L'Africa il caveau di Putin. Intervista a Pietro Guastamacchia

L’Africa sta diventando il caveau di Putin? Ne parliamo, in questa intervista, con il giornalista esperto di Russia

L'Africa il caveau di Putin. Intervista a Pietro Guastamacchia
istara/Pixabay
Lingotti d'oro

Pietro, siamo nel quinto mese di guerra in Ucraina. Prima di parlare "dell'oro di Putin", vorrei chiederti un bilancio in generale sulle sanzioni occidentali, stanno funzionando?
Le sanzioni funzionano; ciò che non sappiamo è se sono abbastanza per convincere Mosca a fermare le operazioni militari in Ucraina. Certamente gli effetti si iniziano a vedere, soprattutto nel campo industriale e tecnologico che in Russia è quasi completamente fermo a causa della mancanza dei componenti meccanici ed elettronici. Non è un caso il fatto che assistiamo a sempre più sabotaggi di impianti chimici o industriali in Russia, sia con attacchi a mezzo drone dal suolo ucraino sia con azioni di sabotaggio interno: al momento infatti un solo componente rotto diventa insostituibile e può bloccare una fabbrica per mesi. Un altro campo in cui le sanzioni potrebbero presto essere ancora più efficaci è quello militare: la Russia infatti sta perdendo ogni giorno più materiale e mezzi di ciò che è in grado di produrre e potrebbe presto trovarsi in difficoltà. A soffrire di più però sono gli strati più svantaggiati della popolazione su cui pesa la riduzione di disponibilità di prodotti alimentare e farmaceutici a basso costo. L’economia russa ha riserve di valuta per andare avanti alcuni mesi in queste condizioni ma di certo non può andare avanti per sempre.
 

Sappiamo che l'ultimo G7 ha deciso di sanzionare l'oro russo. Quanto pesa questo metallo prezioso nell'economia russa?
Sotto richiesta di Regno Unito, Stati Uniti, Giappone e Canada, il G7 ha chiesto di vietare l'importazione di oro russo nei mercati internazionali bloccando così uno dei più grandi export minerari della Federazione russa dopo gli idrocarburi. L’oro infatti è stata la principale esportazione russa dopo l'energia negli ultimi anni, raggiungendo quasi 18 miliardi di euro o circa il 5% delle esportazioni globali nel 2020. Di queste esportazioni il 90% era stato destinato ai paesi del G7, Mosca dovrà quindi trovare nuovi clienti ma grazie ad un’altra caratteristica dell’oro, la sua versatilità nei trasporti, non dovrebbe essere troppo difficile. La Russia oggi gode di immense riserve auree che ha accumulato negli anni sia grazie all’estrazione interna sia grazie alle miniere illegali controllate dai mercenari in Africa in cui parliamo appunto nel reportage uscito su TPI. L’importanza di questo metallo per l’economia russa è aumentato infatti dall'inizio della prima guerra in Ucraina nel 2014 quando la Russia si trovò ad affrontare per la prima volta sanzioni economiche. L'oro è un bene rifugio per eccellenza nei periodi di volatilità economica e qui risiede forse la vera astuzia della strategia putiniana di accumulo d’oro: più la Russia destabilizza l’economia mondiale mettendo in crisi la sicurezza più il valore dell’oro sale e quindi i suoi forzieri acquisiscono valore.

 

Che rapporto c'è tra l'oro e gli oligarchi?
Per alcuni, come nel caso di Roman Abramovich proprietario di licenze estrattive nella Siberia e nella Kamchatka, ha giocato un ruolo chiave nello sviluppo dei loro patrimoni, ma lo sfruttamento delle risorse minerarie russe da parte degli oligarchi fa parte di un disegno ben preciso atto a riempire prima di tutto le casse del Cremlino e a finanziare la politica interna ed estera della Federazione russa: il vero beneficiario dunque è il Cremlino. Inoltre i patrimoni in oro degli oligarchi hanno giocato un ruolo chiave nello spostare i capitali senza dare nell’occhio per aggirare le sanzioni.
 

Funzioneranno queste sanzioni?
Le sanzioni servono principalmente a rendere la vita più difficile non ad arginare del tutto, ed in questo senso credo stiano già avendo un discreto successo. I rappresentanti del mondo finanziario e imprenditoriale russo hanno visto i loro capitali congelati ed hanno dovuto spostare quel che sono riusciti a prendere in conti esteri intestati a prestanome, il loro tornaconto in questa guerra è meno di zero. Ancor più basso è il tornaconto di milioni di pensionati che da alcuni mesi non sono più in grado di permettersi un trattamento farmacologico necessario o peggio ancora gli alimenti di base: prima o poi qualcuno presenterà il conto di tutto ciò al Cremlino, o perlomeno questo è ciò che spera chi ha scelto la strategia delle sanzioni. 

