La lotta per i giacimenti

Ecco perché la guerra in Ucraina è anche la guerra del litio

Intervista a Giuseppe Sabella

Ecco perché la guerra in Ucraina è anche la guerra del litio
Getty Images/Oleg Nikishin/Newsmaker
La miniera 'Skochinski' a Donetsk, Ucraina

Le prevalenti interpretazioni della guerra in Ucraina partono da presupposti che hanno a che fare con la tensione storica Russia-USA e con l’espansione a Est dell’Alleanza Atlantica. Oppure, con le spinte imperialiste e revansciste di Putin. Giuseppe Sabella, economista, ritiene invece che non siano solo queste le giuste coordinate per inquadrare cosa sta succedendo ai confini dell’Europa e per comprendere perché questa guerra ci riguarda più di quello che pensiamo. Sono le tesi del suo ultimo lavoro “La guerra delle materie prime e lo scudo ucraino. Ecco perché l’Europa è nel mirino di Putin” – pubblicato da Rubbettino in formato ebook – acquistabile online su tutte le piattaforme e i cui diritti di vendita saranno devoluti all’associazione Eskenosen (Como) per attività di sostegno all’emergenza della guerra in Ucraina.

Sabella, non appena ho appreso di questo suo lavoro sono rimasto colpito dal titolo e mi sono chiesto cosa volesse dire “scudo ucraino”. Ho poi letto l’introduzione e l’ho capito. Penso sia importante per il lettore comprendere bene questo elemento perché affiorano poi molti elementi fondamentali per la sua interpretazione di questa guerra. Ci può spiegare meglio? 

Lo “scudo ucraino” è quella Terra di mezzo compresa tra i fiumi Nistro e Bug che si estende fino alle rive del Mar d’Azov, nel sud del Donbass. L’area totale della sua superficie è di circa 250 mila chilometri quadrati. In termini di potenziale di risorse minerarie generali, lo scudo ucraino non ha praticamente parità in Europa e nel mondo. All’interno di questa zona geologica si trovano grandi riserve di minerali di ferro, di uranio e di zirconio, oltre che pietre preziose e semipreziose, materiali da costruzione (tipo granito estratto di alta qualità). Non solo le cosiddette “Terre Rare” – determinanti per la rivoluzione digitale e per la green economy –, nello scudo ucraino si estraggono anche uranio (l’Ucraina è tra i primi tre esportatori al mondo), titanio (decimo esportatore), minerali di ferro e manganese (secondo esportatore): tutte materie prime fondamentali per le leghe leggere (titanio) e anche per acciaio e acciaio inossidabile (minerali di ferro e manganese). In generale, comunque, tutta l’Ucraina è importante per Putin. Non è un caso che i territori già occupati siano strategici in questo senso: l’Ucraina orientale è la seconda più grande riserva d’Europa di gas naturale; in Luhansk e Donetsk vi sono enormi giacimenti di shale gas; in Crimea, già annessa dal 2014, vi sono rari giacimenti energetici offshore. Non è solo la mappa dell’invasione, è una mappa dei giacimenti.

Intanto, cosa sono le “Terre Rare”? 

Le Terre Rare – dall’inglese Rare Earth Elements (REE) – sono un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica (scandio, ittrio e i lantanoidi). Sono il motore delle nuove tecnologie digitali. L’Europa le importa per il 98% dalla Cina che, per il momento, ne possiede il 40% delle riserve mondiali. Possiedono Terre Rare anche USA, Vietnam, Brasile, Russia, India, Australia, e Groenlandia. Questa era la ragione per cui Trump voleva comprare l’isola più grande del mondo dalla Danimarca. Si stima che anche il canale di Sicilia sia ricco di Terre Rare. Le Terre Rare in questo momento più ambite sono quelle del gruppo dei “supermagneti”, ovvero il neodimio, il lantanio, il praseodimio, etc. Sono importantissimi per la produzione dei nuovi motori dell’auto elettrica, così come per smartphone e televisori, ma anche per tutta la filiera eolica, per la fibra ottica e per quella della diagnostica medica. Sono elementi in grado di cambiare e di potenziare le proprietà delle leghe che li contengono. Come si comprende, sono il cuore dell’innovazione tecnologica e digitale, motore a sua volta – insieme alle fonti energetiche rinnovabili – dello sviluppo sostenibile.

Lei ci dice anche che secondo gli studi del servizio geologico ucraino, nelle antichissime rocce di questo territorio vi sarebbero giacimenti di litio… 

I ricercatori ucraini, in queste esplorazioni, sono stati aiutati dai nostri ricercatori del CNR. In questo momento, sulla base di queste ricerche, l’Ucraina ha probabilmente il maggior potenziale di “oro bianco” – così chiamano il litio in ambito finanziario – dell’intera regione europea, insieme alla Serbia. Questi ritrovamenti di litio sono stati individuati soprattutto attorno all’area di Mariupol, la città portuale del Donbas oggi dilaniata dai bombardamenti russi. Il litio è fondamentale per lo sviluppo dell’industria delle batterie – gli attuali leader nella produzione delle batterie sono Giappone, Corea del Sud, Cina e Australia –, tra gli obiettivi più importanti del Green Deal europeo, che ha proprio nell’auto elettrica uno dei suoi simboli.

