La crisi di governo

Draghi incassa la "mini fiducia" ma la maggioranza è svanita. Al Colle dopo il voto alla Camera

Nei prossimi giorni il Presidente della Repubblica avvierà l'iter previsto dalla Costituzione: prima consulterà i presidenti delle Camere poi predisporrà il decreto di scioglimento delle Camere

Draghi incassa la "mini fiducia" ma la maggioranza è svanita. Al Colle dopo il voto alla Camera
Rainews
Mario Draghi esce dal Senato

La lunga giornata di Mario Draghi si conclude con una fiducia “tecnica” e con un verdetto politico definitivo sull'esperienza del governo. 

L'epilogo di palazzo Madama si racchiude nei freddi numeri della votazione: i sì sono stati 95 e sono arrivati da Pd, Leu, Italia viva, Insieme per il futuro e Italia al centro, mentre non hanno partecipato al voto il M5s e il centrodestra di governo, ma con delle differenze: centrodestra assente, M5s in Aula, ma senza votare, condizione che ha permesso alla votazione di raggiungere il numero legale.

A questo punto si prosegue con l'iter già previsto, ovvero il passaggio alla Camera, anche se appare puramente formale e poi, entro la giornata, il presidente del Consiglio dovrebbe salire al Colle per confermare le sue dimissioni, presentate giovedì scorso e non accolte dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L'intervento al Senato

La cronaca della lunga giornata di Draghi non può non partire dall'intervento tenuto in Aula dal premier, duro, spigoloso, senza fare sconti alle forze politiche, sia al Movimento 5 stelle che alla Lega. Draghi aveva proposto un "nuovo patto sincero e concreto", non una "fiducia di facciata", ma piena, per evitare che poi l'intesa "svanisca davanti ai provvedimenti scomodi". Le sue parole, con riferimenti a temi bandiera come il ddl concorrenza e il fisco (Lega) e il reddito di cittadinanza (M5s), hanno provocato un "irrigidimento" in particolare da parte del Carroccio. Il centrodestra, dopo una girandola di riunioni e incontri tra Palazzo Madama e Villa Grande, ha fatto la sua "controproposta": un "'nuovo patto di governo" per un esecutivo "guidato ancora  da Mario Draghi, senza il Movimento 5 Stelle e profondamente rinnovato". Una formula non accettabile per il presidente del Consiglio, che ha sempre detto di non essere disponibile ad andare avanti senza i pentastellati.

La replica del premier

Nella sua replica il premier, scuro in volto, ha ringraziato "tutti coloro che hanno sostenuto l'operato del governo con lealtà, collaborazione, partecipazione" e respinto con forza l'accusa di Giorgia Meloni secondo cui il presidente del Consiglio aveva chiesto "pieni poteri". "Siete voi che decidete, niente richieste di pieni poteri", ha scandito nell'Aula. Draghi ha chiesto quindi la fiducia sulla risoluzione presentata dal senatore Pierferdinando Casini. Un atto che ha fatto cadere l'altra risoluzione depositata, quella del centrodestra, che ha manifestato "stupore" per la decisione e ha annunciato di non partecipare al voto. Stessa decisione è stata presa dal Movimento 5 stelle, il cui leader, Giuseppe Conte, ha seguito la seduta dagli uffici del gruppo al Senato. "Togliamo il disturbo ma ci saremo sempre quando si tratterà di votare provvedimenti utili", ha detto la capogruppo Mariolina Castellone. 

Dimissioni

Manca quindi solo l'ultimo atto dell'esecutivo, il passaggio alla Camera. A quanto viene spiegato il passaggio di domani a Montecitorio non è richiesto da un punto di vista formale ma è da parte di Draghi un atto di cortesia istituzionale visto anche che non è stato ufficialmente sfiduciato al Senato. Poi si aprirà con tutta probabilità la via delle elezioni anticipate. "Mi pare - ha detto Meloni - si possa andare a votare tra due mesi. Noi siamo pronti, mi pare che anche il centrodestra oggi sia pronto". Anche il Pd, che ha tentato fino all'ultimo di trovare una soluzione per salvare l'esecutivo, si dice pronto al voto: "Gli italiani - assicura il segretario Enrico Letta - dimostreranno nelle urne di essere più saggi dei loro rappresentanti".

Salvo sorprese, le dimissioni del premier potrebbero essere rassegnate subito dopo l'apertura della seduta di Montecitorio e nei prossimi giorni il Presidente della Repubblica avvierà l'iter previsto dalla Costituzione: prima consulterà i presidenti delle Camere poi predisporrà il decreto di scioglimento delle Camere. Non prima della prossima settimana comunque. Per sciogliere le Camere infatti bisognerà tener conto del calendario: le elezioni si indicono con decreto del governo entro 70 giorni dopo lo scioglimento del Parlamento ma il 25 settembre, una delle date ipotizzate dai partiti per il voto anticipato, ricorre una festività ebraica quindi la data più probabile sarebbe domenica 2 ottobre.