In Africa adesso è allarme tumori: oltre un milione le vittime attese nel 2030

La stima in un report pubblicato sulla rivista «The Lancet Oncology». Rispetto all'Occidente, le conseguenze dei tumori pediatrici, al seno e al collo dell'utero sono molto più gravi

In Africa adesso è allarme tumori: oltre un milione le vittime attese nel 2030
RIJASOLO/AFP/Getty Images
Villaggio africano, immagine di repertorio

Più casi. E, inevitabilmente, più decessi. Nei Paesi africani, le malattie infettive si diffondono alla luce del sole. I tumori, invece, sottotraccia. Ma non per questo in maniera meno rilevante. Al di là del Mediterraneo, il cancro rappresenta un’emergenza ai più ancora ignota. Stili di vita da rivedere, diagnosi tardive, difficile accesso alle cure e ridotte soluzioni terapeutiche: questo mix sta facendo crescere la portata delle malattie oncologiche soprattutto negli Stati subsahariani. Qui, complessivamente, nel 2020 sono state 520mila le persone che hanno perso la vita a causa di un tumore. Ma complici alcune variazioni intervenute sul fronte ambientale, rischiano di diventare un milione entro il 2030. In un arco temporale in cui a crescere saranno con ogni probabilità anche le diagnosi. 

Il peso dei tumori nei Paesi dell'Africa subsahariana

I numeri provengono da un’analisi sullo stato delle malattie oncologiche nell’Africa subsahariana pubblicata sulla rivista «The Lancet Oncology».  Una piaga che si sta allargando e che riguarda uomini e donne, giovani e non. I tumori sono diventati una realtà più frequente nel Continente nero, a causa di una combinazione di fattori: invecchiamento della popolazione, scarsa conoscenza dei fattori di rischio, occidentalizzazione degli stili di vita, aumento delle infezioni, carenza di strutture sanitarie, mancanza di personale qualificato e alto tasso di abbandono delle cure. «La conoscenza e i comportamenti della popolazione sono fondamentali per ridurre il carico delle malattie oncologiche nei Paesi dell’Africa subsahariana - afferma la senologa Beatrice Wiafe Addai, coautrice del lavoro e presidente dell’Organizzazione Africana per la Ricerca e la Formazione sul Cancro (Aortic) -. Le campagne di salute pubblica sono protagoniste di qualsiasi programma che punti ad aumentare la consapevolezza della popolazione sui fattori di rischio e a contrastare la disinformazione. Allo stesso tempo, però, devono essere messe in atto politiche importanti per promuovere la prevenzione dei tumori».

La prevenzione è la grande assente

I tumori più diffusi in quest'area del Pianeta sono quelli a carico del seno e del collo dell’utero. Quest’ultimo, negli Stati occidentali sempre più limitato dalla vaccinazione contro il papillomavirus, rappresenta anche la prima causa di morte. Oltre un terzo dei decessi provocati da questa malattia si verifica nell'Africa subsahariana. Un chiaro segno della quasi totale assenza di prevenzione primaria, in questo caso rappresentata dalla profilassi vaccinale: attiva però soltanto in 14 dei 46 Paesi che compongono la porzione più a sud del Continente, con un tasso medio di adesione che non arriva al 50 per cento. «La carenza di programmi di prevenzione è il maggiore ostacolo al progresso verso la riduzione dell’impatto di queste malattie», affermano i ricercatori. Quanto al tumore al seno, invece, a condizionare la prognosi è il frequente abbandono delle terapie. Tra gli uomini, invece, le neoplasie più diffuse risultano essere quelle che colpiscono la prostata (oltre 77mila diagnosi nel 2020), il fegato (24.700 casi) e il colon-retto (23.400 casi).

Più tumori anche per il peggioramento degli stili di vita

Un altro limite - non meno rilevante - è rappresentato da fattori socioculturali quali il basso livello di istruzione e la diffusione di credenze popolari che «ostacolano» la tutela della salute. Secondo molte donne, per esempio, il tumore della cervice uterina altro non è che la conseguenza di un fenomeno naturale, oltre che un’opportunità concessa alle donne per avere più di una moglie. Difficile, di fronte a credenze così diffuse e consolidate, far percepire dunque il peso delle infezioni e l’efficacia di una profilassi vaccinale. A ciò occorre aggiungere che negli ultimi anni è aumentata la prevalenza dell’abitudine al fumo di sigaretta, all’uso di bevande alcoliche e al consumo di alimenti ad alto carico energetico. Di fatto, nei Paesi dell’Africa subsahariana è in corso una occidentalizzazione dello stile di vita, che sta portando la popolazione ad adottare comportamenti che la pongono di fronte a un ulteriore rischio di sviluppare diversi tumori. Basti pensare che, negli ultimi tre decenni, Paesi quali il Burkina Faso, il Ghana, il Togo e il Benin hanno assistito a un'esplosione dei tassi di obesità: cresciuti anche del 1400 per cento. 

Prevenzione, diagnosi e cura: la qualità delle strutture sanitarie lascia a desiderare

Un altro fattore che determina un aggravio del carico determinato dalle malattie oncologiche è rappresentato dalla scarsa disponibilità di centri di cura specialistici, che fa il paio con la povertà e i costi per l’accesso alle terapie. Tre ragioni che, messe assieme, portano i pazienti a non curarsi o ad abbandonare progressivamente i percorsi di cura. I più penalizzati, in questo senso, sono coloro che abitano nelle aree rurali. La distanza dai pochi ospedali presenti rappresenta un ulteriore ostacolo verso la guarigione. «Nella maggior parte dei Paesi di questa parte dell’Africa le strutture sanitarie sono assenti o comunque inadeguate - spiega Isaac Adewole, docente di ginecologia e ostetricia all’Università di Ibadan (Nigeria) e coautore dello studio -. Inoltre la diffusione di pratiche di laboratorio non regolamentate ha portato a un drastico aumento di diagnosi errate o diagnosi tardive. Occorre sviluppare servizi sanitari pubblici, finanziati con le tasse dei cittadini. E garantire l’erogazione di questo tipo di prestazioni diagnostiche da parte di centri specializzati nella cura dei tumori, in modo da poter offrire cure adeguate a costi sostenibili a un maggior numero di persone».

In aumento anche i tumori infantili

Alcune delle ragioni già citate - l’abbandono delle cure e la carenza di specialisti - sono alla base di un’altra emergenza che corre sotto traccia. Quella rappresentata dai tumori pediatrici: secondo gli esperti, nel 2050 la metà dei casi si verificherà in una nazione africana. «La maggior parte dei pazienti - denunciano gli autori del dossier - arrivano negli ospedali soltanto quando hanno una malattia avanzata». Aspetto che, com’è noto invece in Europa, incide in maniera decisiva sulle chance di cura. A ciò occorre aggiungere che gli oncologi pediatri risultano presenti soltanto in quattro Paesi: Sud Africa, Uganda, Tanzania e Ghana. In tutti gli altri, le cure in questo ambito sono affidate a medici non specializzati e a infermieri. Quasi ovunque assente l’opportunità di essere arruolato all’interno di studi clinici. Infine occorre non sottovalutare alcuni fattori sociali - la diffidenza nei confronti dei medici, la bassa istruzione materna e i timori per i trattamenti - che limitano ulteriormente la prognosi di queste malattie.

Un «piano Marshall» per l'oncologia in Africa

Secondo gli esperti, «ogni Paese dovrebbe sviluppare programmi specifici per la gestione dei tumori infantili, di condizioni concomitanti quali le infezioni da HIV e la malnutrizione: oltre a garantire una fornitura adeguata di farmaci, supporti psicosociali e cure palliative», si legge nel documento. Gli investimenti nello sviluppo della diagnostica oncologica e dei registri tumori, tra loro concatenati e non meno importanti, «devono essere integrati da una maggiore formazione del personale: da strutturare in loco, ma anche grazie a opportunità di collaborazione internazionale». Secondo gli esperti, prendendo spunto da quanto appreso durante la pandemia, un aiuto potrebbe giungere anche dalla telemedicina. Esperienze di buon livello si registrano già nei Paesi più sviluppati: dalla Nigeria al Sud Africa. «Ci sono già diverse esperienze che dimostrano come la teleoncologia possa essere un valido supporto per monitorare a distanza l’erogazione della chemioterapia e delle cure palliative, oltre alla comparsa di nuovi sintomi legati alla malattia - conclude Wilfred Ngwa, radioterapista del Dana Farber Cancer Institute di Boston: tra gli autori del documento -. Per questo occorre lavorare anche sulle infrastrutture tecnologiche. La telemedicina non potrà riguardare tutti i pazienti, ma avrà un ruolo cruciale per offrire soluzioni terapeutiche in più a chi vive nelle aree del Pianeta che offrono meno opportunità».

Twitter @fabioditodaro