Dubai e dintorni

Emirati, nuovo “paradiso” per il riciclaggio del denaro delle mafie? Intervista a Vincenzo Musacchio

Il Paese arabo rappresenta una delle principali aree di investimenti economici e finanziari di livello intercontinentale

Emirati, nuovo “paradiso” per il riciclaggio del denaro delle mafie? Intervista a Vincenzo Musacchio
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Dubai

Professore, corrisponde al vero che la criminalità organizzata internazionale investe i suoi proventi illeciti negli Emirati Arabi?

I dati e gli studi esistenti confermano che nel Paese arabo, molte mafie straniere fanno affari e investono nella loro economia legale. Gli Emirati Arabi non hanno una criminalità organizzata autoctona, tuttavia, ci sono le mafie italiane, con presenze comprovate da numerosi arresti di ‘ndranghetisti e camorristi, sono operanti anche gruppi di stampo mafioso afgano, indiano, pakistano, turco, nigeriano e albanese. Tutte queste organizzazioni riciclano il loro denaro sporco e si infiltrano nella loro economia legale.

Dove investono i loro capitali?

La principale vulnerabilità del Paese è rappresentata dal fiorente mercato immobiliare. Dubai, ad esempio, è diventata strategica per la criminalità organizzata mondiale. Lì i mafiosi riescono a riciclare il denaro sporco investendolo, con pochissime restrizioni, nel settore delle costruzioni. A ciò si aggiunga l’ampia possibilità di aprire società “offshore” all'interno dell'enclave economico imprenditoriale del Paese arabo.

Queste società quindi agevolano le mafie nel loro intento criminoso?

Assolutamente sì. L’Emirato rappresenta oggi una delle principali aree di investimenti economici e finanziari di livello intercontinentale. Nonostante le riforme fatte per frenare questi fenomeni criminali, nel Paese arabo è ancora possibile aprire società di comodo in grado di occultare le identità dei reali proprietari attraverso prestanome. Esistono inoltre zone franche di libero scambio dove sono possibili investimenti proprio usando questo tipo di società.

Perché le mafie investono e riciclano negli Emirati?

Perché gli Emirati Arabi garantiscono segretezza, affidabilità e scarsità di controlli. Un invito a nozze per le mafie di tutto il mondo. Non bisogna neanche dimenticare che tra i vari paradisi fiscali esistenti è quello che gli Stati Uniti considerano un alleato militare strategico e un baluardo contro il terrorismo in Medio Oriente. In pochi quindi osano esercitare su questa Nazione il ​​tipo di pressioni che si sono perpetrate sulla Svizzera, sulle Isole Vergini, sulle Cayman e su altri paradisi offshore che garantivano capitali occulti e segretezza bancaria.

Ci può fare un esempio di come operano i clan mafiosi?

L'Organized Crime and Corruption Reporting Project del Center for Advanced Defense Studies (CADS), ha verificato come a Dubai sia possibile acquistare immobili per un valore di milioni di euro senza particolari formalità fiscali e legali. Nel Paese arabo ci sarebbero proprietà per un valore di circa trenta milioni di euro detenute direttamente da società spesso non riconducibili ai reali proprietari. I dati emergerebbero incrociando i passaggi di proprietà immobiliari e di mobili registrati con le residenze reali. Le mafie utilizzando queste società di comodo spesso occultano i proventi criminali falsificando anche i documenti contabili.

Corrisponde al vero il fatto che nel Paese arabo ci siano molti criminali italiani?

L’ultima relazione semestrale della DIA (Direzione Investigativa Antimafia 2021) conferma che gli Emirati Arabi e in particolare Dubai e Abu Dhabi continuano ad attirare non solo rilevantissimi capitali per le attività di riciclaggio, ma anche pericolose presenze di elementi di spessore della criminalità organizzata italiana. Le mafie sfruttano le perduranti criticità riguardanti i rapporti di collaborazione investigativa e giudiziaria con l'Italia. Dubai è anche un ottimo rifugio per i latitanti in fuga. Nell’Emirato sono stati arrestati presunti trafficanti di droga della camorra, Gaetano Schettino e Raffaele Imperiale. C’è Andrea Nocera, nei guai per una bancarotta fraudolenta. Sarebbero lì anche il cognato dell’ex leader di An Gianfranco Fini, Giancarlo Tulliani, accusato di riciclaggio, l’imprenditore Alberico Cetti Serbelloni, accusato di una evasione fiscale. C'è anche l'ex parlamentare reggino Amedeo Matacena, condannato in via definitiva per collusioni con la ‘ndrangheta.

