L’aumento dei prezzi e l’inflazione alimentare

Petrelli (Oxfam): "Il grano e la fame sono armi di guerra"

"Lo sono stati per 2mila anni e lo sono ancora oggi” dice il policy advisor dell'organizzazione. Tutte le grandi rivoluzioni sono nate dall’aumento dei beni alimentari. Un'impennata che ha un forte impatto sull’economia globale

Petrelli (Oxfam): "Il grano e la fame sono armi di guerra"
Khadija Farah/Oxfam
Nuvola di polvere sulla terra asciutta

“La carestia è un tema antico e modernissimo. Parliamo della crisi del grano perché oggi sono chiusi i porti sul mar Nero, per la guerra in Ucraina. Il grano e la fame sono armi di guerra: lo sono stati per 2mila anni e lo sono ancora oggi”. Francesco Petrelli policy advisor per la sicurezza alimentare di Oxfam Italia, va dritto al cuore della situazione in cui si trovano i paesi del Corno d’Africa offrendo in questa intervista a Rainews.it, alcune riflessioni. “Le economie fragili e non, per anni hanno coltivato un solo prodotto, quando si sono trovate davanti ad uno shock non hanno retto e hanno visto lievitare i prezzi”. Nel rapporto Oxfam si legge che in Etiopia il costo dei cereali è aumentato del 70%. In Kenya la farina di mais in sette mesi è salita del 70%, in Somalia il mais è aumentato a maggio del 78%. Il prezzo del pane in sud Sudan è raddoppiato.

Francesco Petrelli, Oxfam Italia Oxfam Italia
Francesco Petrelli, Oxfam Italia
Estrema siccità in Kenya Khadija Farah/Oxfam
Estrema siccità in Kenya

”Queste situazioni di emergenza, lette però, come l’equilibrio precario, c’erano già e hanno delle cause strutturali. Le ragioni sono divise in tre C. 

La prima C: crisi e conflitti. Il controllo del cibo e la fame sono da sempre armi di guerra;

La seconda C: Cambiamenti climatici ma quelli estremi, alluvioni siccità;

La terza C: il Covid

Il Covid, spiega, in questi anni non ha solo ha avuto impatti sanitari in Africa ma anche sui contadini e piccoli coltivatori che sono spariti. Nei paesi africani  non ci sono stati lockdown anche perché per pastori e agricoltori passare i confini “è normale”.

A queste tre C, Francesco Petrelli, mette sul piatto un’altra carta non meno importante: la speculazione alimentare. “La crisi del 2007\2008  dell’immobiliare americana è nata per l’aumento del prezzi alimentari. Poi è diventa la crisi globale dei mutui. Le primavere arabe del 2011, iniziarono con l’aumento del pane, un bene essenziale. Dietro però, c’è un motivo speculativo. Quello che denunciamo è che tutto il settore agro alimentare è storicamente controllato da 4 o 5 grandi gruppi che  hanno guadagnato qualcosa come 382 miliardi solo negli ultimi 2 anni. Ora sappiamo quanto grano ha la Cina? E quanto ne hanno i colossi dell’agroalimentare? L’ipotesi, per Francesco Petrelli policy advisor per la sicurezza alimentare di Oxfam Italia,  è che una volta rimesse sul mercato le materie prime, i prezzi saranno ancora più alti.

Pastori con capre Khadija Farah/Oxfam
Pastori con capre
Madre porta figlia a fare un controllo Khadija Farah/Oxfam
Madre porta figlia a fare un controllo

Sullo scacchiere internazionale si gioca una partita su un diritto fondamentale quella del cibo e del suo controllo. Ed è un pugno alla stomaco leggere nel 2022 che 1 persona muore ogni 48 secondi per fame. “La carestia – racconta Francesco Petrelli Oxfam Italia -ha il volto di una donna e dei suoi tre figli che dal 2017 vive nel campo profughi Doccolha, alla quale davamo 60 dollari al mese. Con quei soldi riusciva a fare 3 pasti, ora con stessa cifra può comprare solo un pugno di riso”. 

Donna prepara il pasto per se i figli Khadija Farah/Oxfam
Donna prepara il pasto per se i figli
Acquisto di generi alimentari Khadija Farah/Oxfam
Acquisto di generi alimentari

Dal Corno D’africa ad Haiti. Un paese che per molto tempo è stato al centro dei riflettori di tutto il mondo. È uno dei paesi più poveri nell’emisfero occidentale, con una popolazione di 9 milioni di persone, l’80 %  è sotto la soglia di povertà. Si vive con 150 dollari al mese. “Un paese -spiega Federica Iezzi chirurgo pediatrico coordinatore del centro medico di Tabarre di Medici senza Frontiere,- colpito da due terremoti catastrofici. Nel 2010  in un solo minuto la scossa di magnitudo 7 distrusse case, scuole, strade e lasciò dietro di sé una scia di devastazione e miseria.  Secondo le Nazioni Unite, oltre tre milioni di persone sono rimaste coinvolte dal sisma. Il bilancio fu di oltre 200mila morti. Quasi 300mila i feriti e 1,5 milioni gli sfollati. Medici senza Frontiere in 10 mesi si prese cura di 350mila feriti, ha assistito al parto di 15mila donne e dei loro bambini, fatto più di 16mila interventi. Nel 2021 la terra tremò ancora in un paese in ginocchio. 2mila le vittime e 9mila i feriti”. Allora Haiti fu al centro dell’attenzione mondiale. Attenzione che andò scemando tanto che di Haiti oggi non si sa più nulla. “È un copione visto e rivisto  -dice Federica che è stata  Palestina, Irak Siria e Yemen- all’inizio tutti ne parlano perché tutti devono arrivare in tempo, perché tutti devono dare la prima notizia, tutti devono dare il primo aiuto. Dopo l’attenzione cala, così l’arrivo gli aiuti…i riflettori si accendono su un’altra parte di mondo. Su un'altra “emergenza”. Per noi che siamo sul campo è frustante”.

