Violenza contro le donne in Iran

Cnn: manifestanti violentate in carcere e per le strade, un reportage che sconvolge

Per l'Onu la situazione sul campo "è critica". L'antropologa Ciavardini: "Abbiamo il dovere di raccontare quello che sta succedendo, ma ricordiamocene ogni giorno". La testimonianza di Fariba Karimi

Cnn: manifestanti violentate in carcere e per le strade, un reportage che sconvolge
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Due immagini di Armita Abbasi, la manifestante brutalmente abusata dalla polizia iraniana e attualmente detenuta in carcere, secondo la Cnn americana

Stupri, abusi e brutalità nelle piazze e nelle carceri iraniane sui protagonisti della rivolta innescata dalla morte di Mahsa Amini. A farne le spese sono per lo più le donne iraniane, giovani anche giovanissime. Sono le storie agghiaccianti riportate dalla Cnn in un lungo reportage realizzato al confine tra l'Iran e l'Iraq e basato sulle testimonianze delle vittime, di medici e di alcuni video circolati sui social media. Secondo i reporter della all news americana ci sono stati diversi casi di violenza sessuale nei confronti di donne e, perfino di uomini, anche minorenni. 

"Testimonianze che descrivono un terrificante modello di brutalità da parte del regime in cui la violenza sessuale e lo stupro vengono utilizzati per sopprimere, demoralizzare e in alcuni casi ricattare i manifestanti". 

In alcuni dei casi l'aggressione è stata filmata e utilizzata per costringere le manifestanti al silenzio. Tra le storie drammatiche c'è quella di Armita Abbasi, 20 anni, arrestata a metà ottobre nella sua città Karaj, appena fuori Teheran. La stessa da dove proveniva Hadis Najafi la ragazza con la coda divenuta insieme a Mahsa Amini "martire" simbolo di queste proteste e di Puya Bakhtiyati, vittima di quelle del 2019.

Armita una ragazza come tante, una volta iniziate le proteste ha cominciato a postare sui suoi account social alcune critiche al regime iraniano, ma senza nascondersi dietro l'anonimato, una cosa considerata ad alto rischio. E, infatti, poco dopo la polizia l'ha accusata di essere una "leader delle proteste" e di aver in casa "10 molotov". Secondo le testimonianze dei medici dell'ospedale Imam Ali, dove la giovane è stata portata d'urgenza il 17 ottobre, Armita era stata "torturata e brutalmente stuprata". "Aveva la testa rasata e tremava, hanno riferito i medici che l'hanno soccorsa rivelando gli orrori delle violenze subite dalla giovane. "Stava così male che abbiamo pensato avesse un tumore", ha raccontato uno dei medici e invece perdeva sangue dal retto. La ragazza è ora detenuta nel famigerato carcere di Fardis, sempre nella sua città. 

Nel reportage c'è anche la storia di Hana nome di fantasia, una donna curdo-iraniana che afferma di aver assistito e subito violenze sessuali mentre era detenuta. "C'erano ragazze che sono state aggredite sessualmente e poi trasferite in altre città - ha detto - ma hanno paura di parlare di queste cose". Nelle ultime settimane sono emersi video sui social media che mostrano presumibilmente le forze di sicurezza iraniane che aggrediscono sessualmente (molti i video di palpeggiamenti) le manifestanti per le strade e sono cominciate ad emergere segnalazioni di violenze sessuali contro attivisti, donne e uomini, nelle carceri. I funzionari iraniani non hanno ancora risposto alla richiesta della Cnn di commentare gli abusi denunciati in questo rapporto.

I gruppi per i diritti umani stimano che almeno 416 persone, di cui 51 bambini siano state uccise e circa 14.000 arrestate da quando è partito il movimento antigovernativo. L'età media di chi manifesta è 15 anni e 23 quella delle vittime. Ieri gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a tre funzionari nella regione curda iraniana, quella che paga il numero di vittime più alto, e dove dozzine di manifestanti sono stati uccisi la scorsa settimana mentre il governo iraniano continua la sua violenta repressione. L'ultima tranche di sanzioni arriva il giorno dopo che l'ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha lanciato l'allarme sul crescente bilancio delle vittime delle proteste a livello nazionale, affermando che la situazione sul campo è "critica"

