L'intervista

Cartabellotta a Rainews.it: "La curva dei contagi rallenta, ma è ancora presto per fare previsioni"

Il presidente della Fondazione GIMBE commenta i dati Covid di inizio anno e sottolinea il "compromesso politico al ribasso" del governo su obbligo vaccinale e gestione della DAD a scuola

Cartabellotta a Rainews.it: "La curva dei contagi rallenta, ma è ancora presto per fare previsioni"
LaPresse
Il presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta

"Omicron è stata sottostimata ed è ancora presto per fare previsioni sull’evolversi della pandemia (e della quarta ondata). Al netto dell’emergere di nuove varianti". Il presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta, in questa intervista rilasciata a Rainews.it, commenta i primi dati Covid del 2022 senza nascondere un cauto ottimismo sui primi segnali di rallentamento nella corsa dei contagi.

"Ci sono ancora troppi non vaccinati - ribadisce - e il governo è stato tardivo nell’obbligo vaccinale con un target condizionato da compromessi politici al ribasso". A fronte di un sensibile aumento delle prime dosi, “il vero problema è che, dei 2,15 milioni di over 50 non vaccinati, non è noto il numero di esentati per patologia”. E, mentre ricorda che ci sono ancora ritardi sulla vaccinazione dei bambini (2,8 milioni tra i 5 e gli 11 anni ancora senza una dose), sulla scuola critica il governo che formalmente non l’ha chiusa. "Di fatto - segnala - sempre più classi vanno in DAD già dal primo positivo".

Presidente Cartabellotta, partiamo dagli ultimi dati diffusi da GIMBE, i primi del 2022: i nuovi casi in una settimana sono aumentati di quasi il 50% e tutti gli indicatori, dai ricoveri (+31,2%) alle terapie intensive (+20,5%), sino ai decessi (+37,4%), sono in drammatica crescita. Cosa ricaviamo da questa visione d’insieme?

Che siamo nel pieno della quarta ondata, con un enorme numero di casi i quali, dopo aver già mandato in tilt i servizi sanitari territoriali, stanno mettendo in difficoltà l’assistenza ospedaliera. Infatti, nonostante le elevate coperture vaccinali “ammortizzano” l’impatto della circolazione virale sugli ospedali, l’ingente numero di positivi in continua crescita “incontra” una popolazione suscettibile troppo numerosa: 2,2 milioni di 0-4 anni non vaccinabili, 8,45 milioni di non vaccinati e circa 15 milioni in attesa della terza dose. Da qualche giorno, tuttavia, si intravedono timidi segnali di rallentamento della curva dei contagi: il tasso di positività dei tamponi molecolari si è ridotto dal 27% al 22%, quello dei tamponi antigenici rapidi si è stabilizzato e la velocità di crescita della curva è rallentata.

Come si sta muovendo la pandemia di Covid in questo inizio d’anno? Responsabile dell’impennata dei contagi è la variante Omicron o il periodo di festività da poco concluso, che comunque avrebbe prodotto questo effetto?

La variante Omicron, la cui circolazione è stata ampiamente sottostimata, ha determinato un cambio di marcia nella salita dei contagi intorno al 10 dicembre, per poi impennarsi poco prima di Natale. L’aumento dei contatti sociali sicuramente ha aumentato la circolazione virale, ma senza la variante Omicron non avremmo raggiunto quasi 2,8 milioni di nuovi casi in 3 settimane, dal 25 dicembre al 15 gennaio.

Il temuto picco della quarta ondata, che si prevedeva per la metà di gennaio, non è ancora stato raggiunto. Quando ci arriveremo?

In questo momento della pandemia, le previsioni sui contagi sono poco affidabili per varie ragioni. Innanzitutto, il picco “nazionale” dipende dalla differente circolazione del virus in 21 Regioni e Province autonome, oltre che dalla numerosità della loro popolazione residente; in secondo luogo perché a metà gennaio non può essere ancora visibile l’effetto riapertura scuole e rientro nei luoghi di lavoro; infine perché ci sono numerose variabili, tra cui la prevalenza in ciascuna Regione di variante Delta e Omicron, il tasso di copertura vaccinale e di terze dosi, i comportamenti individuali, eventuali misure restrittive ed altro ancora.

