L'anniversario

Il Maxi processo, trent’anni dopo

La Corte di Cassazione rendeva definitiva la sentenza del maxi processo contro i boss di Cosa Nostra iniziato nell’aula bunker di Palermo il 10 febbraio del 1986

Il Maxi processo, trent’anni dopo
ANSA Oldpix
Processo alla mafia. Nella foto un gruppo di imputati durante il processo

Il 30 gennaio di trent’anni fa la Corte di Cassazione rendeva definitiva la sentenza del maxi processo contro i boss di Cosa Nostra iniziato nell’aula bunker di Palermo il 10 febbraio del 1986.

Più di quattrocento imputati. Una dozzina di ergastoli confermati in Cassazione, condanne pesanti per quasi tutti gli imputati. La corte presieduta da Arnaldo Valente va oltre. Annulla diverse assoluzioni tramutate in ergastoli nel rinvio in Appello.

Nessuno più è intoccabile.

Ecco perché la risposta della Mafia siciliana trasformerà quel 1992 in un anno di sangue, di attacco al cuore dello Stato che aveva osato processare e condannare il Gotha di Cosa Nostra Siciliana.

Si rompono gli equilibri con la politica incapace di garantire l’impunità attraverso i giudici “ammazzasentenze” della Corte di Cassazione.

Cade Salvo Lima il 12 marzo del 1992. Il ministro plenipotenziario di Giulio Andreotti in Sicilia fugge inseguito, bloccato e assassinato a Palermo davanti agli occhi increduli dei passanti.

E’ l’anno delle stragi Falcone e Borsellino.

La magistratura continua a pagare con la vita dei suoi uomini migliori la dedizione nel portare a compimento il più grande processo penale nella storia non solo del nostro Paese ma del mondo intero.

Omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione, associazione mafiosa: queste le accuse principali.

Il processo con quelle gabbie stracolme di imputati svela gli intrecci. I primi passi della mafia imprenditrice.

Altro che “Peri incritati”, piedi sporchi di fango, come venivano definiti i Corleonesi. Emergono i rapporti con l’establishment. Politica, pubblica amministrazione, finanza, imprenditoria “senza i quali – come dirà un giorno il boss dei boss, Totò Riina – saremmo stati una banda di sciacalli”.

Affiorano i rapporti con l’eversione nera e gli apparati deviati dello Stato.

Altro che “peri incritati” il capo indiscusso della famiglia catanese di Cosa Nostra, Benedetto “Nitto” Santapaola, inaugura la sua concessionaria d’auto nel cuore moderno di Catania. Alla cena elegante accorrono questori, giornalisti, editori, imprenditori. Giovanni Falcone allega al fascicolo le foto che documentano l’evento.

La famiglia di Francesco e Giuseppe “Piddu” Madonia, egemone a Caltanissetta, inclusa l’area del petrolchimico di Gela, garantisce pubbliche forniture alimentari.

Sono solo esempi.

Cosa Nostra è ricca e potente. Vedremo in altri processi la capacità di interloquire e ottenere ricchi compensi, persino da giganti della distribuzione italiana come la Standa, allora di Silvio Berlusconi, e il Sigros della famiglia Agnelli.

Ovviamente, dopo avere bruciato la Casa degli Italiani, il grande magazzino Standa nella centralissima via Etnea e un centro logistico in provincia.

La sentenza di trent’anni fa mette in discussione tutto questo. Non solo il potere sul territorio, l’opulenta bacinella delle estorsioni, non solo i traffici illegali. Rimette in discussione il trasporto intermodale, la supremazia negli autotrasporti, le forniture ai supermercati delle grandi catene.

La sentenza del maxi processo incrina in modo definitivo il potere di quella stagione dell’Onorata Società. Nel 1993 saranno arrestati Totò Riina e Nitto Santapaola. Resta libero Binu Provenzano, leader della fazione trattativista dei Corleonesi. Gli investigatori sanno dove si trova. Per anni nessuno andrà ad arrestarlo.

Ancora oggi resta libero Matteo Messina Denaro, figlio di Francesco “don Ciccio” Messina Denaro. Campiere della famiglia di un sottosegretario all’Interno.

Il processo di primo grado, presieduto da Alfonso Giordano, dura meno di due anni. Da febbraio ’86 a dicembre 1987.

La rapidità coglie di sorpresa i 400 imputati e i loro duecento avvocati. Abituati a lungaggini e rinvii si misurano con una giustizia che non fa sconti a nessuno.

Quando arrivano in Cassazione lanciano il primo messaggio di morte con l’uccisione di Antonio Scopelliti a Reggio Calabria il 9 agosto del 1991. Cosa Nostra e ‘ndrangheta alleate contro il sostituto procuratore generale della Cassazione. In quel momento stava riordinando le carte da presentare alla Sesta Sezione presieduta da Arnaldo Valente. I boss sono inquieti, contavano su Corrado Carnevale, il giudice ammazzasentenze della Prima Sezione.

Stavolta, nessuno più è intoccabile. Ecco perché dopo quel 30 gennaio di trent’anni fa scatterà la strategia stragista di Cosa Nostra con la sua teoria di bombe, omicidi, attentati, attacco ai beni culturali del Paese prolungato per tutto il 1993 con le bombe di via dei Georgofili a Firenze, Milano e Roma. Nel 1994, la strage mancata per un soffio allo Stadio Olimpico. Con mandanti eccellenti ancora tutti da identificare.

Perché, ai processi, alla fin fine, qualche intoccabile è sfuggito.