"Il carcere come istituzione è pensato per gli uomini"

"Il fallimento del sistema è nella morte di Donatela". Le parole del magistrato Semeraro

Le scuse del magistrato di sorveglianza del Tribunale di Verona al funerale della giovane 27enne morta suicida in carcere. E perché non accada mai più: "Sbarre di zucchero" è il gruppo su Facebook creato dalle sue amiche

"Il fallimento del sistema è nella morte di Donatela". Le parole del magistrato Semeraro
Ansa
Carcere

«Se in carcere muore una ragazza di 27 anni così come è morta Donatella, significa che tutto il sistema ha fallito. E io ho fallito, sicuramente…». Sono le parole di Vincenzo Semeraro, magistrato di sorveglianza del Tribunale di Verona, nella lettera di scuse letta ad alta voce da un’amica di Donatela durante il funerale della giovane morta suicida il 2 agosto. 

Quella di Donatela Hodo è una storia triste, di fragilità e di fallimento istituzionale: è la storia di una giovane che ha vissuto l’incubo della dipendenza, detenuta nel carcere di Montorio, nel Veronese, e morta suicida inalando il gas di un fornelletto. Donatela si trovava nel carcere di Montorio per una serie di furti. Per i problemi di dipendenza era poi stata affidata in comunità da cui però si era allontanata. Ma Donatela era molto di più, “una ragazza sensibile che voleva tornare a lavorare come estetista” racconta in un'intervista il fidanzato. Dona, giovane di origine albanese, in Italia da oltre 20 anni, prima di suicidarsi ha scritto un messaggio diretto a lui dove spiega il motivo del gesto: "Leo amore mio, mi dispiace. Sei la cosa più bella che mi poteva accadere e per la prima volta in vita mia penso e so cosa vuol dire amare qualcuno ma ho paura di tutto, di perderti e non lo sopporterei. Perdonami amore mio, sii forte, ti amo e scusami". Queste le sue ultime parole.

Donatela “aveva un carattere particolare: era fragile come un cristallo di Boemia e al tempo stesso aveva paura di mostrare agli altri questa sua fragilità – racconta il giudice Semeraro in un’intervista al Dubbio -. Per questo si era costruita intorno una corazza e il suo carattere, al primo approccio, poteva risultare particolarmente difficile". Il suo è un tormento che non si placa: «So che avrei potuto fare di più per lei – ha scritto il magistrato che l’ha seguita negli ultimi sei anni, nella lettera -, non so cosa, ma so che avrei potuto fare di più».

Nelle interviste il magistrato aggiunge delle considerazioni sul carcere che "come istituzione non è pensato per le donne ma per gli uomini, deve contenere violenza e aggressività maschile mentre la possibilità di dare sfogo all'emozionalità femminile non esiste. Quando vado in carcere... ogni volta visito entrambe le sezioni femminili. Parlo con le detenute. Donatela era venuta tante volte perché aveva voglia di parlare, aveva bisogno di qualcosa. Farò degli accertamenti su alcune circostanze che mi sono state riferite relative a quella disgraziata notte. Però, parlando in generale, credo che quando si parla di vita e di morte intrecciate con la dipendenza - conclude - i concetti di bene o male vadano rivisti".

Il padre di Donatela, Nevruz Hodo, è un’altra vittima di questo fallimento. Nella lotta della figlia contro la dipendenza dalla droga era stato lui a portarla negli anni in vari centri specializzati, anche fuori dall’Italia: salvarla era diventata la sua regione di vita. Il padre di Donatela ha presentato un esposto nei confronti del carcere scaligero, perché venga fatta chiarezza sulle circostanze della morte e su eventuali mancanze nei controlli. Sulla vicenda è già stato aperto un fascicolo da parte della sostituta procuratrice Maria Beatrice Zanotti.

Ma la sua lotta per la verità non si ferma qui, in un passaggio del messaggio scritto su Facebook, Nevruz Hodo, scrive: "Non c'è bisogno di commentare un passato di una persona che ha avuto i problemi con la droga dopo che si è suicidata, sappiano tutti quello che ha fatto per assumere la droga".  Il papà della ragazza ha voluto replicare ai commenti sprezzanti che sono stati postati sui social nei confronti della figlia, che era finita in carcere per alcuni furti legati alla sua dipendenza dagli stupefacenti. "Se possibile - ha spiegato - servono belle parole per non fare male ancora alla famiglia. Non hanno un po' di pietà" ha concluso Nevruz Hodo, che ha sostituito con un'immagine della figlia la sua foto profilo sul social.  

Intanto nei giorni scorsi le amiche di Donatela hanno creato un gruppo su Facebook, dal titolo "Sbarre di zucchero": "Volevamo dare un senso alla sua morte - hanno spiegato -, che non è essere contro le istituzioni, ma aiutare a capire perché in carcere si perde la speranza e ci si suicida. Niente guerre, ma collaborazione, perché non accada più".