L'intervista

Vivere e morire per le proprie idee: Pasolini tra l'Italia di ieri e quella di oggi

Roberto Carnero manda in libreria una nuova versione del suo volume edito da Bompiani

Vivere e morire per le proprie idee: Pasolini tra l'Italia di ieri e quella di oggi
Ansa
Pasolini

Nel suo libro, "Pasolini. Morire per le idee", Roberto Carnero rilegge le opere di Pier Paolo Pasolini come un tutt’uno, un discorso creativo in costante evoluzione, che si muove tra poesia, narrativa, teatro, cinema, giornalismo e critica letteraria. 

Carnero, che insegna all'Università di Bologna, indaga i grandi temi pasoliniani e le fasi della sua vita: la giovinezza in Friuli, la vocazione poetica e la scoperta dell’omosessualità; il contrastato rapporto con la religione e con la politica; la scoperta del sottoproletariato romano negli anni Cinquanta; la nostalgia del passato e la fuga verso un impossibile altrove spazio-temporale; la fase apocalittica degli ultimi anni, prima di una morte tragica ancora avvolta nel mistero. 

La nostra conversazione parte dall'amore di Pasolini per il mondo delle borgate romane, che si manifesta all'inizio in "Ragazzi di vita", il libro che gli dà una prima fama, "che dà luogo a uno scandalo, a un caso". 

Pasolini arriva dal Friuli nel ‘50 e va ad abitare, all'inizio, al Tiburtino, quindi una zona periferica di Roma, e scopre questo mondo della borgata in cui trova il popolo. In Friuli aveva conosciuto il proletariato, quello dei contadini e dei braccianti agricoli, invece a Roma trova il sottoproletariato, il popolo a un gradino sociale ancora più basso. Ma proprio perché è un popolo prima della storia, questo sottoproletariato, non ha un minimo di coscienza sindacale, perché non c'è lavoro, e quindi non ha nessuna coscienza politica ed è in una condizione di purezza agli occhi di Pasolini, di purezza assoluta.

La situazione che Pasolini “fotografa” all’inizio però poi cambia…

Lui vede che questo sottoproletariato, nell'arco di pochi anni, attraverso il boom economico si "borghesizza", cioè involve (non evolve agli occhi di Pasolini), in una mentalità piccolo-borghese, che era quella della nuova società del benessere.

E allora Pasolini si mette a cercare quella autenticità popolare che non trova più in Italia, perché appunto il popolo è diventato rapidamente borghesia, nel cosiddetto terzo mondo, con viaggi in India, in Africa, con Moravia. 

Però, anche lì, vede che la modernità avanza, e quindi anche questi viaggi sono una delusione, in un certo senso, perché quella autenticità che lui sperava di trovare almeno nel terzo mondo, sta venendo meno anche lì.

A chi attribuisce Pasolini la responsabilità di questa borghesizzazione?

La attribuiva al neocapitalismo avanzato, alla società dei consumi, alla civiltà dei consumi. In particolare lui vedeva nella televisione, all'epoca, lo strumento principale della diffusione di questa mentalità edonistica, cioè basata sull'idea che la felicità consista nel piacere, che a sua volta consiste nell'acquistare, consumare, beni materiali. È l'edonismo consumista, il consumismo edonista.

Se Pasolini era critico rispetto alla televisione, cosa avrebbe pensato di internet e dei social network, che prevedono il contraddittorio, ma che tramite algoritmi sono anche in grado di indirizzare, di manipolare, in qualche modo, il nostro pensiero?

Appunto, c'è sempre una forma di manipolazione. Dietro un'apparente democraticità della Rete - ciascuno può dire quello che vuole su un social - c'è poi, però, comunque una forma di controllo e di indirizzo da parte degli algoritmi e da parte anche di poteri forti che usano la Rete a proprio vantaggio. È quindi forse un'illusione quella di una democraticità della Rete. 

Pasolini contrapponeva la realtà all'irrealtà: identificava la realtà nella società rurale, nella civiltà contadina, perché era un modo di vivere molto aderente alle cose concrete, alla natura, alla terra, ai campi, agli animali. Mentre lui definiva "irrealtà" la nuova civiltà industriale, perché era qualcosa di artificiale.

Forse la Rete è proprio l'esempio più eclatante dell'irrealtà, perché uno dice "ho cento amici", ma chi sono questi amici? Si è molto virtualizzata l'amicizia, i rapporti personali sono diventati virtuali e quindi irreali. E quindi questa idea dell'irrealtà, del mondo industriale, oggi è ancora più evidente, forse nella Rete.

A 100 anni dalla sua nascita quali sono le intuizioni di Pasolini che più ci appaiono profetiche?

Pasolini aveva la capacità di leggere il presente in profondità, mettere in relazione con la storia, e dunque intuire la direzione del cambiamento, dove sarebbero andate a finire le cose.

Una delle sue intuizioni più profetiche - se proprio si vuol usare questo termine - è l'idea di quanto sia l'economia a decidere, di quanto il potere più decisivo, più forte, quello che determina le nostre vite, non è più la politica, e non è più la Chiesa (perché la religione stava perdendo mordente sulla società italiana) ma è l'economia. 

In una famosa poesia scrive che la massa, non il popolo, si assesta là dove il Nuovo Capitale vuole, dove il neocapitalismo decide. La gente fa quello che stabilisce l'economia. 

A livello inconscio, tramite la pubblicità per esempio, siamo indotti a fare quello che l'industria ci comanda di fare, di comprare certi beni, di sentirci inadeguati se non possediamo una certa automobile o un certo capo di vestiario e così via. Se ci pensiamo, anche a livello più generale, quante guerre sono decise dall'economia?

Cosa c'è oggi ancora da esplorare dell’enorme “continente” Pasolini?

Walter Siti ha curato il “Meridiano” di Pasolini, ha pubblicato 10 tomi, divisi per genere, dell'opera, ma ha spiegato che avrebbe potuto, volendo, pubblicarne 20, perché ci sono molti inediti, molte opere abbozzate, molte stesure diverse di opere pubblicate. 

Quindi noi quando ci mettiamo davanti a Pasolini abbiamo davanti l'impressione di avere a che fare con un classico, perché è ormai un autore canonico, però è un classico non ingessato, non fisso, abbiamo l'impressione che la sua opera sia ancora una sorta di cantiere aperto. Proprio perché era un laboratorio in cui lui continuava a tornare sui progetti, a rielaborarli, a rivederli, a riprenderli e così via. 

Quindi probabilmente si potrebbe lavorare ancora molto sugli inediti. Poi forse questo lavoro non aggiungerebbe, non cambierebbe la nostra immagine di Pasolini.