 

Approfondiamo in questa ottica la presenza russa in Africa. Tu stesso hai appena pubblicato una bella inchiesta sull'argomento. Cerchiamo dì focalizzare i punti principali. La longa manus di Putin in Africa è il famigerato "gruppo WAGNER". Che tipo di operazioni ha compiuto in questa economia dell'oro? In quali paesi?
La presenza russa in Africa si poggia su due cardini principali, i resti di ciò che fu la politica di avvicinamento all’Africa dell'Urss, e una più nuova politica, direi più piratesca, di sfruttamento dei fallimenti delle scelte occidentali nel continente africano. Stati come Angola, Mozambico e Zimbabwe infatti hanno relazioni antiche con Mosca che li ha sostenuti nelle loro lotte per l’indipendenza contro le potenze coloniali: la presenza dei russi, anche a livello diplomatico lì è più strutturata. In altri scenari invece come Mali, Sudan, Repubblica Centrafricana e Somalia invece Mosca tende a infilarsi in Paesi sull’orlo del collasso dove, come nel caso del Mali, la presenza militare europea ha lasciato più malcontento che altro. Con l’offerta di micro servizi di sicurezza per i politici locali, o assistenza militare per alcune fazioni dei conflitti armati locali Mosca si aggiudica diritti di sfruttamento minerario. La cosa interessante è che spesso si tratta di micro-operazioni da una dozzina o più di uomini, estremamente agili e poco care al confronto con i mastodontici interventi militari europei nella zona subsahariana.

 

Quali sono le compagnie minerarie del gruppo Wagner?
Difficile da dirlo, anche Wagner stessa non che esista davvero: esiste una società con tale nome ma non è possibile ricondurre a questa società le attività paramilitari di cui siamo a conoscenza. Le attività del gruppo Wagner si svolgono secondo il cosiddetto criterio della "plausible deniability” ovvero la negazione plausibile: ogni operazione è strutturata in modo da poter essere negata a livello sia locale che globale, sono operazioni pensate per non lasciare alcuna prova che possa ricondurre ad una struttura decisionale. Questo è doppiamente vantaggioso perché in caso di fallimento, come accaduto di recente in Mozambico, le operazioni della Wagner lasciano dietro solo corpi di mercenari senza nome e nessun danno d’immagine per Mosca. Quello che sappiamo però, grazie alle inchieste sul campo della stampa internazionale che abbiamo raccolto nel nostro reportage è che la Midas Resources in Repubblica Centraficana e la Meroe Gold in Sudan sono compagnie fantoccio della Wagner, ma come loro potrebbero essercene decine.
 

In passato cosa ha fatto l'Europa per contrastare questo traffico?
Esistono delle leggi europee contro il traffico di minerali dalle zone di guerra come la “direttiva sull’Approvvigionamento responsabile di minerali originari di zone di conflitto o ad alto rischio”. Sono direttive che se seguite al dettaglio sarebbero già un importante passo avanti ma che certamente si applicano solo al territorio europeo e non presentano una soluzione globale.
 

Sappiamo che questo oro Africano spesso si trasforma in denaro liquido, aggirando le sanzioni, per finanziare la guerra. Si parla di una pista araba. Chi sono i protagonisti?
È così. stando ad uno studio pubblicato dal Global Initiative against Transnational Organized Crime, gli Emirati Arabi Uniti sarebbero “un attore dominante nel commercio illegale d’oro” e un intermediario che, nonostante le sanzioni, “collega la Russia al resto del mondo finanziario”. Oltre a ospitare capitali in uscita dalla Russia, come le fortune degli oligarchi, a Dubai accade infatti il miracolo della moltiplicazione del metallo luccicante: secondo i dati commerciali delle Nazioni Unite per il 2020 c’è una discrepanza di almeno 4 miliardi di dollari tra le importazioni di oro dichiarate dagli Emirati Arabi Uniti dall’Africa e ciò che i Paesi africani affermano di aver esportato negli Emirati Arabi Uniti.

 

*Pietro Guastamacchia è un giornalista e collaboratore di Ansa e Tpi. Dopo aver vissuto diversi anni a Mosca ha si è occupato di Ucraina e del conflitto nell’est del Paese nel 2014-1015. Dal 2018 ha lavorato come assistente al mediatore Osce sulle conseguenze del conflitto armato del 2008 tra Russia e Georgia in Ossezia del Sud. Oggi continua a occuparsi di Russia e Ucraina dove ha lavorato come collaboratore Ansa da Odessa durante l’attacco russo.