Salute

I bisogni dei malati di cancro non si esauriscono con la guarigione

L'assistenza ai pazienti oncologici deve essere rivista in un'ottica che vada oltre la fase acuta del tumore e che consideri i bisogni fisici e psicologici che permangono anche dopo la guarigione

I bisogni dei malati di cancro non si esauriscono con la guarigione
Ansa
Prevenzione del tumore al seno

La priorità è invariata: rendere il cancro sempre più spesso una malattia curabile. Un risultato che oggi è raggiungibile in numero crescente di casi. E che poco alla volta sta determinando l’insorgere di un’altra esigenza: la risposta ai bisogni che i pazienti oncologici maturano una volta messa alle spalle le terapie della fase acuta della malattia. Un aspetto di cui, almeno nei Paesi occidentali, si inizia a tenere conto. Ma non ancora come dovrebbe accadere. «Servono nuovi modelli di cura per rispondere alle necessità di chi sopravvive a un tumore», è la sintesi che emerge da una serie di articoli pubblicati sulla rivista «The Lancet»  e dedicati a questo tema. Un dossier con informazioni utili soprattutto per i decisori politici e i dirigenti sanitari. Ma che pone la luce su un aspetto ancora troppo spesso posto in secondo piano, soprattutto in seguito alla pandemia: la vita oltre la malattia.

Un cambio di paradigma

L’Italia, in Europa, è il Paese che mostra i più alti tassi di sopravvivenza alle malattie oncologiche. Pur spendendo meno di altri Paesi per le cure, lungo lo Stivale oltre il 59 per cento degli uomini e il 63 per cento delle donne è vivo a cinque anni dalla diagnosi. Una soglia, questa, considerata in molti casi decisiva per evitare l’incorrere di una recidiva. I risultati sono particolarmente confortanti in alcuni dei tumori più frequenti: per esempio quelli che colpiscono la tiroide (92 per cento), la prostata (90 per cento), il seno (86 per cento), il colon (64 per cento), oltre ai linfomi (84 per cento). Meno in altri, se si pensa per esempio ai tumori del polmone (16 per cento) e del pancreas (8 per cento). Ma pur con le dovute differenze tra le singole malattie, sempre più spesso si pone la sfida di affrontare il «dopo». Da qui, come richiesto dagli esperti, la necessità di passare da un «approccio che punta quasi esclusivamente all’individuazione precoce delle recidive» a un modello che «punti a migliorare la qualità della vita e delle esperienze che attendono le persone che superano un tumore». Al momento il follow-up è qualcosa che compete quasi sempre agli specialisti di ambito: gli oncologi, i chirurghi, i radioterapisti, gli ematologi e i medici nucleari. Secondo gli autori di un altro degli articoli della serie, la gestione dei controlli dovrebbe essere invece suddivisa coinvolgendo anche il medico di base, gli infermieri e le persone che vivono più a stretto contatto con il paziente oncologico. E dando più spazio alla telemedicina. Tutto ciò tenendo conto delle specificità dei singoli malati. O divenuti ex, nel frattempo. «Serve ampliare la gamma degli interventi e favorire approcci personalizzati», è la raccomandazione degli esperti.

I «postumi» della malattia che non vanno via

Ultimate le cure oncologiche, almeno 2 su 3 tra i pazienti in remissione, guariti o che hanno chiuso definitivamente i conti con la malattia hanno l’esigenza di un sostegno fisico o psicologico. Supporto che nella maggior parte dei casi, però, non trovano. Sul piano fisico, come descritto attraverso le colonne di «The Lancet», i problemi possono essere diversi. Quasi tutti conseguenza delle terapie affrontate: dallo scompenso cardiaco alla sindrome metabolica, dal linfedema all’osteoporosi, dai problemi della sfera sessuale alle neuropatie periferiche. Anche l’immunoterapia, per quanto meglio tollerata rispetto alla chemio, può determinare l’insorgere di effetti collaterali dovuti a un’eccessiva risposta immunitaria a livello dell’apparato digerente, della pelle e del sistema endocrino. Non meno importanti sono i bisogni psicologici: dalla paura delle recidive all’affaticamento spesso cronico, dai disturbi del sonno al timore di non poter avere figli. Pensieri reali, che le persone che hanno avuto un tumore si portano spesso dietro per anni.

L’attenzione da dedicare agli stili di vita

Attenzione va posta anche alla correzione degli stili di vita: dipende anche da questo infatti la riduzione del rischio di andare incontro a una recidiva. Se fumatrice, una persona che ha avuto un tumore andrebbe aiutata a smettere. Idem nel caso in cui si tratti di un forte consumatore di bevande alcoliche. Oltre che dalla dieta, la lotta ai chili di troppo passa pure dall’incremento dell’attività fisica: ritenuta ormai una «medicina» per abbattere le probabilità di una ricaduta e contribuire alla gestione del dolore cronico, della fragilità ossea e del decadimento cognitivo. Tutti aspetti collaterali alla malattia, che i quasi quattro milioni di italiani che hanno messo alle spalle un tumore conoscono. Ma che non vengono ancora considerati - con ricadute sulla qualità della vita dei sopravvissuti - e presi in carico come dovrebbe essere fatto in un modello ideale di assistenza che vada oltre la fase acuta e consideri queste persone ancora alle prese con dei bisogni specifici rispetto al resto della popolazione.

Bambini e adolescenti: cosa resta dopo essersi ammalati di cancro

Nel dossier un capitolo a parte è dedicato a coloro che si sono ammalati di cancro da bambini o da adolescenti. Un problema che in Italia, ogni anno, riguarda tra 2.200 e 2.400 famiglie.  L’ambito pediatrico rappresenta la punta di diamante dei successi ottenuti in oncologia negli ultimi quarant’anni. Complessivamente, con risultati migliori nei più piccoli che nei ragazzi, i tassi di sopravvivenza superano l’80 per cento. Ma il cancro lascia un segno su tutti i pazienti: tanto più marcato quanto più precoce è l’appuntamento con la diagnosi. Prima si scopre di dover fare i conti con un tumore, infatti, maggiore è la prospettiva di vita che ci si ritrova a dover vivere con i postumi lasciati da questa esperienza. I ragazzi che hanno superato un tumore vanno seguiti nel tempo perché, come svelato da un lavoro pubblicato nel 2020 sulla rivista «The Lancet Oncology», oltre ad aumentare il rischio di insorgenza di una seconda neoplasia, le cure oncologiche possono determinare effetti collaterali a carico dell'apparato circolatorio, respiratorio e del sistema endocrino. E poi ci sono i segni che la malattia lascia nella mente. Per questo, è l’appello degli esperti, occorre «coordinare il passaggio dell’assistenza dagli specialisti dell’età pediatrica a quelli dell’adulto». In questo caso, considerando le attitudini generazionali di chi ha superato la malattia, ampio spazio può essere dato al web e alla telemedicina. Il tutto con un unico fine, che è poi un cambio radicale di paradigma: non più la sopravvivenza al cancro, ma la vita oltre la malattia.