Richard Benson, l’iconoclasta del rock che ha scaldato una generazione

Divulgatore, chitarrista, personaggio televisivo: dalla nicchia degli "irriducibili" del rock a una notorietà inaspettata

Richard Benson, l’iconoclasta del rock che ha scaldato una generazione
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Richard Benson

Per chi tra gli anni 80 e 90, a Roma, è vissuto nel mito della musica rock e dei grandi virtuosi della chitarra Richard Benson è una sorta di istituzione.

Su una piccola tv locale il suo show settimanale Ottava Nota era un appuntamento imprescindibile. Non solo perché era possibile ascoltare tutta quella musica che difficilmente trovavi nelle radio maistream ma soprattutto perché lui era un personaggio istrionico e magnetico. Divertente anche. 

Quando cominciava a dilungarsi sui particolari tecnici delle esecuzioni dei suoi chitarristi preferiti era un piacere starlo ad ascoltare. Fuori dalle righe, con quei capelli lunghi e gli occhialoni neri: brandiva la sua chitarra come un bastone pastorale. Pronto a esibirsi in assoli pazzeschi e a volte sconclusionati ma che racchiudevano nel loro caos creativo tutta la magia del virtuosismo di cui era capace. La trasmissione era essenziale, brutale quasi: lui metteva su un disco, e tu stavi lì a osservare la copertina del vinile per lunghi minuti, scaldando le orecchie con quelle note dure, quei reef arrampicati, quelle disarmonie sconcertanti.

 

Negli anni era diventato un vero personaggio, conosciuto anche da chi non amava la musica rock. Per via della sua passione smodata per il suo strumento ma anche per quelle perfomance live (soprattutto nei locali romani) in cui veniva fatto oggetto di scherni, prese in giro e lanci di oggetti di ogni tipo.

 

 

 

 

C’è chi racconta che era facile incontrarlo a passeggio per la città, gli piaceva che lo riconoscessero e a chi lo fermava non risparmiava mai una battuta, un aneddoto e, quando era  in vena, una delle sue urla belluine che riusciva a tenere per dozzine di secondi.

E poi poco importava che le storie che raccontava fossero vere o meno: quando cominciava a parlare di musica, di chitarristi, degli strani incontri e di aneddoti assurdi che riguardavano i suoi miti (da Steve Vai a Yngwie Malmsteen, da Jimi Hendrix a Eddie Van Halen) tutto diventava magicamente coerente e verosimile.

Era talmente personaggio che Verdone, grandissimo amante della musica rock, lo aveva voluto per un preziosissimo cameo nel film “Maledetto il giorno che ti ho incontrato” in cui Richard interpretava se stesso, conduttore della trasmissione musicale “Juke box all’idrogeno”.

 

Negli ultimi anni era malato e sofferente, aveva anche lanciato un appello per farsi aiutare: ormai claudicante e non più in grado di suonare la chitarra i suoi spettacoli erano ormai un lontano ricordo e le difficoltà economiche una realtà quotidiana. 

 

Nonostante tutto la sua popolarità ha continuato ad essere costante, anche a distanza di anni dalla sua ribalta nazionale grazie a qualche film e comparsate tv. Complice Youtube, e uno zoccolo duro di appassionati che ha caricato sul web tutte le puntate di ottava nota e le sue “sparate” più famose, Richard è addirittura diventato protagonista di meme e gif animate.

 

 

E se aspettando tuo figlio all’uscita di una scuola senti provenire dalla suoneria di un ragazzino dodicenne “I nani”, una delle ultime canzoni di Benson, allora ti rendi conto che i social non azzerano solo le distanze fisiche. Ma anche quelle generazionali. E allora capisci che quell’epoca, la tua, fatta di attese per l’uscita di un nuovo disco non è poi così diversa dalla frenesia dei nostri ragazzini quando smaniano per accaparrarsi l’ultima edizione del videogioco preferito.