Per queste ragioni, lei prosegue, l’Ucraina è stata ufficialmente invitata a partecipare all’ “Alleanza europea sulle batterie e le materie prime” con lo scopo di sviluppare l’intera catena del valore dall’estrazione alla raffinazione e al riciclo dei minerali nel Paese. Può spiegare meglio questo punto? 

A luglio dell’anno scorso, il vicepresidente della Commissione europea Maroš Šefčovič si è recato a Kyiv per incontrare il primo ministro Denys Shmyhal. In quell’occasione, è stato firmato un partenariato strategico sulle materie prime. A novembre 2021, come riportato dalla stampa specializzata e come confermato dalla stessa azienda, la European Lithium Ltd – società di esplorazione e sviluppo proprietà minerarie che ha sede a Vienna – si è accordata con la Petro Consulting Llc – azienda ucraina con sede a Kyiv – che dal governo locale ha ottenuto i permessi per estrarre il litio dai due depositi che si trovano a Shevchenkivske nella regione di Donetsk e a Dobra nella regione di Kirovograd, vincendo la concorrenza dell’azienda cinese Chengxin. Era il 3 novembre 2021. Solo tre mesi dopo, Putin scatenava la guerra in Ucraina. Le due vicende non mi sembrano indipendenti.

Perché le due vicende le sembrano correlate a tal punto che il titolo del suo lavoro è “La guerra delle materie prime”? 

Il presente ci fornisce le chiavi di lettura giuste per capire cosa sta succedendo. Tra l’altro, ne parliamo da due anni. Ma ora ce ne siamo dimenticati. Quando la pandemia ha fatto irruzione nel mondo, da ogni parte – da Est a Ovest, da Slavoj Žižek a Joseph Stiglitz, Jeremy Rifkin, Thomas Piketty, Romano Prodi, Giulio Tremonti, etc. – si è parlato di fine della globalizzazione se non della crisi definitiva del palinsesto mondiale. Dopo due anni di pandemia, possiamo dire – senza dubbi – che l’ordine multilaterale è crollato. È qui che vanno cercate le ragioni di questo conflitto.

Perché? 

Perché, come avevamo visto nella nostra ultima conversazione, questo è un problema enorme per un Paese esportatore come la Russia. La Russia, ora che l’Europa punta alla sua indipendenza industriale ed energetica (quantomeno dal 2019), a chi lo vende il gas? La Russia vive principalmente di esportazioni di gas e petrolio. Con la fine della globalizzazione – in questi 20 anni i russi hanno guadagnato come mai prima – l’economia russa rischia il crollo. Per questo, Putin vuole avvicinare Mosca a Pechino. Obiettivo del capo del Cremlino è fare della Russia il più importante fornitore di materie prime della “fabbrica del mondo”, la Cina. Per questo, Putin vuole lo “scudo ucraino”. È da due anni che vi è crisi di materie prime perché Cina e Russia stanno cercando di monopolizzarle. Quanto alla Cina, durante il primo lockdown, ha fatto incetta di materie prime in tutto il mondo a prezzi di saldo, perché nel frattempo nessuno le comprava. Ciò emerge anche dai livelli di inflazione anomali di USA e UE, i più alti da trent’anni a questa parte. Senza considerare che sull’Europa si sta scaricando la più grande emergenza umanitaria dalla Seconda guerra mondiale ai nostri giorni.

Quali equilibri si vanno quindi definendo nel mondo che viene? 

Sono gli stessi che avevo anticipato nel mio precedente lavoro “Ripartenza verde” (Rubbettino 2020): la fine del multilateralismo dà inizio anzitutto a una fase di macro-regionalizzazione (l’Europa così integrata va riconosciuto che è fatto inedito) e contrappone le democrazie liberali alle autocrazie. È il decoupling che dà origine a questo nuovo ordine, ovvero il processo di disaccoppiamento delle catene del valore. È ormai in corso da quasi 10 anni, lo abbiamo visto attraverso il back-reshoring delle produzioni. È finita da tempo l’era delle delocalizzazioni e ora è finita la globalizzazione, ovvero quel processo attraverso il quale mercati e produzione nei diversi Paesi diventano sempre più interdipendenti, in virtù dello scambio di beni e servizi e del movimento di capitale e tecnologia (così ci dice l’Ocse). Ora, se dall’interdipendenza si arriva alla contrapposizione, questo spiega perché le materie prime sono così importanti. La speranza è che la Russia non istituzionalizzi la guerra per avvantaggiarsi. E che la Cina non assecondi il metodo di Putin.

Giuseppe Sabella, cover UA Pierluigi Mele
Giuseppe Sabella, cover UA