La protesta del velo

Iran, ancora sangue per Mahsa Amini. Bloccato accesso a Instagram e Whatsapp

Trentuno le vittime della rivolta del velo nel paese a guida islamica, dopo l'arresto e la morte della 22enne avvenuta 6 giorni fa. In piazza non solo donne, anche uomini al grido: "No al velo, no al turbante, sì alla libertà e all'uguaglianza!"

Iran, ancora sangue per Mahsa Amini. Bloccato accesso a Instagram e Whatsapp
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La protesta del velo in Iran

E' il sesto giorno di proteste in Iran per chiedere giustizia per Mahsa Amini, la ventiduenne morta dopo essere stata arrestata dalla polizia morale di Teheran per aver indossato il velo islamico in modo scorretto. 

Mentre le strade della capitale si riempiono di manifestanti, le autorità hanno deciso di limitare l'accesso a Instagram e WhatsApp. Lo rende noto NetBlocks sottolineando che si tratta della maggiore restrizione ai social media a livello nazionale dal 2019, quando l'accesso a Internet è stato limitato nel mezzo delle proteste per il carburante. 

L'ong Iran Human Rights (Ihr) riferisce che sarebbero trentuno le vittime della repressione, tra loro, scrive Bbc, c'è anche un ragazzo di 16 anni, ucciso quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui manifestanti, ma il numero reale delle vittime potrebbe essere più alto. Tra i morti anche quattro membri delle forze di sicurezza, anche se i funzionari iraniani hanno negato qualsiasi coinvolgimento delle forze di sicurezza nella morte dei manifestanti. Secondo le agenzie di stampa iraniane, tre paramilitari "mobilitati per affrontare i rivoltosi" nella città nord-occidentale di Tabriz, nella città centrale di Qazvin e nella città nord-orientale di Mashhad sono stati uccisi mercoledì con coltelli o proiettili. Secondo la stessa fonte, un membro delle forze di sicurezza è stato ucciso martedì durante le proteste a Shiraz. Anche sette manifestanti sono stati uccisi, tra cui uno accoltellato a morte mercoledì a Qazvin, secondo l'agenzia di stampa Fars. 

La scorsa notte, NetBlocks ha segnalato un'interruzione quasi totale del servizio Internet in alcune zone della provincia del Kurdistan nell'Iran occidentale, dove era nata Amini, e nella capitale Teheran, dove la giovane è stata arrestata, mentre era in viaggio con la famiglia.  Sotto l'hastag #IranProtest e #IranRevolution molti i video e le foto che documentano la repressione, dall'arresto di Masha a quelli delle rivolte delle donne che bruciano il velo e si tagliano i capelli. Tra loro ci sono anche molti uomini. Anche in Europa, a Berlino, alcune donne si sono tagliate i capelli in segno di solidarietà per le iraniane.

Dai filmati che circolano sui social media si vedono agenti della polizia iraniana sparare contro donne e ragazzi. I disordini si sono diffusi in più di 20 grandi città, la capitale Teheran, spingendosi fino a Mashhad, città natale del leader supremo Khamenei: le donne sventolano il velo in aria o bruciano gli hijab al grido di:  "No al velo, no al turbante, sì alla libertà e all'uguaglianza!"

L'interruzione non impedisce, però, ad alcune immagini, in cui il sangue purtroppo scorre, di fare il giro del mondo sui social. Segno che la protesta dice molto del clima in cui versa il paese islamico sul piano dei diritti civili, e non solo in riferimento alle donne e alle ferree leggi riguardanti l'uso dell'hijab.

Amini è solo l'ultima ad aver pagato con la vita da quando nel 1981, dopo il ritorno dei conservatori, un editto impone alle donne di indossare il velo in luoghi pubblici, fino a rendere il suo mancato utilizzo un reato penale, con pene che vanno dalle frustate al carcere. Molte altre iraniane sono state vittima della polizia religiosa. Le regole valgono sia per le donne residenti in Iran che per le straniere. L'hijab (dal termine arabo coprire), deve essere indossato da tutte a partire dai 9 anni di età: i capelli ed il corpo ad eccezione della faccia e delle mani, devono essere coperti e questo la dice lunga sulla grave discriminazione di genere che vige nel paese a guida islamica

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Iran, la protesta del velo

Le notizie della violenta repressione, preoccupano la comunità internazionale e i vertici di alcuni paesi riuniti a new York per l'Assemblea Generale dell'Onu. Gli Usa sono "al fianco delle coraggiose donne iraniane", ha detto Joe Biden intervenendo ieri a palazzo di vetro, mentre il presidente iraniano Ebrahim Raisi, anche lui a New York, nel suo discorso non ha mai citato il caso Amini, ma ha accusato l'Occidente di avere "doppi standard" sui diritti, in particolare quelli delle donne. "L'Iran rigetta il doppio standard di alcuni governi - ha aggiunto - i diritti umani appartengono a tutti ma purtroppo ci sono casi come le tribù di nativi in Canada, i diritti dei palestinesi, i migranti che cercano libertà ma i loro bambini finiscono nelle gabbie, gli afroamericani uccisi". 

Il quotidiano francese Le Monde oggi definisce la protesta “pericolosa empasse per le autorità iraniane”.

Raisi, si è, inoltre, rifiutato di rilasciare un'intervista che era stata concordata con la Cnn a New York, dove si trova per l'Assemblea generale dell'Onu, perché la giornalista Christiane Amanpour non indossava il velo. Lo racconta Amanpour su Twitter, spiegando che l'intervista si sarebbe dovuta svolgere ieri sera e che lei intendeva chiedere a Raisi anche delle proteste in corso in Iran.

Amnesty International ha chiesto ai leader del mondo, riuniti in questi giorni all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, di appoggiare le richieste per la costituzione di un meccanismo internazionale e indipendente d’inchiesta che affronti il clima d’impunità dominante in Iran.

Amnesty ha raccolto prove sull’uso illegale della forza da parte delle forze di sicurezza iraniane, che hanno impiegato pallini da caccia e di metallo di metallo, gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e manganelli per disperdere le proteste. ora chiede a gran forza che il mondo agisca per fermare la repressione.