Dopo l'operazione della Dda di Roma e della Dia

'Ndrangheta a Roma, lo storico Ciconte: "Per la prima volta una cellula strutturata nella Capitale"

“Rispetto ad altre inchieste che avevano testimoniato la presenza della mafia calabrese a Roma, questa volta la novità è l’attestazione di una struttura interna, il ‘locale’”, spiega Enzo Ciconte, il più importante storico di ‘Ndrangheta in Italia

'Ndrangheta a Roma, lo storico Ciconte: "Per la prima volta una cellula strutturata nella Capitale"
Wikipedia/E. Graziani
Enzo Ciconte

“Quando io ero ragazzino non ci era concesso fare i nomi degli ‘ndranghetisti, potevamo parlarne soltanto in famiglia o al massimo con l’amico del cuore. Adesso le cose sono cambiate, nei miei libri ci sono elenchi di mafiosi e le persone possono tranquillamente discutere di ‘Ndrangheta. Sì, riusciremo a mettere la parola ‘fine’”.  

Parla così Enzo Ciconte, il più importante storico di ‘Ndrangheta in Italia, professore di “Storia delle mafie italiane” all’Università di Pavia, a poche ore di distanza dall’operazione della Dda di Roma e della Dia che ha portato allo smantellamento della prima filiale criminale nella Capitale: un “locale”, così come viene chiamata, appendice della mafia calabrese. 

Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto”, dicono alcuni soggetti indagati in una intercettazione telefonica agli atti. “Di là da sotto” c’è la Calabria, dove Ciconte è nato e cresciuto e dove si è posto le prime domande sul fenomeno mafioso.  

“Rispetto ad altre inchieste che avevano testimoniato la presenza della ‘Ndrangheta a Roma, questa volta la novità è rappresentata proprio dall’attestazione di questa struttura interna, il “locale”. Si tratta di una cellula con caratteristiche ben precise: sono almeno 49 i mafiosi che vi prendono parte e mettono insieme competenze e capacità di fare affari, un vero e proprio consorzio criminale”, spiega Ciconte. 

“In sostanza è una struttura di comando al vertice della ‘Ndrangheta – aggiunge Ciconte - che riunisce le ‘ndrine (famiglie mafiose) operanti a Roma, per un totale di almeno 49 ‘ndranghetisti”. 

Il numero 49 non è casuale, ricorre spesso nella numerologia della mafia calabrese. “Non è mai stata data una spiegazione sul perché di questo numero”, precisa Ciconte. “La ‘Ndrangheta ricorre a simboli e rituali: chiunque pensa che abbia dismesso tutto questo sbaglia”.

A capo della struttura criminale romana c’erano Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro, entrambi appartenenti a storiche famiglie di ‘Ndrangheta originarie di Casoleto, in provincia di Reggio Calabria. “Gli appartenenti al ‘locale’ non vengono ammessi per competenza, ma per appartenenza familiare”, precisa Ciconte. 

Con l’unico e il solo obiettivo di fare affari. “Il solo scopo che li muove è quello economico. Non solo traffico di droga, che era stato già accertato, la ‘Ndrangheta controlla molte piazze di spaccio romane – aggiunge Ciconte -, ma anche l’usura, cresciuta tantissimo durante il lockdown, fino all’acquisto di immobili che comprendono locali, bar, ristoranti, supermercati e al riciclaggio di ingenti somme di denaro”. 

Attività portate avanti nel massimo silenzio. “Gli ‘ndranghetisti lavorano a pelo d’acqua, ti accorgi e non ti accorgi di quello che fanno. A differenza della mafia siciliana che ha attirato su di sé le attenzioni dello Stato, la ‘Ndrangheta opera nell’ombra. Continuerà a fare affari e né io né lei ce ne accorgeremo”, aggiunge Ciconte. 

“La ‘Ndrangheta cerca di fare di tutto per evitare il morto ammazzato – precisa -, invece opera nel disinteresse degli altri perché quello è il modo migliore per fare affari”. 

Così nel cuore d’Italia la mafia calabrese aveva capito come affondare il coltello. D’altronde di esperienza sulle spalle ne ha talmente tanta da essere al momento l’organizzazione criminale più forte d’Europa

“La ‘Ndrangheta detiene il monopolio della cocaina ed è collegata ai più grandi narcotrafficanti europei e mondiali, inoltre non ha collaboratori di giustizia, quindi non ha falle interne”, spiega Ciconte.

Nonostante questo, il professor Ciconte non ha grandi dubbi: un giorno si leggerà la parola “fine” accanto a quella “’Ndrangheta”

“Le condizioni affinché questo accada sono due – spiega Ciconte -: che lo decidano le donne di mafia, se loro decidono di squadernare l’organizzazione mafiosa ci riescono, hanno un peso eccezionale. In secondo luogo, quando ci sarà una società civile che deciderà di non dare un peso alla criminalità organizzata, ossia quando ognuno di noi farà la propria parte, il proprio lavoro con onestà e con decoro senza rivolgersi a esponenti della criminalità organizzata per ottenere favori”.