Federica Iezzi, chirurgo pediatrico Medici Senza Frontire Medici senza frontire
Federica Iezzi, chirurgo pediatrico Medici Senza Frontire
Medici senza frontiere in soccorso dopo il terremoto a Les Cayes, Haiti Pierre Fromentin/MSF
Medici senza frontiere in soccorso dopo il terremoto a Les Cayes, Haiti

Ad Haiti si vive in un contesto di guerra dove 90 gruppi armati si fronteggiano per conquistare un quartiere. Ci sono zone  assediate dove le persone restano intrappolate. “Certo che il cibo è una delle più potenti armi da guerra per fiaccare la resistenza  delle persone. Manca il cibo, l’acqua potabile, il carburante per spostarsi, le cure mediche e i medici. Sono bisogni primari quando li togli o li controlli si ha lo stesso effetto di un bombardamento”.

Un effetto che si tocca con mano nel Centro di Medici Senza Frontiere di Tabarre, nel centro di Haiti.  “Ci sono due sezioni -racconta Federica Iezzi appena rientrata dalla sua missione nel paese- una dedicata ai traumi, ferite d’arma da fuoco, colpi di coltello e traumi psicologici e una dedicata ai grandi ustionati. Ultimamente i gruppi armati usano il fuoco per ferire le persone. Tutto ha un motivo: la persona ustionata, se sopravvive ed è difficilissimo, sarà “etichettata”ed  esclusa dalla società per tutta la vita. Se è un bambino non potrà andare a scuola, non può giocare con gli amici, andare a casa dei parenti, non si sposerà mai. Per un adulto è ancora peggio perchè viene totalmente escluso non può lavorare e salire su un mezzo pubblico. I gruppi armati fanno questo per creare disagio all’interno della società. A Haiti le chiamano 'brûlure d'origine criminelle', cioè- spiega Federica Iezzi chirurgo pediatrico di Msf- non è uccidere, ma mandare un messaggio “devi stare attento o devi darmi quello che ti chiedo”. Dall’assassino del presidente nel 2021 non c’è una guida nel paese. I gruppi armati prendendo pezzi di territorio controllando tutto quello che c’è: dal supermercato agli ospedali".

Un controllo usato come arma, “lo scorso ottobre  – racconta Federica Iezzi- abbiamo dovuto chiudere , per un po di tempo, centro satellite di Tabarre, nel quartiere di Citè Soleil  nella capitale Port-au-prince,  una tra le zone dove gli scontri sono più violenti, perché non avevamo il livello di sicurezza minimo per lavorare. Significa che fuori i gruppi si fronteggiavano. Abbiamo riaperto a maggio”.

Manifestanti haitiani a Port-au-Prince Jeanty Junior Augustin/MSF
Manifestanti haitiani a Port-au-Prince

“Lo scorso dicembre c’è stata la crisi del carburante. Crisi pilotata perchè  i gruppi armati vigilavano quando arrivava e  quanto veniva distribuito.  Ci fu in incidente, un’autocisterna si ribaltò in strada. Intorno arrivarono uomini, donne, bambini tutti per prendere il carburante per accendere stufe e fornelli All’improvviso la cisterna esplode. Tra le vittime un bambino, che era lì con secchiello, aveva preso il carburante per venderlo e pagare la spesa alla mamma che era incinta. Aveva ustioni sul 90% del corpo. Aveva ferite gravissime. Non so quanti passaggi ha fatto nella sale chirurgiche. È stato ricoverato per tutto il tempo della mia missione. Piano, piano stava meglio e vederlo uscire sulle sue gambe in buone condizioni ,è stata una mie grandi soddisfazioni delle missioni. “Un bambino che doveva essere morto, invece è sopravvissuto al fuoco. Un bambino che era l’unico punto di riferimento della famiglia cioè della mamma e del fratellino che doveva nascere”. Chi è sul campo, spiega Federica cerca rispondere ad una carenza, di dare la possibilità di scegliere. Chi è costretto a scegliere perché non ha altra via d’uscita, non libero ed è ricattabile. Ecco perchè il cibo, le medicine o altri bisogni primari sono armi da guerra”. Durante  la sua missione Federica Iezzi chirurgo pediatrico di Medici senza Frontiere, ha formato un gruppo di 8 medici per curare i grandi ustionati. “Nel tempo -racconta con la voce rotta da un accenno di commozione- mi hanno seguito, hanno imparato, fatto milioni di domande. Poi li ho visti lavorare da soli, sicuri". Le carestie - secondo Federica Iezzi di Medici senza Frontiere, si combattono così perché si garantiscono beni primari e diritti umani. Solo in questo modo non vengono usate come  armi da guerra, perché diventano armi spuntate”.

 

In un periodo di sei mesi 110 membri del personale di MSF hanno organizzato regolarmente incontri nella baraccopoli, Haiti MSF/Lauranne Grégoire
In un periodo di sei mesi 110 membri del personale di MSF hanno organizzato regolarmente incontri nella baraccopoli, Haiti