Come mai sussistono ancora problemi di collaborazione giudiziaria tra l’Italia e gli Emirati Arabi?

Per molti anni la questione degli accordi sull’estradizione con gli Emirati Arabi è stata sul tavolo del Ministero della Giustizia. Uno dei pochi ad insistere sulla messa in esecuzione del trattato fu Mario Michele Giarrusso ex M5S chiedendo più volte all’attuale presidente del Senato di calendarizzare quanto prima il provvedimento. Ad oggi sembrerebbe tutto pronto sulla carta, ma chi conosce bene il funzionamento della giustizia araba di quei luoghi non ha grandi timori poiché sa che la latitanza dorata sarà destinata a continuare. Gli unici casi per i quali la giustizia degli Emirati concede queste estradizioni sono sostanzialmente riconducibili a delitti di omicidio o di strage. Bancarotta e associazioni per delinquere di stampo mafioso o concorsi esterni per ora non sono proprio prese in considerazione dai giudici locali, quasi non fossero condotte ritenute penalmente rilevanti.

Cosa dice esattamente questo accordo sottoscritto tra i due Paesi?

Una cosa usuale per questo tipo di accordi. Impegna le parti stipulanti a consegnare reciprocamente persone latitanti che si trovino nei rispettivi territori, per dare corso a un procedimento penale (estradizione processuale) o per consentire l’esecuzione di una condanna definitiva (estradizione esecutiva) e con la possibilità di estradare latitanti e ricercati con mandato d’arresto per gravi delitti legati al traffico di sostanze stupefacenti e alla criminalità organizzata che trovano negli Emirati un luogo di impunità.

Come si potrebbe porre rimedio a questa mancanza?

Se volessimo dirla tutta, gli accordi di estradizione esisterebbero già da tempo e furono introdotti e ratificati con la Convenzione di Palermo del 2001. Il problema quindi non è formale ma di attuazione pratica. Un accordo tra due Stati può sussistere sulla carta ma di fatto non essere mai eseguito, tantomeno rispettato. È indispensabile fare affidamento sulla collaborazione leale delle autorità statali coinvolte per l’espletamento di tutta una serie di attività: individuare e raccogliere le prove, acquisire documenti, identificare e proteggere eventuali testimoni, assicurare la cattura e l’arresto dell’accusato. Tutto questo prevede una concreta volontà di cooperare che ad oggi tra i due Stati pare non sussistere.

C’è chi dice che Matteo Messina Denaro sarebbe a Dubai, lei cosa ne pensa?

È una ipotesi datata e a mio avviso destituita di fondamento. Messina Denaro sarebbe il capo di “Cosa Nostra” e per un esponente di quel rango il potere non può non essere esercitato nel suo territorio d’origine. Lui è protetto dai suoi concittadini e da una marea di segreti custoditi. Sarà arrestato come tutti i suoi predecessori quando lo tradiranno i suoi stessi sodali o chi oggi lo protegge e gli garantisce la latitanza. Non dimentichiamoci che Totò Riina quando viveva a Mazzara del Vallo ogni giorno si recava tranquillamente in spiaggia. Fu arrestato quando dall'ala criminale vicina a Bernardo Provenzano decise di consegnarlo alla giustizia.

 

*Vincenzo Musacchio, criminologo, giurista e associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). Ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. Nella sua carriera è stato allievo di Giuliano Vassalli, amico e collaboratore di Antonino Caponnetto, magistrato italiano conosciuto per aver guidato il Pool antimafia con Falcone e Borsellino nella seconda metà degli anni ’80. È oggi uno dei più accreditati studiosi delle nuove mafie transnazionali, un autorevole studioso a livello internazionale di strategie di lotta al crimine organizzato. Autore di numerosi saggi e di una monografia pubblicata in cinquantaquattro Stati scritta con Franco Roberti dal titolo “La lotta alle nuove mafie combattuta a livello transnazionale”. È considerato il maggior esperto di mafia albanese e i suoi lavori di approfondimento in materia sono stati utilizzati anche da commissioni legislative a livello europeo.