Crisi climatica

La sete della Terra. Intervista a Nicoletta Dentico

L'analisi della giornalista

La sete della Terra. Intervista a Nicoletta Dentico
ansa/coldiretti
Una pianta di pomodoro in una immagine diffusa il 17 giugno 2022

Nicoletta, stiamo vivendo una terribile siccità (la più grave degli ultimi decenni). Eppure, era "attesa" sia in base ai modelli climatici, sia in base ai dati sul crollo delle precipitazioni.  Ce ne siamo accorti quando è diventato un problema economico. Prima di parlare della "politica dell'acqua" ti chiedo dei dati. Quanto estesa è la sete della Terra? 
La sete della Terra ormai è pandemica, e lambisce anche i paesi del pianeta che mai in passato si erano posti il problema della disponibilità dell’acqua. L’ultimo rapporto sullo stato di siccità del mondo, Drought in numbers 2022,  è stato pubblicato lo scorso maggio, alla vigilia del 15mo meeting degli Stati Parte della Convenzione ONU sulla Desertificazione. Lo studio dipinge un quadro della situazione piuttosto cupo. I numeri fanno molto riflettere. Il rapporto notifica che, dal 2000 a oggi, la frequenza e la durata delle siccità è aumentata del 29%. Dal 1970 al 2019, gli eventi estremi dovuti alla meteorologia, al cambiamento climatico e all’acqua hanno causato il 50% dei disastri e il 45% delle morti ad essi correlate, soprattutto nei paesi del sud del mondo che, come al solito, pagano il prezzo più alto. I fenomeni di siccità costituiscono il 15% dei disastri naturali, ciononostante determinano il costo umano più elevato, 650.000 morti dal 1970 al 2019. Infine, per continuare con questo rosario dei drammi dell’acqua, la siccità nel mondo ha prodotto finora una perdita economica di circa 124 miliardi di dollari. Sono più di 2,3 miliardi le persone che vivono l’emergenza dell’acqua nel 2022 e, in particolare, oltre 160 milioni di bambini nel mondo sono esposti a fenomeni di siccità severa e prolungata. Non c’è di che star tranquilli.  

E quanto si sta estendendo la sete del suolo italiano? 
Beh, semplicemente: in Italia il 2022 è l’anno più caldo di sempre e con il 45% di pioggia in menoQuesti due elementi definiscono il nuovo quadro, che si è venuto creando nel tempo. Secondo Legambiente, il nostro paese è stato colpito negli ultimi 25 anni da quattro principali eventi legati alla siccità, nel 1997, 2002, 2012, 2017. A cambiare significativamente in Italia è la distribuzione temporale e geografica delle precipitazioni, tanto che la siccità è diventata la calamità più rilevante per l’agricoltura italiana con danni per le quantità e la qualità dei raccolti, ma anche per l’allevamento del bestiame e per la nostra biodiversità. Al nostro paese quest’anno mancano all’appello qualcosa come 23,4 miliardi di metri cubi di acqua: una quantità che equivale a tutto il lago di Como! Questo significa meno acqua da bere, ma soprattutto meno acqua per la agricoltura – che da sola si beve il 70% dell’acqua dolce disponibile. 

Di fronte a questi dati ci si domanda:  non c'è il rischio che l'Italia diventi "il paese della sete"? 
Più che un rischio, è uno scenario di prospettiva che gli studi scientifici hanno già previsto, anche perché i fenomeni di tropicalizzazione del nostro paese sono molto vivaci. La desertificazione avanza, ed è solo una delle calamità annunciate dai diversi rapporti internazionali sul cambiamento climatico in cui l’Italia compare regolarmente come paese ad alto rischio, anche per la sua conformazione orografica. Inoltre, come ci ricorda ancora Legambiente, la maggior parte delle popolazioni esposte a stress idrico vive nei paesi dell'Europa meridionale, tra cui Spagna (22 milioni; 50% della popolazione nazionale), Italia (15 milioni; 26%), Grecia (5,4 milioni; 49%) e Portogallo (3,9 milioni; 41%). Le intere popolazioni di Cipro e Malta sono considerate in carenza d'acqua. Nel Mediterraneo il periodo di stress idrico può superare i 5 mesi, e durante l'estate lo sfruttamento dell'acqua può avvicinarsi al 100%.

Quali sono le criticità del "sistema italia" su questo fronte drammatico? 
Ne cito due in particolare. L’Italia è uno tra i paesi peggiori in Europa in fatto di consumo di acqua  potabile a scopo agricolo. Secondo l’ultimo rapporto dell’ISTAT, con 9,2 miliardi di metri cubi, l’Italia detiene nel 2018 il primato nella UE, ormai più che ventennale, del volume di acqua dolce complessivamente prelevata per uso potabile da corpi idrici superficiali o sotterranei. In termini pro capite il divario tra i paesi europei è ampio. Il gigantesco tallone d’Achille è l’ormai cronica emergenza depurativa. Ci sono quattro procedure di infrazione in corso a carico dell’Italia, due delle quali già sfociate in condanna: costano al Paese 60 milioni di euro all’anno.  Inoltre, abbiamo un sistema idrico che fa acqua da tutte le parti, è il caso di dirlo. Calcola l’ISTAT che le perdite idriche in distribuzione sono in costante aumento (42,0% nel 2018). Il governo sollecita i singoli cittadini ad usare l’acqua con criterio, il che è ovviamente una giusta raccomandazione a prescindere. Ma l’Italia non può continuare a predicare bene, a non razzolare male. La politica italiana non si è mai occupata delle complessità idriche del paese, neppure nella prospettiva dell’emergenza climatica. Lo scorso marzo, l’Unione Europea ha recapitato al nostro governo un rapporto  sulla previsione di siccità della pianura padana, e i prevedibili danni per l’agricoltura. Risulta a qualcuno che il governo abbia fatto qualcosa? E in effetti questa è la terza criticità di sistema. 

Come sta funzionando Pnacc (piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici)?  Il piano è del 2017 andrebbe aggiornato? 
L’Italia è tra i paesi europei più sottoposti al rischio climatico, trovandosi nel bacino del Mediterraneo che viene definito dai climatologi una delle aree hot-spot dei cambiamenti climatici. Quindi la nostra penisola è esposta a un rischio climatico elevato, tra cui una maggiore frequenza e/o intensità degli eventi estremi, come inondazioni, ondate di calore e siccità. Nonostante ciò, il nostro paese non è ancora dotato di un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), ovvero il piano esiste dal 2017, ma è stato sottoposto a revisione e dal 2018 è nel cassetto in attesa di approvazione della Valutazione Ambientale Strategica. Sì, avete capito bene. Sono passati 4 anni, e il riscaldamento climatico intanto si mangia la nostra penisola.  Il piano non include attualmente una pianificazione finanziaria e una possibile allocazione dei fondi, e questo, secondo quanto detto prima, non lo rende un vero e proprio piano d’azione. Per esempio, un caso importante riguarda il bacino del Po, individuato nella Strategia come una delle aree di grande priorità per attuare azioni di adattamento. Insomma, una situazione surreale, possiamo dire, se non fosse anche tragica.

Come sta funzionando l'economia circolare dell'acqua in Italia? 
Legambiente ha indicato sei linee di lavoro su cui il governo dovrebbe attivarsi subito per far funzionare un sistema di economia circolare dell’acqua. Queste sono: 1. interventi strutturali per rendere efficiente il funzionamento del ciclo idrico integrato; 2. separare le reti fognarie; 3. investire sullo sviluppo di sistemi depurativi innovativi e con tecniche alternative; 4. misure di incentivazione e defiscalizzazione in tema idrico come avviene per gli interventi di efficientamento energetico; 5. prevedere l’obbligo di recupero delle acque piovane e installazione di sistemi di risparmio idrico e il recupero della permeabilità in ambiente urbano usando i Criteri Minimi Ambientali (CMA) nel campo dell’edilizia per ridurre gli sprechi; 6. implementare i sistemi di recupero e riutilizzo delle acque e favorire il riutilizzo dell’acqua nei cicli industriali e  garantire un servizio di depurazione dedicato per una migliore qualità dell’acqua di scarico. In Italia ci sono molte buone pratiche di economia idrica circolare.   Non mancano esempi virtuosi, a cominciare dagli impianti di depurazione dove la transizione ecologica e digitale è iniziata in Europa da diversi anni, e potrebbe trovare oggi una forte accelerazione nel rilancio green. Ma le buone pratiche da sole non fanno una politica. Applicando all’acqua gli stessi principi dell’economia circolare, il riuso delle acque reflue depurate in agricoltura dovrebbe diventare strutturale:  rappresenta una soluzione per fronteggiare periodi siccitosi come quello che stiamo attraversando.  Si tratta di un potenziale enorme – 9 miliardi di metri cubi all’anno – che in Italia viene sfruttato solo per il 5% (475 milioni di metri cubi). Oltretutto il regolamento europeo 2020/741 prevede per tutti gli Stati Membri il riutilizzo delle acque a partire dal giugno 2023. Questo vuol dire che l’Italia deve darsi una mossa per adeguare velocemente la normativa di riferimento – risalente al 2003 – di incentivazione della fondamentale pratica di recupero e riuso delle acque.

Sono sufficienti i fondi del Next generatìon UE per l'acqua? 
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) italiano è il penultimo in Europa (davanti a quello della Lettonia) per le risorse destinate alla transizione ecologica. Direi che non ci siamo, date le condizioni di crescente degrado della penisola. Nella fattispecie, è una buona notizia che sia stato inserito un finanziamento per il bacino del Po (Missione 2, Componente 4, Investimento 3.3: Rinaturazione dell’area Po) con un investimento di 0,36 miliardi di euro. Lascio valutare a chi è più competente di me in materia. 

Questa siccità impone una nuova politica agricola. Quali scelte si impongono? 
Con l’emergenza siccità, il ministero della agricoltura annuncia un piano a tutela degli agricoltori e la attivazione di un fondo solidarietà nazionale con l’intento di aumentare in anticipo aiuti europei per dare più liquidità alle imprese. Ma le imprese vengono aiutate a perseguire una agricoltura industriale intensiva ed estrattiva che partecipa in larga misura, calcolata dal 21 al 37%, alla emissione di gas CO2. La questione - per nulla semplice ma necessaria – è cominciare a rivedere completamente la strategia agricola del nostro paese, che vanta una tradizione agricola fra le più solide al mondo, per avviare processi di de-industrializzazione della agricoltura come oggi la conosciamo. Serve un approccio agro-ecologico, filiere corte della produzione, una economia della cura della terra. La sola che possa permetterci di affrontare, oltre le prevalenti logiche del mercato globale, le ben più importanti sfide che riguardano la nostra sopravvivenza su questo pianeta. Il modello di agricoltura industriale è altrettanto fossile di quello dell’energia. Fossile e insostenibile. Va cambiato. Esistono saperi antichi e innovazioni moderne che permettono di fare questo salto di visione. Possiamo farlo, un’alternativa c’è. 

Per finire: bisogna prendere atto che questa è la nuova "normalità " e come tale bisogna agire di conseguenza. Ne siamo consapevoli?
L’ISTAT dice che le nuove generazioni sono molto più consapevoli sull’uso dell’acqua e molto più sensibili al tema del riscaldamento globale. Spero che la imminente campagna elettorale balneare, sotto gli effetti dell’emergenza climatica italiana, faccia davvero comprendere la posta in palio, e la assuma nella prossima legislatura.