Lutto nel cinema

Morto Jean-Luc Godard, padre della Nouvelle vague: "Voleva liberare i nostri occhi"

Il suo primo lungometraggio "Fino all'ultimo respiro" del 1959, fu manifesto della Nouvelle vague. Libération: "È ricorso al suicidio assistito". L'intervista a Roberto Silvestri: "Il suo era un cinema della soggettività post-moderno"

Morto Jean-Luc Godard, padre della Nouvelle vague: "Voleva liberare i nostri occhi"
Larry Ellis/Express/Getty Images
Jean-luc Goda​rd in una foto del 1968

Il regista francese Jean-Luc Godard è morto a Parigi all'età di 91 anni. Lo ha riportato il quotidiano francese Libération. "Un regista totale con mille vite e un'opera tanto prolifica" scrive il quotidiano. Tra i più significativi autori cinematografici della seconda metà del Novecento.

Nato a Parigi il 3 dicembre 1930, di origini svizzere, divenuto padre della Nouvelle vague degli anni cinquanta e sessanta, col suo primo lungometraggio segnò subito un'intera generazione e non solo: "Fino all'ultimo respiro" (A bout de souffle) del 1959 con Jean Paul Belmondo e Jean Seberg, divenne manifesto della nuova corrente cinematografica rappresentando un segno di demarcazione fra epoche e culture della storia del cinema. Un cinema a basso costo, fuori dalle strutture industriali, sottratto alle regole dello spettacolo. 

Firmò poi un altro idiscutibile successo: "Il disprezzo" del 1963 (Le mépris), con Brigitte Bardot e Michel Piccoli, poi “Il bandito delle 11” del 1965 (Pierrot le fou), sempre con Jean-Paul Belmondo, e "Si salvi chi può (La vita)" del 1980 Sauve qui peut (la vie), con Isabelle Huppert.  

Mentore indiscusso, artista schivo ma incisivo, firmò oltre 150 film e video. La sua idea di cinema influenzò registi da Francois Truffaut a Quentin Tarantino. 

Tra i numerosi riconoscimenti e premi, nel 2010 rifiutò di ritirare l'oscar alla carriera dall’Academy of Motion Pictures di Hollywood. Il fatto suscitò non poche polemiche, ma confermò l'idea che il regista francese aveva del fare cinema, fuori dagli schemi tradizionalmente riconosciuti.  Un uomo, un artista fervido, con una personalità fuori dagli schemi. Una fonte vicina al regista citata dal quotidiano Libération rivela che Godard abbia fatto ricorso al suicidio assistito in Svizzera: "Non era malato, era soltanto esausto".

 

Jean-Luc Godard, Brigitte Bardot e Michel Piccoli sul set de "Il disprezzo" del 1963 Jean-Louis SWINERS/Gamma-Rapho via Getty Images
Jean-Luc Godard, Brigitte Bardot e Michel Piccoli sul set de "Il disprezzo" del 1963

Godard si è sempre contraddistinto per la sua produzione attenta alle forme espressive e al contenuto ideologico. 

Dopo un'attività di critico cinematografico per Les Cahiers du cinéma, Godard esordì nel cinema con un forte senso di "ribellione" verso il linguaggio cinematografico tradizionale a cui si unì, nei film successivi, una sempre più consapevole critica dei valori sociali dominanti: "Questa è la mia vita" (1962); "La donna è donna" (1962); "Les carabiniers" (1963); "Il disprezzo" (1963), tratto dall'omonimo romanzo di Alberto Moravia; "Una donna sposata" (1964); "Il bandito delle ore undici" (1965); "Il maschio e la femmina" (1966); "Una storia americana" (1966); "Due o tre cose che so di lei" (1966).

A partire dal 1967 Godard si volse a un cinema più esplicitamente militante, sperimentando nuovi modi di produzione e insieme di elaborazione estetica e ideologica: "La cinese" (1967); "British sound" (1969); "Pravda" (1969); "Lotte in Italia" (1970); "Crepa padrone, tutto va bene" (1972). Liricità e ironia, consapevolezza della crisi e una nuova sensibilità figurativa sembrano invece prevalere (pur nella fedeltà a un'idea di cinema come rischio formale e ideale e a uno stile sempre innovativo e sperimentale) nei film girati dalla fine degli anni Settanta: "Si salvi chi può" (1979); "Prénom Carmen" (1982); "Je vous salue Marie" (1984); "Détective" (1985); "Nouvelle vague" (1990); "Germania nove zero" (1992). 

Il regista Jean-Luc Godard con Pier Paolo Pasolini e Bernardo Bertolucci Ansa
Il regista Jean-Luc Godard con Pier Paolo Pasolini e Bernardo Bertolucci

Negli anni Novanta Godard proseguì la sua ricerca di nuove forme visive realizzando "Ahimè!" (1993), "Forever Mozart" (1996). Ha "riscritto", con un taglio critico, una personale storia del cinema attraverso le immagini con "Histoire(s) du cinéma" (1998), "L'origine du XXIème siècle" (2000) e "Pour une histoire du XXIème siècle" (2000). Più recentemente ha diretto: "Éloge de l'amour" (2001); "Notre musique" (2004); "Vrai faux passeport" (2006); il cortometraggio "Une catastrophe" (2008); "Film socialisme" (2010); "Adieu au langage" (2013, per il quale l'anno successivo ha ricevuto il Premio della giuria al Festival di Cannes); "Le livre d'image" (2018, Palma d'oro speciale alla 71a edizione del Festival di Cannes).

