la politica non rispettava gli accordi presi in precedenza con la mafia.

Omicidio Lima, "una vendetta con effetto politico" 
Da qui gli omicidi: prima Salvo Lima – continua Brusca, ribadendo la sua versione dei fatti sull’epoca delle stragi – perché si vociferava che Andreotti aspirava a diventare presidente della Repubblica, e l'omicidio di Lima, vicino ai cugini Salvo, lo avrebbe messo in difficoltà. Si è trattato di una vendetta con effetto politico". La spettacolarizzazione fu un effetto collaterale. Poi ci furono le stragi per uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
 
La strage di Capaci: Falcone deve morire in Sicilia
All’inizio del 1992, spiega Brusca, una squadra di Cosa Nostra era in trasferta a Roma per studiare le mosse di Falcone e trovare il modo di eliminarlo: era un’idea di Provenzano ma Riina lo trattò quasi a pesci in faccia e disse che Falcone doveva morire in Sicilia. Con la strage di Falcone abbiamo messo definitivamente messo fuori gioco Andreotti, con Lima era ancora in discussione, ma con la strage
di Capaci l'effetto e' stato definitivo", ha detto il collaboratore di giustizia.

Dopo il 1992 si pensò ad un attentato per colpire Pietro Grasso
Nel 1992, dopo la strage di via D'Amelio si ipotizzo' un attentato per colpire Pietro Grasso, ricorda Brusca che Riina gli disse "ci vuole un colpetto per farli tornare alla trattativa'". L'attentato - "avevamo gia' pronto l'esplosivo", sono state le sue parole - avrebbe dovuto essere compiuto a Monreale, dove Grasso andava a trovare la suocera. "Eravamo gia' a buon punto,avevamo gia' individuato il tombino". Ma poi, per una serie di problemi tecnici, non se ne fece piu' nulla.

Il papello
Riina non disse a Brusca chi fu il destinatario ma gli "fece intendere che era Mancino". Alla domanda del magistrato su chi fosse Nicola Mancino a quel tempo, la risposta è stata: "Sapevo che era ministro". Poi Brusca aggiunge: "Circa 20 giorni dopo l'attentato a Giovanni Falcone, Riina mi disse si sono fatti sotto, mi hanno chiesto cosa vogliamo per finirla e io gli ho consegnato un papello'. Dopo, continua il pentito, le relazioni hanno avuto uno stop: "Gli attentati del'93 erano finalizzati a fare tornare i contatti di Riina a trattare perché dopo il papello i rapporti si erano interrotti in quanto le
richieste che avevamo fatto erano state ritenute eccessive". Secondo Brusca era stato detto aò boss di Cosa Nostra che gli avrebbero potuto concedere solo alcune cose. Ma òui si sarebbe rifiutato di accontentarsi

I rapporti con Mangano e Dell’Ultri
Giovanni Brusca rivela di avere deciso di nominare i suoi contatti con lo "stalliere di Arcore "Vittorio Mangano e con l'ex senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, solo in seguito all'incontro con Rita Borsellino. "Durante i primi interrogatori - ha detto - erano presenti i giudici della procura di Palermo e quelli di Caltanissetta, e alle domande sui presunti mandanti occulti delle stragi io mi irrigidivo. Pensavo: se vuoi farmi dire delle cose che non so, allora non dico neanche quelle che so, e quindi per un lungo periodo ho deciso di non parlare più". In particolare, il pentito ha raccontato del tentativo di contattare Dell'Utri tramite Mangano per ottenere benefici per i detenuti.
 
Brusca nel processo
Il collaboratore di giustizia è teste, ma anche imputato nel procedimento in cui è accusato di minaccia al corpo politico dello Stato. Stessa imputazione per gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, per i boss Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e l'ex politico Marcello Dell'Utri. Risponde invece di falsa testimonianza l'ex ministro Dc Nicola Mancino, mentre Massimo Ciancimino è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
 
Brusca, la "carriera nella mafia"
"Da adolescente portavo i viveri al latitante Leoluca Bagarella – ha detto durante la deposizione l'uomo che per la sua ferocia ottenne il soprannome di "scannacristiani" - poi la mia partecipazione in Cosa nostra è stato sempre un crescendo. Sono stato affiliato formalmente nel 1975 prima dell'omicidio del colonnello Russo al quale ho partecipato. La mia combinazione ha seguito le regole tradizionali del rito dell'affiliazione: hanno bruciato la santina, Riina mi ha punto il dito. Lui era il mio padrino. Mi hanno insegnato che prima veniva Cosa nostra, poi il resto. Io questa regola l'ho seguita". E infatti, per spiegare il suo ruolo all’interno di Cosa Nostra all’epoca delle stragi si definisce così: "Ero il robottino di Totò Riina.