Kurdistan iraniano

In 100mila per Mahsa Amini a 40 giorni dalla morte. La polizia spara sulla folla

Migliaia di persone si sono radunate nel cimitero del Kurdistan iraniano dove è sepolta la giovane curda

In 100mila per Mahsa Amini a 40 giorni dalla morte. La polizia spara sulla folla
social media
Kurdistan iraniano, una ragazza saluta una folla enorme mentre è in cammino verso la tomba di Mahsa Amini per la fine del lutto, ma non si fermano le proteste degli studenti e dei lavoratori in tutto il paese

Sono passati 40 giorni dalla morte di Mahsa Amini, e una folla si è radunata presso la tomba della giovane curda, morta il 16 settembre mentre era in visita a Teheran dopo essere stata arrestata perchè dal suo velo veniva fuori una ciocca di capelli.

In 100.000 sono arrivati in cammino al cimitero Aichin di Saqqez, nella provincia del Kurdistan iraniano, paese di provenienza della giovane per omaggiare la fine del lutto come vuole la tradizione in Iran. Le forze dell'ordine hanno aperto il fuoco e utilizzato gas lacrimogeno per disperdere i manifestanti, mentre le autorità iraniane hanno bloccato l'accesso a Internet nella zona per "ragioni di sicurezza". Lo rende noto su twitter Hengaw, organizzazione con sede in Norvegia che si occupa di violazioni dei diritti umani nel Kurdistan, dove abita la minoranza curda. 

La morte di Mahsa, detta Gina in lingua curda, ha innescato una massiccia protesta contro l'uso del velo che non riguarda solo le donne: uomini, studenti, lavoratori gridano gli slogan: "Abbasso il dittatore", "Kurdistan, la tomba dei fascisti", "Donne, Vita, Libertà" e "siamo tutti Mahsa, hai lottato e lotteremo anche noi".

Non solo l'hijab obbligatorio, il paese versa in una grave crisi economica dovuta alle sanzioni che pesano da quando la Repubblica a guida sciita è uscita dall'accordo sul nucleare nel 2018. Video sui social mostrano che per la prima volta, anche i lavoratori della raffineria petrolifera a sud di Teheran che incorciano le braccia. Anche dalla capitale arrivano immagini di forze di sicurezza che sparano ad altezza d'uomo cavalcando le motociclette. Per la prima volta, a quanto si apprende, anche i medici stanno protestando contro la presenza della Guardia rivoluzinaria negli ospedali in cui vengono curati i manifestanti feriti. Testimoni citati dall'agenzia Dpa hanno confermato il dispiegamento in forze della polizia a Teheran così come la presenza di posti di blocco lungo le principali strade della città. Molti negozi sono rimasti chiusi nel timore di disordini. 

  

Tutto questo mentre continua il duro botta e risposta tra Teheran e Occidente sul fronte delle sanzioni.  Il ministero degli esteri iraniano, annuncia i nomi di individui e di istituzioni dell'Unione Europea entrati nell'elenco delle loro sanzioni in risposta a quelle di Bruxelles.

Dal 17 ottobre l'Iran e i suoi vertici sono nella lista delle sanzioni Ue e Usa a causa della risposta violenta alle manifestazioni di popolo e per la fornitura di droni iraniani alla Russia, utilizzati in Ucraina. Decine di persone, per lo più manifestanti ma anche membri delle forze di sicurezza, sono state uccise durante le manifestazioni, sono almeno 250 le vittime, dice iran Human Rights con sede a Oslo. Altre migliaia sono state arrestate e condotte nel carcere di Evin. 

Nel mirino c'è la polizia cosiddetta "della moralità" e undici leader iraniani, tra cui il ministro delle Telecomunicazioni. Oggi Teheran risponde pan per focaccia, annunciando a sua volta sanzioni contro istituzioni, individui e media con sede nell'Unione Europea. Il ministero degli Esteri iraniano ha sanzionato otto istituzioni e dodici individui con sede in Europa per aver "sostenuto gruppi terroristici", "incitato alla violenza" e "causato rivolte, violenze e atti terroristici" in Iran. La lista nera include il Comitato internazionale per la ricerca della giustizia (ISJ), la Lega internazionale contro il razzismo e l'antisemitismo (LICRA) e le versioni persiane di Deutsche Welle e Radio France International.

 

 

L'Iran non è certo una destinazione sicura in questo periodo per viaggiatori e turisti. Oltre all'arresto dell'italiana Alessia Piperno spunta il caso del trekker spagnolo Santiago Sànchez, di cui non si hanno notizie da tre settimane, sarebbe stato arrestato mentre si trovava in Iran. Il suo arresto sarebbe avvenuto proprio a Saqqez. Come Alessia, anche lui postava i suoi spostamenti sui social, fino all'ultimo di fine settembre, mentre si registrava tra Irak e Iran. I familiari hanno lanciato l'allarme informando l'ambasciata spagnola a Teheran. Secondo i media iberici, l'uomo, ex militare, 40enne, residente nella regione di Madrid, era impegnato in un viaggio a piedi che, attraversando 15 paesi, lo avrebbe dovuto portare a Doha, in Qatar, per i mondiali di calcio. Per ora però non ci sono conferme ufficiali.

Una storia simile è toccata anche a due travel blogger neozelandesi, di cui si erano perse le tracce da quattro mesi dopo il loro arrivo in Iran, e che ora - dice Wellington - hanno lasciato il Paese in sicurezza a seguito di negoziati segreti tra i due governi. 

Bridget Thackwray e suo marito Topher Richwhite, figlio di uno degli uomini più ricchi dell'arcipelago, erano arrivati in Iran dalla Turchia all'inizio di luglio. Dopo poco la coppia non ha più pubblicato storie sui social dei loro viaggi. Sono stati i loro followers - circa 30.000 -  ad avvertirne l'assenza. Il governo della Nuova Zelanda ha taciuto sulla misteriosa scomparsa, poi la premier Jacinda Ardern ha annunciato la soluzione: "abbiamo lavorato duramente" per la partenza sicura della coppia caduta "in una situazione difficile". Le autorità iraniane hanno detto che la coppia non è stata arrestata né rapita. Ardern non ha mancato comunque di criticare la sanguinosa repressione iraniana delle proteste.