Intervista a Padre Carlo Casalone

L'eredità di Martini per la Chiesa, uomo e cardinale del dialogo

Il presidente della Fondazione Martini ripercorre la vita e la testimonianza "profetica" del cardinale che Papa Francesco ha definito "padre per tutta la Chiesa"

L'eredità di Martini per la Chiesa, uomo e cardinale del dialogo
LaPresse
Il cardinale Carlo Maria Martini

“Ho desiderato incontrare almeno idealmente tutti, ma soprattutto gli ultimi”, le parole del cardinale Carlo Maria Martini sono impresse sulla pagina web della Fondazione a lui dedicata e riecheggiano nel ricordo e nelle parole di padre Carlo Casalone che la presiede, tenendo viva la memoria dell’Arcivescovo di Milano, testimone instancabile, nel corso della sua vita e della sua attività pastorale, di quella “Chiesa in uscita” cara a Papa Francesco.   

Padre Casalone il 2022 è un anno particolarmente significativo: ricorrono i dieci anni dalla morte di Martini (31 agosto 2012) e i vent’anni dalla conclusione del suo ministero episcopale a Milano (11 luglio 2002). Tanti i cambiamenti avvenuti nel frattempo nel mondo e nella Chiesa. Come leggere oggi la testimonianza del cardinale? 

 “Martini è stato ed è tutt’ora un punto di riferimento per molti: per i cattolici, anche al di là dei confini della diocesi di Milano di cui è stato Arcivescovo, ma pure per credenti di altre religioni e per l’intera società civile. Il suo atteggiamento fondamentale era quello di ascoltare, lasciarsi interrogare, riconoscere anche in situazioni contraddittorie una prospettiva di senso che permette di orientarsi e di impegnarsi per il bene: in altri termini, discernere i segni della presenza e dell’operare di Dio nella storia. È quanto ha fatto nel periodo travagliato dello scorcio del millennio, tra il 1980 e il 2002, segnato da vicende difficili come gli anni di piombo, mani pulite, migrazioni in crescita, attentato alle Torri Gemelle e terrorismo. In queste situazioni, il cardinale è stato capace di favorire il dialogo con tutti, di imparare sempre qualcosa da ciascuno e di accompagnare i suoi interlocutori nella ricerca personale della loro strada, con profondo rispetto della coscienza. Ha proposto iniziative pastorali esigenti, ma molto apprezzate e seguite. È stato straordinariamente creativo nell’interpretare le intuizioni di s. Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti, che Papa Francesco riassumerebbe così: ‘Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle’ “. 

Qualche settimana fa Papa Francesco, in un'intervista, ha raccontato di aver chiesto all'Osservatore Romano di ripubblicare una riflessione di Martini uscita proprio dopo l'attentato alle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001. Cosa diceva e qual è l'eco delle sue parole nello scenario attuale di guerra e mutamenti geopolitici? 

“Nel discorso alla città del 6 dicembre 2001, Martini confessa di non potersi sottrarre alle spinose domande poste dall’attentato, approfondendole, come era sua abitudine, in dialogo con testi biblici: che cosa porta all’esplodere della violenza e dell’odio? Le misure che vorrebbero contenere il dilagare della violenza raggiungono davvero il loro scopo? Come attuare una legittima difesa che non deragli in vendetta e ritorsione? E poi, in che modo l’atteggiamento di Gesù di fronte al sopruso, alla violenza e alla morte ci può ispirare oggi? Affrontando onestamente tutte le questioni, anche le più scomode, Martini fa emergere spunti che pure oggi ci toccano in profondità su come affrontare e arginare la violenza. Ve ne riporto un brano: ‘Gli sforzi umani di distruggere il male con la forza delle armi non avranno mai un effetto duraturo se non si prenderà seriamente coscienza di come le cause profonde del male stanno dentro, nel cuore e nella vita di ogni persona, etnia, gruppo, nazione, istituzione che è connivente con l'ingiustizia. Se non si mette mano a questi ambiti più profondi mutando la nostra scala di valori, tra breve ci ritroveremo di fronte a quei mali che abbiamo cercato con ogni sforzo esteriore di eliminare’. Così la legittima difesa nel corso di un’aggressione, per essere realmente efficace, non può che essere animata e motivata da una logica differente rispetto a quella che ha portato alla violenza”. 

Una logica che oggi rimanda a quanto sta accadendo in Ucraina, dove la strada per la pace sembra ancora lontana

“Occorre vigilare con attenzione che nella legittima difesa non si insinuino sentimenti di rivalsa e di vendetta, anche nella guerra che ora si sta svolgendo in Ucraina. Circa il conflitto nella ex-Iugoslavia, Martini aveva posto la domanda: sapremo tutti rinunciare a vincere? Sono dinamiche interiori e relazionali che non si improvvisano e richiedono una seria elaborazione interiore. Sul lungo periodo, il punto è di identificare le premesse che conducono alla violenza e assumerne la responsabilità. Il vangelo chiama questo cambiamento «conversione», che richiede una profonda revisione dei nostri modi di considerare l’altro e dei nostri stili di vita. Così Martini riformula lo slogan di allora: enduring freedom in enduring covenant. Richiama la tenacia che occorre per costruire relazioni solidali di reciproco aiuto, a partire da quanto ciascuno può fare nel quotidiano, nel proprio raggio di azione. Se qualcuno desiderasse ascoltare il discorso dalla viva voce di Martini, lo può trovare sul nostro sito come podcast”.