È di questi giorni l’allarme lanciato dai chirurghi italiani sul fatto che molte malattie, che necessitano di interventi urgenti, rischiano di essere messe in secondo piano per mancanza di posti negli ospedali. Ritiene sia questa la conseguenza più grave dell’occupazione dei letti nei reparti ordinari e nelle terapie intensive, indirettamente provocata da chi è privo dello scudo vaccinale?

Assolutamente sì, una sorta di “the dark side of the moon”: non visibile dal famigerato bollettino, di cui si parla molto poco, e soprattutto ignorata dal sistema per assegnare i colori alle Regioni. Che, per ridurre i tassi di occupazione e scansare la zona arancione, aumentano la disponibilità di posti letto, soprattutto in area medica. Un elementare artifizio contabile che aumenta silenziosamente l’entità del sovraccarico ospedaliero e, di conseguenza, il rinvio di prestazioni ordinarie.

Qual è, allora, tra i tanti numeri monitorati da GIMBE, quello che la preoccupa di più e che dovremmo tenere sotto controllo?

I numeri sono tutti rilevanti perché le dinamiche della pandemia sono complesse e non sempre prevedibili. Ovvio che ricoveri in area medica e, soprattutto, in terapia intensiva hanno un maggior impatto mediatico e restituiscono il quadro delle conseguenze più gravi della Covid. Ma in una pandemia bisogna guardare anche allo “stato di salute” dei servizi sanitari territoriali e ospedalieri, perché il loro sovraccarico rallenta sino a ostacolare l’offerta di tutte le prestazioni, sia quelle necessarie a fronteggiare la pandemia, sia quelle destinate a pazienti non Covid.

L’associazione dei pediatri italiani ha certificato che il virus sta dilagando tra i più piccoli, con un aumento di ospedalizzazioni anche tra gli under 18, nonostante – e per fortuna – questi ultimi riescano a superare la malattia più facilmente. Come dobbiamo leggere i dati sui vaccini nella fascia di età 5-11 anni?

In un mese sono state effettuate quasi 970mila somministrazioni: il 18,9% della platea vaccinabile ha ricevuto la prima dose e il 3,7% ha già completato il ciclo vaccinale. Ma con enormi differenze regionali: la Puglia ha somministrato almeno 1 dose al 39,6% della platea e la provincia autonoma di Bolzano l’11,1%. Complessivamente nella fascia 5-11 anni, oltre 2,8 milioni di bambini sono senza nemmeno una dose: ovvero se il via libera al vaccino in questa fascia di età doveva essere l’arma in più per arginare la circolazione del virus nelle scuole, oltre che prevenire forme gravi, sicuramente siamo in grande ritardo.

Cosa ricaviamo dai primi dati del 2022 sui non vaccinati e, parallelamente, su chi accede alla prima dose?

Rispetto alla platea vaccinabile, ci sono ancora oltre 8,27 milioni di persone che non hanno ricevuto nemmeno una dose. Di questi, 2,8 milioni nella fascia 5-11 anni e 781mila nella fascia 12-19 anni hanno un impatto sulla sicurezza delle scuole e 2,15 milioni di over 50 sono a rischio di malattia grave. Nel 2022 abbiamo già superato un milione di nuovi vaccinati.

Il Governo ha introdotto l’obbligo vaccinale per gli over 50: come giudica questa misura? È sufficiente o avrebbe dovuto osare di più? Sta producendo effetti significativi?

La Fondazione GIMBE, sin dall’inizio della stagione autunnale, ha ribadito continuamente l’opportunità dell’obbligo vaccinale per tutti gli over 18. La decisione del Governo è stata tardiva e, con un target condizionato da compromessi politici al ribasso rispetto ai desiderata delle varie forze politiche di maggioranza. Riguardo gli effetti, dal 6 gennaio si rileva un incremento nel numero di nuovi vaccinati: dal 1 al 5 gennaio erano in media 6mila al giorno per un totale di 30.701; dal 6 al 15 gennaio in media 17mila al giorno, per un totale di 173.860, con un trend che continua a crescere. Ma il vero problema è che, dei 2,15 milioni di over 50 non vaccinati, non è noto il numero di esentati per patologia.