Qui la gallery con le foto:

Abbiamo chiesto a Roberto Silvestri, critico cinematografico, perchè Godard è stato così importante?

Godard era un grande eccitatore delle nostre coscienze e dei nostri occhi, un nemico del cinema commerciale che secondo lui “non fa vedere, che non è realista e che è quindi falso”. Per amore del cinema stesso, lui rifiutava l'idea di cinema convenzionale. Godard ha amato il cinema proprio perchè lo criticava, il suo era un cinema diverso, alternativo, di tipo saggistico e politico.

Da vecchio formalista, credeva che il linguaggio dovesse essere sempre rinnovato, ha fatto un cinema d'immagine non di visuale, voleva liberare i nostri occhi. Il suo cinema era sempre diverso e sorprendente, potremmo dire un cinema della soggettività post-modermo, capace di inventare una via politica. Il suo cinema voleva avvicinarsi ai messaggi dell'arte profondamente culturale come la pittura e la letteratura. 

Grazie all'epoca in cui ha vissuto e lavorato, ha potuto fare un cinema individuale perchè la tecnologia lo permetteva, col Nagra e con il 16 millimetri, eliminando o stracciando i costi di produzione, uscendo letteralmente dagli studi cinematografici per entrare nella vita vera, fu un vero esploratore delle nuove teconolgie cinematografiche.

Il cinema della soggettività in lui sembrava contenere aspetti anche radicali nel modo di concepire la produzione cinematografica. Che rapporto aveva col cinema "mainstream"?

Godard era il regista più radicale del cinema, il suo modo di vedere era fuori dai dogmi. Era come una droga per tutti, come il grande amore che tutti aspettavano. Quella soggettività era desiderante, un desiderio scatenato che veniva fuori dalla sua pellicola. Il suo rapporto col cinema “tradizionale” era severo, voleva distruggere quella macchina, per la quale provava odio. Si poneva in netta contraddizione al cinema come “industry”, anche se amava molto il cinema americano di serie B.

A proposito di Hollywood, nel 2010, all'età di 81 anni, rifiutò l'oscar alla carriera dell'Academy. Ha sempre respinto i riflettori, quel suo essere schivo com'è stato interpretato?

Era il suo carattere, diciamo pure che era un brutto carattere, ma questo, come sappiamo, non ha nulla a che fare con le capacità dell'artista. A un certo punto ha ripudiato la figura del regista professionista, si opponeva a quella figura, uscendo dal suo stesso ruolo, sparendo dalle sale cinematografiche. All'Academy rispose:  “Voi mi date questo premio, ma non avete mai visto i miei film”.  Si rifugiò, letterlamente scappando prima a Grenoble e poi in Svizzera, tornando alle origini dei suoi genitori. Arrivò persino a ripudiare i vecchi amici come Agnes Vardà, era odioso a tratti cattivo ma questo non aveva a che fare col suo cinema. Lavorava in Svizzera da molti anni in un piccolo centro, continuando sempre a sperimentare fuori dal cinema industriale.

Roberto Silvestri, critico cinematografico Roberto Silvestri
Roberto Silvestri, critico cinematografico

Da chi è stato influenzato e chi ha influenzato nel cinema durante la sua lunga carriera? 

Tutto quello che ha fatto come critico è stato rivalutare la soggettività, i noir anni '40, lui rubava da lì. Sono moltissimi i cineasti che hanno attinto alla sua visione, soprattutto quelli legati alla videoarte. I cosìdetti “Godardiani” di ieri Jean Marie Straub-Daniele Huillet, il suo doppio. Di oggi, soprattutto chi oscilla tra cinema politicamente girato e istallazione d’arte, e che sperimentano linguaggi mutanti  come il portoghese Pedro Costa, il thailandese Apichatpong Weerasethakul, isaac Julien angloantillano, Amos Gitai, l’angelo africano John Akomfrah, l’italo armeno Yervant Gianikian…

Il racconto della sua permanenza a Roma per Vento dell'Est nel 1969 è leggenda..

Sì, a Roma per Vento dell'est (Le Vent d'est) tentò un attacco ai modi gerarchici del cinema, il film girato nel periodo maoista, divenne un film politico:  voleva fare cinema fuori dalle lineee gerarchice. Anche Gian Maria Volontè, che allora era una star, fu costretto ad assecondarlo. Il suo cinema era “assembleare”, faceva il cinema egualitario, ogni mattina chiedeva a tutti i componenti della produzione di dire la propria sulla produzione azzerando le gerarchie tra le maestranze. Questo la dice lunga sulla sua visione. Godard ci aiuta, ancora oggi, a fare un tragitto di osservazione del mondo che oggi è illegale, in contrapposizione tra immagine e visuale, e soprattutto nella contrapposizione tra cinema e tv, quest'ultima che allora era al culmine della sua ascesa: secondo lui il cinema apriva la mente, mentre la tv la chiude, il cinema reinventa in ogni momento la percezione psichica, emotiva e intellettuale.

Cosa perde oggi il mondo con la scomparsa di Jean-Luc Godard? 

Nulla, i suoi film ci sono, rimarranno, e continueremo a vederli.

Qui l'intervista di Lello Bersani a Jean- Luc Godard del 1965: