Sanità

Rapporto Crea: in Italia mancano 30mila medici e 250mila infermieri

Si dovrebbero assumere 15mila dottori ogni anno per i prossimi dieci, per colmare il gap con il resto dell'Europa, segnala il 18mo Rapporto Sanità del Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità dell'Università di Roma Tor Vergata

Rapporto Crea: in Italia mancano 30mila medici e 250mila infermieri
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Un problema che sembra lontano ma che è, nei fatti, a brevissimo termine. Nel campo dell’assistenza sanitaria, prima che il nostro Paese si riesca ad adeguare agli altri Paesi europei, deve colmare la mancanza di 30mila medici e ben 250mila infermieri. 

È quanto emerge dal il 18mo Rapporto Sanità del Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità dell'Università di Roma Tor Vergata e presentato oggi al Cnel. 

Stando ai calcoli del Crea, per sanare questa carenza l’Italia dovrebbe investire 30,5 miliardi di euro, tenendo anche conto del maggiore bisogno di personale sanitario dovuto all'età media sempre più alta della popolazione.

Tra le soluzioni proposte per far fronte alla carenza, quella di migliorare i salari: secondo il rapporto, i medici italiani guadagnano, in media, il 6% in meno dei colleghi europei e gli infermieri fino al 40% in meno. "Senza risorse e senza personale sanitario è impossibile il 65% di prestazioni perse durante la pandemia, di cui hanno sofferto soprattutto i grandi anziani".

Entrando nel vivo del dato, nella nostra sanità pubblica ci sono 3,9 medici per 1.000 abitanti contro i 3,8 della media di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. 

Se però si filtra tutto per l'età media della popolazione (in riferimento all'elevata presenza di over 75 nel nostro Paese rispetto ad altri paesi), a mancare sarebbero in totale 30.000 medici. Mettendo in conto i circa 12mila medici che vanno in pensione ogni anno, per colmare il gap se ne dovrebbero quindi assumere almeno 15mila ogni anno per i prossimi 10 anni. 

Per gli infermieri il problema, in prospettiva, sarebbe ancora più allarmante, dato che sono 5,7 per 1.000 abitanti contro i 9,7 dei Paesi EU. La carenza supera le 250mila unità rispetto ai parametri europei e, comunque, solo per attuare il modello disegnato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, ne servirebbero 40-80.000 in più. 

Dall’estero la forza lavoro che arriva è poi di poco impatto: arrivano in Italia meno del 5% degli infermieri contro il 15% nel Regno Unito e il 9% in Germania; meno dell'1% dei medici a fronte del 10% degli altri Paesi.

La spesa per la sanità privata è di 1.700 euro a famiglia

Al finanziamento della sanità pubblica italiana mancano almeno 50 miliardi per avere un'incidenza media sul Pil simile agli altri Paesi europei. Una delle conseguenze è che cresce la spesa sanitaria privata: quella media arriva a oltre 1.700 euro a famiglia. Tanto che il 5,2% dei nuclei familiari versa in disagio economico per le spese sanitarie; 378.627 nuclei (l'1,5%) si impoveriscono per le spese sanitarie e 610.048 (il 2,3%) sostengono spese sanitarie cosiddette 'catastrofiche', segnala  il Rapporto Crea. Nel 2021 il finanziamento pubblico si ferma al 75,6% della spesa contro una media EU dell'82,9% e la spesa privata incide per il 2,3% sul Pil contro una media EU del 2% (pari, appunto, a oltre 1.700 euro a nucleo familiare) 'scaricando' sulle famiglie, ad esempio, oltre un miliardo di spesa per farmaci.
Le cause vanno cercate nei due decenni precedenti. La spesa sanitaria pubblica dal 2000 al 2021, in Italia, è cresciuta del 2,8% medio annuo, il 50% in meno che negli altri Paesi EU di riferimento. E nel 2021 quella del nostro Paese registra una forbice del -38% rispetto ai nostri 'vicini'. Per recuperare il passo con gli altri Paesi servirebbe, quindi, una crescita annua del finanziamento di almeno 10 miliardi di euro per 5 anni.
"Nei documenti di finanza pubblica - commentano i curatori del Rapporto, Federico Spandonaro, Daniela D'Angela e Barbara Polistena - sono previsti meno di 2 miliardi di euro per anno, quindi circa un settimo del necessario per il riallineamento".
Se non si interviene, si dovrà passare da un Servizio sanitario nazionale universalistico a uno basato "su una logica di universalismo selettivo, che privilegi l'accesso dei più fragili".