Un aumento del ricorso allo smartworking è preferibile a misure sempre più coercitive?

In condizioni di enorme circolazione virale è necessario ridurre i contatti sociali: lo smartworking è una delle misure che possono essere attuate senza ricorrere a restrizioni più severe. Ma in assenza di dati ufficiali impossibile stimarne l’impatto, anche perché di fatto è stato liquidato con la semplice raccomandazione di “usare al meglio la flessibilità già consentita dalle regole vigenti”.

Il mese scorso l’Austria e la Germania hanno sperimentato il “lockdown per non vaccinati”, ottenendo buoni risultati nel contrasto alla diffusione del virus. Una misura del genere potrebbe servire anche da noi o, piuttosto, non farebbe altro che esasperare la diffidenza al vaccino di chi già parte da posizioni di scetticismo?

Le modalità di comunicazione di questi risultati “straordinari” non sono state accompagnate da dati che permettono una valutazione dell’efficacia di tale misura. Ovvero, è impossibile distinguere il suo reale effetto dalla propaganda politica. In ogni caso, al di la della denominazione, non vedo grandi differenze con il nostro Super Green pass.

Veniamo alla scuola: parte dei presidi e alcuni presidenti di regione hanno chiesto al ministro Bianchi di riprendere l’attività scolastica in DAD, provocando l’ennesimo scontro con il Governo, tra ricorsi al Tar e sospensioni. Pensa che, con questi dati, fare lezione in classe sia sicuro?

Durante una pandemia la scuola deve essere l’ultima cosa da chiudere e la prima a riaprire. Dal punto di vista politico il governo ha seguito questa linea, ma di fatto non ha chiuso nulla per limitare la circolazione del virus. E, in assenza di interventi strutturali sulle scuole (aerazione, ventilazione), il vero problema non è la sicurezza, ma la possibilità per le scuole di non ricorrere alla DAD, visto l’elevatissimo numero di contagi, anche tra il personale scolastico. Ovvero, la scuola rimane formalmente in presenza, ma nel mondo reale sempre più classi vanno in DAD. Anche perché è difficile rispettare le nuove norme sulle quarantene, peraltro per carenza di tamponi. E i presidi, per autotutelarsi, attuano la DAD già dal primo positivo e non dal terzo.

Stiamo andando verso il secondo anniversario dall’inizio della pandemia, con il confortante dato dei vaccini a fare la differenza. Cosa prevede per i mesi che ci aspettano?

Con un virus che continua a sorprenderci per le sue capacità di aggirare gli ostacoli, è impossibile fare previsioni a medio periodo. In assenza di “sorprese”, nelle prossime settimane verosimilmente dovremmo assistere alla discesa dei contagi, ma per vedere una riduzione dell’impatto sugli ospedali e soprattutto sui decessi ci vorrà ancora un po’ di tempo. E con l’arrivo della primavera la quarta ondata dovrebbe progressivamente esaurirsi. Ribadisco, al netto dell’emergenza di nuove varianti.

Come pensa che ci si stia muovendo sul fronte delle immunizzazioni nei paesi poveri, là dove è più facile che nascano nuove varianti del virus?

Purtroppo siamo in notevole ritardo, sia perché la produzione attuale di vaccini è insufficiente, sia perché in alcuni paesi (ad esempio, il Sudafrica), nonostante la disponibilità di dosi, la capacità organizzativa e l’esitazione vaccinale rappresentano ostacoli ulteriori.

Il 2022 potrebbe essere l’anno in cui il virus diventerà endemico? Si sente di fare previsioni su quando potremo dire addio a mascherine e distanziamento?

Nessuno può fare previsioni affidabili sui tempi di endemizzazione di un virus che in un anno ha generato tre varianti (Alfa, Delta, Omicron) che hanno messo in difficoltà i sistemi sanitari più avanzati, nonostante la disponibilità di un vaccino molto efficace sulla malattia grave. Di conseguenza mascherine al chiuso e distanziamento ci accompagneranno ancora per un po’.

Un’ultima curiosità: dopo lo scontro social avuto con Povia, lo ha più risentito? Sa come sta?

Sta bene, ma non cambia le sue idee sul vaccino Covid.