Ma quello della Cnn non è il primo rapporto che denuncia l'orrore e l'umiliazione a cui le iraniane e gli iraniani sono stati sottoposti negli ultimi 43 anni degli ayatollah al potere. Un governo quello iraniano diviso tra i dettami della Repubblica e quelli della religione islamica sciita. Una lettura della Sharia fortemente conservatrice in cui è proibito uccidere le donne vergini e chiunque lo faccia rischia di avere la strada del paradiso sbarrata per sempre. “In altre inchieste è emerso come nel carcere di Evin, vi sia la prassi del matrimonio temporaneo: si chiama sigheh e viene usato per le condannate a morte nelle carceri, dove la guardia carceraria, la notte prima dell'esecuzione, diventa per poche ore marito, abusando e privando la giovane della sua verginità per poi condannarla alla forca la mattina successiva, come giornalisti abbiamo il dovere di raccontare quello che sta succedendo, ricordiamocene ogni giorno, non solo in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, dice Tiziana Ciavardini giornalista e antropologa.

"Il carcere di Teheran, considerato "luogo del non ritorno" o anche "Università di Evin" a causa dei prigionieri eccellenti che vi sono incarcerati: prigionieri politici, artisti,  intellettuali, giornalisti" spiega Ciavardini. Dentro tra i molti e molte c'è il pluripremiato regista Jafar Panhai, c'è la figlia dell'ex presidente divenuta attivista negli anni Faezeh Hashemi Rafsanjani, e c'è finita perfino la nipote della guida suprema Ali Khamenei Farideh Moradkhani, attivista per i diritti umani nella protesta in corso. E' riuscita, invece a uscire, la blogger italiana Alessia Piperno dopo 43 lunghissimi giorni di prigionia. Destino diverso per Mahsa Amini la 22enne di origine curda morta mentre era in custodia della polizia morale, perchè non indossava il velo correttamente. Nel video pubblicato dalla stessa autorità giudiziaria per dimostrare che la fine della giovane, da cui ha preso avvio la rivolta più minacciosa dal 1979, non è avvenuta a colpi di manganello, ma che ella si è accasciata sotto gi occhi di altre persone nel centro di detenzione di Vozara a Teheran.

“Chi non è passato almeno una volta dal centro di detenzione di Vozara? Posso solo immaginare cosa sta succedendo alle mie concittadine iraniane, quello di cui possono essere capaci le guardie della rivoluzione, perché io stessa sono stata in quella stanza dove si è sentita male Mahsa Amini, quando nel 2016 la polizia mi ha fermato a Teheran”, ci racconta Fariba Karimi, iraniana che vive in Italia da molti anni. 

“In realtà sono nata a Tabriz, ma sono cresciuta a Karaj e ho vissuto a Teheran per il mio lavoro d’artista. Quel giorno, avevo 35 anni, due donne poliziotte velate della polizia religiosa, mi hanno fermata mentre camminavo per strada perché - secondo loro - indossavo un cappotto 'troppo corto'. Il cappotto era sopra al ginocchio e copriva i miei jeans lunghi e larghi. Mi hanno subito trascinato in macchina, sequestrandomi il cellulare per condurmi a Vozara: volevano punirmi e umiliarmi. Lì mi hanno chiesto di chiamare il miei genitori come se fossi una bambina, poi sono riuscita a riprendere il mio cellulare per chiamare un amico italiano con cui avevo appuntamento prima di essere fermata".

Nel 2016 c'era al potere il presidente, considerato più moderato, Hassan Rouhani e parlare una lingua straniera ha, forse, aiutato Fariba in quel momento: “Quando hanno sentito che parlavo italiano si sono calmati e sono riuscita a convincerli di liberarmi, ma è dovuta intervenire un’amica che mi ha portato un cappotto lungo e solo allora sono uscita.  Mi sono sentita profondamente umiliata. Ma la mia è una piccola cosa, rispetto a quello che sta succedendo in Iran e che leggo sui social". Una piccola cosa che a noi, qui, la dice lunga sul livello di controllo e repressione sulle donne, e sulla mancanza di libertà e giustizia che, in generale, si vive nella Repubblica islamica. "Ho notizie di amici a Evin, e di altri liberati” sottolinea Fariba e “non fa differenza se allora ci fosse Rouhani o l'attuale presidente Raisi, perché il regime e le sue regole sono comunque opprimenti e violenti per i cittadini, da 43 anni”.

Non è facile per gli iraniani esuli all'estero parlare e metterci la faccia, alcuni lo fanno, altri no. Hanno paura per le conseguenze in patria, per le loro famiglie e non si può dare loro torto. Fariba ci ha risposto, ma di una cosa è certa: "Per ora, e forse per lungo tempo, non potrò tornare in Iran e questo mi fa molto male”.

Fariba Karimi Fariba Karimi
Fariba Karimi