In questo anno particolare per la Fondazione quali iniziative avete in programma? 

“Questi anniversari sono l’occasione per fare meglio conoscere il pensiero, la figura e l’attività di padre Martini. Desideriamo trovare vie per trasmettere il patrimonio che abbiamo ricevuto da lui anche alle giovani generazioni. Per questo, procediamo nella pubblicazione organica dei suoi testi e interventi nell’Operaomnia, e rendiamo disponibili volumi che non sono più in circolazione. Tra le iniziative più recenti vorrei ricordare quella rivolta alle scuole, che propone in formato digitale materiali utilizzabili per i programmi di educazione civica, e i podcast, che permettono di seguire anche dal cellulare discorsi e interventi di Martini dalla sua viva voce. Stiamo anche elaborando percorsi di ascolto attraverso la musica elettronica, a partire da testi biblici: un connubio finora mai realizzato. Tutti i materiali sono accessibili sul sito della Fondazione”. 

Padre Carlo Casalone, presidente della Fondazione 'Carlo Maria Martini' Ansa
Padre Carlo Casalone, presidente della Fondazione 'Carlo Maria Martini'

A proposito dell’Opera omnia, nelle scorse settimane è stato pubblicato il VI volume: Farsi prossimo (Bompiani). Come si declina in questa stagione storica l' “essere prossimi"? 

“Il frutto più importante del Convegno diocesano Farsi prossimo (nel 1986), oltre allo stile sinodale che lo ha caratterizzato, è una visione della carità che non si riduce ad assistenzialismo. Essa innerva non solo i rapporti interpersonali, ma l’impegno per il bene comune e la ricerca di una società più giusta. Per questo il volume racconta anzitutto la preparazione e lo svolgimento del Convegno, perché il metodo può fornire suggerimenti originali da sviluppare oggi; poi descrive i fronti su cui si esercita concretamente la carità in relazione alle persone più vulnerabili (detenuti, malati, anziani, immigrati); infine indica i frutti che questo cammino ha portato per la diocesi (come le scuole di formazione socio-politica e l’approfondimento del senso del volontariato e la sua promozione). Abbiamo voluto concludere il volume con gli scritti in cui Martini riflette sul superamento di una giustizia penale vendicativa per promuoverne una pratica, ispirata dalla Bibbia, che mira alla riconciliazione e alla riparazione delle ferite provocate dai crimini”.  

Il Papa ha definito Martini "un pioniere dello stile sinodale della Chiesa", il cardinale Michael Czerny, anch'egli gesuita, ha parlato di "un profeta". In quali ambiti sono più evidenti le tracce lasciate dal suo impegno pastorale e quali le "profezie"? 

“Martini si è mosso proprio in quella linea che sta a cuore a papa Francesco: come dice in Evangelii gaudium, l’importante non è occupare spazi (di potere), ma avviare processi (di crescita e responsabilità condivisa). Così i semi sparsi dal cardinale stanno ancora portando frutto, sta a noi coltivarli perché continuino a portarne: un ascolto della parola di Dio che sia capace di trasformare la vita personale e sociale, di dilatare il più possibile il coinvolgimento di tutte le componenti della chiesa e della società nella ricerca di una convivenza più umana”.  

Ha avuto occasione di incontrare Papa Francesco e parlare con lui del cardinale e della Fondazione? 

“ ‘La memoria dei padri è un atto di giustizia e Martini è un padre per tutta la Chiesa’”. Così ci ha detto papa Francesco quando siamo andati a presentargli la nascente Fondazione, il 30 agosto 2013. Dopo averci ascoltato con accoglienza e simpatia, ci ha incoraggiato nel nostro intento. Gli mandiamo puntualmente una copia di ogni libro dell’Opera omnia che pubblichiamo. E mi sembra che ne faccia buon uso… Del resto lui stesso ha redatto la prefazione del primo volume, dedicato alla Cattedra dei non credenti”. 

Un’esperienza che è rimasta un modello di riferimento per quel che riguarda il dialogo con chi è lontano dalla fede. 

“Si sente spesso citare la frase di Martini sul superamento dell’antitesi tra credenti e non credenti, a favore della distinzione tra pensanti e non pensanti. Una formula che ha fatto colpo sull’immaginazione comune. Però mi sembra che ci si sia soffermati soprattutto sulla seconda parte, come se si trattasse di richiamare i credenti a pensare. Certo, ce n’è bisogno. Ma è bene non trascurare la prima parte di quella frase: cioè non è scontato contrapporre credenti e non credenti, come abitualmente facciamo. La sapienza biblica ci dice che in fondo i non credenti non esistono: al massimo esistono gli idolatri, cioè coloro che ripongono le loro speranze di salvezza in realtà che non la possono procurare, che credono in falsi dei, assolutizzando ciò che è relativo.  In questo senso tutti siamo credenti: le nostre relazioni sono sempre basate sulla fiducia, senza la quale non sarebbe possibile raggiungere un accordo, accettare un regalo o un invito a cena, acquistare un’automobile, dare il voto a un partito, mettere al mondo un figlio. Così, più in generale, quello che rimane è l’esigenza di conoscere meglio, pensare più a fondo e dare seguito a questa come ad altre intuizioni che Martini ci ha lasciato, in particolare quelle incentrate sul dialogo: con i credenti di altre religioni, con chi lavora in ambito scientifico, con chi proviene da mondi culturali distanti dal nostro”. 

Nel ripercorrere l'episcopato di Martini si fa spesso riferimento al Concilio Vaticano II. Sono passati quasi 60 anni e quel cammino sembra ancora in corso e, in parte, incompiuto. Mentre il mondo accelera la Chiesa procede a passo lento? 

Verso la fine della sua vita, Martini diceva che la Chiesa si trovava contemporaneamente in diverse epoche della sua storia. Anche in funzione delle congiunture sociali e politiche, in alcuni contesti i credenti risultano meno disponibili al cambiamento: la presenza di regimi che ostacolano la comunicazione e lo scambio delle idee o l’interazione con altre tradizioni religiose possono indurre fenomeni di irrigidimento identitario. Ci ricordiamo l’affermazione presente nell’ultima intervista di Martini, rilasciata a padre Georg Sporshill, in cui diceva che la Chiesa è indietro di duecento anni. Una frase ripresa da papa Francesco negli auguri natalizi alla Curia romana del 2019, in cui anche annunciava il documento della riforma Praedicate evangelium, varato proprio in questi giorni. I passi per attuare il Concilio si stanno quindi facendo, ma questo non significa che manchino resistenze e difficoltà”. 

L'ultimo conclave cui partecipò il cardinal Martini fu quello che elesse papa Ratzinger, Benedetto XVI, nel 2005. Eppure quando venne eletto Papa Francesco nel 2013 molti evocarono la sua figura e la sua "presenza". Che ricordo ha di quei giorni? 

“Certo papa Francesco, in quanto gesuita, proviene da una formazione molto affine a quella di Martini, pur avendo un carattere e un’esperienza assai differenti. Si potrebbe dire che Francesco porta avanti un’agenda simile a quella del cardinale, ma in modo decisamente diverso da come il cardinale avrebbe fatto. In ogni caso, i giorni dell’elezione di papa Francesco hanno acceso molte speranze per una stagione di rinnovamento della Chiesa”. 

Una stagione che vede la nomina del cardinale Zuppi a presidente della CEI. Qual è il suo augurio? 

“Anzitutto mi lasci dire che proprio con don Matteo, quando era vescovo ausiliare a Roma, abbiamo concelebrato nella chiesa del Gesù subito dopo la morte di Martini. Ci siamo divisi i compiti: lui ha presieduto e io ho fatto l’omelia. Adesso riceve un incarico molto impegnativo, come presidente della CEI. Il mio augurio è che possa veramente favorire la crescita di una chiesa sinodale, nella linea del discernimento condiviso che sta a cuore a papa Francesco. Non sarà facile vincere le inevitabili resistenze che questo rinnovamento ecclesiale comporta. Gli auguro anche di incentivare uno stile di presenza dei credenti nella società e nella cultura che testimoni la straordinaria potenzialità del Vangelo di essere lievito per il bene di tutti, mobilitando le coscienze e interpellandole nella loro responsabilità. Si tratta di superare la logica di interessi di parte, da cui anche la Chiesa ha troppo spesso cercato di trarre vantaggio”.  

Se dovesse raccontare ai nati negli anni Duemila chi è stato Carlo Maria Martini? 

“Mi sono cimentato nell’impresa più di una volta. Ho visto che i ragazzi ascoltano più volentieri episodi tratti dalla vita che principi generali. Un racconto che dice bene chi era Martini, e affascina ragazzi e adulti, è quello della decisione maturata da alcuni terroristi di compiere il gesto simbolico di consegnare le armi a lui, portandole in Arcivescovado. Questi detenuti avevano incontrato l’arcivescovo durante le sue visite in carcere, ma poi avevano anche ascoltato per radio, nelle loro celle, la meditazione biblica da lui tenuta in Duomo: era sul salmo 51, il Miserere, che descrive il cammino di Davide, pentito dopo un adulterio e un omicidio. Ragazze e ragazzi sono colpiti dalla capacità di incontrare gli altri e di parlare loro a partire dalla condizione che stanno vivendo. È uno stile che avvicina il prossimo e se ne prende cura con profondo rispetto per la coscienza e con il desiderio di promuovere gli aspetti di bene che abitano in ciascuno, ovunque si trovi”.