Cina/Usa/Taiwan: all'insegna dell'ambiguità strategica l'America "insegna" alla Cina la democrazia

Gli scenari dopo la visita della speaker della Camera degli Stati Uniti a Taiwan

Cina/Usa/Taiwan: all'insegna dell'ambiguità strategica l'America "insegna" alla Cina la democrazia
nancy pelosi/twitter
Nancy Pelosi in visita a Taiwan

Ancora una volta si scontrano due culture, due concezioni del mondo  che non possono comunicare.  

Che il concetto di democrazia non esista nella cultura cinese,   o comunque non nell'accezione occidentale,   è noto non solo agli studiosi ma anche a chi sia venuto in contatto più profondo con il mondo dell'ex celeste impero.

Premesso che molte violazioni dei diritti umani perpetrate da Pechino siano  inammissibili, (nella regione del Xinjiang abitata dalla minoranza musulmana turca uigura, in Tibet, a Hong Kong e così via) , premesso che la postura a dir poco "assertiva" del governo del presidente cinese  Xi Jinping nei confronti  di  Taiwan sia considerata da più parti inaccettabile,  è anche vero che in uno scenario come quello attuale nello Stretto,  la visita della speaker della Camera USA Nancy Pelosi potrebbe apparire  oggettivamente un’imprudenza se non addirittura una  vera e propria "provocazione"

Basti pensare che non solo l'Amministrazione  Biden, secondo la versione ufficiale dei fatti fornita da Washington, abbia tentato di fermare la Pelosi, all'insegna della propria ambiguità strategica,  ma che anche il Giappone si sia astenuto dal dare  un aperto sostegno alla mossa della speaker della Camera statunitense , dicendosi preoccupato per le manovre militari della Cina nello Stretto -che potrebbero avere un’escalation dopo la visita-   e dichiarando  tramite il portavoce  del governo Hirokazu Matsuno  che la pace nella regione è importante non solo per il Giappone ma anche per l'intera comunità mondiale. 

 "Coloro che offendono  Pechino verranno puniti" ha tuonato d'altra parte  il ministro degli esteri cinese Wang Yi . "E' una vera e propria farsa. Gli Stati Uniti stanno violando la sovranità della Cina  con il pretesto della cosidetta democrazia".

La democrazia dicevamo,  un concetto quanto mai sfuggente, anzi inesistente nella cultura cinese da quasi 3000 anni: ancora alla metà del 1800 e inizi 900, quando il mondo sino giapponese si apre all’Occidente,  l’assimilazione di concetti occidentali come libertà o democrazia avviene mediante l’adozione di prestiti fonetici e si generano repliche di  parole occidentali attraverso  l’utilizzo dei relativi caratteri cinesi . Nel dizionario inglese Morrison (1815-1823) il termine inglese democracy non trova un corrispondente:  non esisteva infatti in cinese una parola in grado di rendere il concetto occidentale e quindi il Morrison ricorre a una parafrasi: “Democracy is improper  since it is improper  to be without a leader”:  “ così come è improprio che non ci sia qualcuno che guidi, è ugualmente improprio che una moltitudine di persone governi in maniera disordinata ”.  Del resto  sappiamo che la visione confuciana della collettività,  prevale in Cina da sempre,  su quella che privilegia in Occidente  l’individuo

USA e Cina, Oriente e Occidente, due visioni del mondo di segno opposto  e dunque destinate a sfociare nella  guerra e nella sopraffazione,  se le provocazioni  e le prove di forza  dovessero  prevalere sulla diplomazia. 

E per tornare a parametri culturali imprescindibili   per la Cina di cui si dovrebbe tener conto,  al di là della diversa visione circa la democrazia,  "diu lian" perdere la faccia,  è un'idea profondamente radicata nella storia e nella cultura cinese, qualcosa che mina alla base la credibilità e la dignità dell'uomo stesso. Mantenere la coerenza sulla non ingerenza negli affari interni di uno stato sovrano, è irrinunciabile dal punto di vista cinese. Una coerenza  incomprensibile per noi e per le democrazie  occidentali, secondo cui anche Taiwan sarebbe da ritenere  uno stato sovrano, ma logica e lineare secondo la concezione cinese di “un paese un impero”, quel principio appoggiato  nell'ultima telefonata con Xi Jinping anche dallo stesso Biden,che ha sostenuto una Cina Unica  in nome della realpolitik che lo costringe a quell'ambiguità strategica di cui sopra. 

Perdere la faccia per Pechino sarebbe davvero un'onta insuperabile, soprattutto adesso,  in questo scenario geopolitico rovente, un momento topico per il presidente cinese e la Repubblica Popolare,   ora che si avvicina il XX congresso del PCC, in una Cina con molte aree di criticità,  con la prospettiva di un'eventuale riconferma del mandato del leader che in molti definiscono "il nuovo Mao" , e  che certo deve arrivare all'appuntamento più forte che mai, una forza costruita giorno dopo giorno a colpi di propaganda, galvanizzando il suo popolo con l’orgoglio nazionale di una Cina che oggi, nonostante tutto, è pur sempre  la seconda potenza mondiale     

E dunque tutto quello che ruota intorno a questa visita,  si innesta in  questo scontro culturale tra  due mondi che continua ad essere   irrisolvibile.  Conseguenze che secondo molti analisti non porteranno ancora alla guerra ma che stanno scatenando una reazione a catena  da non sottovalutare: esercitazioni militari coordinate da Pechino senza precedenti in reazione all’ingerenza esterna  su quella  che Pechino non considera un’isola indipendente ma   una provincia ribelle. E ancora  il braccio di ferro ed esibizione di muscoli tra Cina e Usa  per  il controllo di un'area,  quella del Mar Cinese Meridionale,  ricca di materie prime come gas e idrocarburi nel suolo sottomarino, una  zona cruciale al centro delle rotte della pesca di tutto il mondo , acque su cui si affacciano i  paesi dell'Asean,  (come ad esempio  Vietnam e Filippine), con cui è stato firmato oltre che  dalla Cina, Giappone,  Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, l’RCEP, l’accordo commerciale  entrato in vigore nel 2022,   l’entità  di libero scambio più grande del mondo, un’area di cooperazione economica che comprende 2,2 miliardi di persone che producono il 30% del PIL e il 27, 4% del commercio globali.

Mari in cui sorgono le isole contese o gli atolli artificiali costruiti dalla Cina per creare basi militari o commerciali, le stesse acque in cui è situata un’altra importante isola tropicale cinese, Hainan, oggi meta  del turismo cinese  di lusso ma anche quella da cui partono sottomarini nucleari e i missili alla conquista dello spazio.  Un’area strategica per tutti, quella per cui anche l'America di Biden ha deciso di ritirarsi dall'Afghanistan per potersi concentrare in quello che sembra ormai un luogo chiave per gli equilibri geopolitici mondiali.  Quegli equilibri affidati a risorse ormai indispensabili per lo stile di vita  che domina nella nostra epoca,  come la produzione di microchip, in cui la TSMC taiwanese resta uno dei leader a livello internazionale. Intanto Pechino, tra le ritorsioni per il viaggio Pelosi a Taiwan ,  ha bloccato  l’esportazione da Pechino  verso l’isola di sabbia naturale, una delle materie prime basilari per la produzione dei microprocessori.