Il compleanno dello Special One

60 anni specialissimi, la nuova vita di Mourinho

Sono sessanta. E specialissimi: di coppe e successi, tonfi e ripartenze, polemiche e battute folgoranti. Un personaggio a tutto tondo, il primo globe-trotter del calcio, un po’ Mister, un po’ sciamano

Sono sessanta. E specialissimi: di coppe e successi, tonfi e ripartenze, polemiche e battute folgoranti. Due le sempiterne certezze dal pianeta Mou: impossibile che lasci indifferente; impossibile che piaccia a tutti. Jose Mourinho da Setubal, Portogallo: nato per vincere, o per provarci, sempre. La sua impronta sugli ultimi vent’anni di calcio è indelebile e incrocia campo e comunicazione. Assistente di Louis Van Gaal al Barcellona di Figo e Ronaldo, all’alba della stagione d’oro dei  blaugrana, intuisce il salto globale del pallone, il rapporto sempre più centrale dell’allenatore -non solo tecnico di campo ma vero manager - con i campioni. Una forza che sta nel parlarne, letteralmente, la stessa lingua: oltre al portoghese si esprime perfettamente in spagnolo, francese, inglese, italiano.

Una empatia che consente di trasformarsi in scudo della squadra. Chi lo assume sa che Mou allenerà tutti: giocatori, dirigenza, presidente, tifosi, come un taumaturgo, un condottiero dalla personalità irresistibile. Narra la leggenda, non a caso, che per modello avesse Helenio Herrera, il Mago della Grande Inter di Moratti.

Un personaggio a tutto tondo, il primo globe-trotter del calcio, un po’ Mister, un po’ sciamano. Quando è tempo di mettersi in gioco in proprio, Mourinho lascia il Barca,  inciampa con il Benfica ma rinasce con il Porto, conquistando l’Europa. La Champions League del 2004, conquistata a sorpresa, suggella il mito dell’allenatore-divo: perfetto in panchina con il cappotto, carismatico, affascinante. L’underdog, il calciatore modesto di un tempo si trasforma nello Special One che il Chelsea strappa ai grandi club europei. Costa e fa spendere molto, Mourinho, a dispetto di un gioco che per i detrattori è antico. Eccessivamente fisico. Poco innovativo e difensivista.

Mou risponde alle critiche con coppe e campionati, infiamma il dibattito e la stampa gongola: chiunque si metta in mezzo -allenatori avversari, arbitri, circostanze sfortunate- tra lui e la vittoria sembra travolto. Ed è un dato di fatto: la sua personalità, la mimica senza filtri in panchina, attraggono quasi più dei giocatori, dei campioni. Non è un caso che gli stadi si trasformino in veri e propri fortini: quasi impossibile battere le sue squadre quando giocano in casa, o anche fare punti, a meno di “non parcheggiare il pullman davanti alla porta”, una delle sue brillanti metafore comunicative. C’è l’Italia nel destino di Mourinho, quando termina l’idillio con il Chelsea di Abramovich. La sponda nerazzurra del Naviglio lo attende per tornare sul tetto d’Europa dopo 45 anni.

Lo Special One trova nell’Italia terreno fertile. Già dalla presentazione mette le cose in chiaro, aggiungendo il milanese alle sue lingue: Io non sono un pirla, dice inaugurando il primo dei suoi show in conferenza stampa. L’Inter di Massimo Moratti macina vittorie mentre le polemiche diventano quotidiane. Mourinho si ritaglia un ruolo da capopopolo, i suoi Zero Tituli rivolti agli avversari esaltano e dividono.

Lascia l’Italia dopo il Triplete (Champions League, Scudetto e Coppa Italia) del 2010,  trionfo inedito e forse irripetibile per il calcio italiano, vola a Madrid dove al Real raccoglie meno di quanto si aspettasse, ma rinnovando la sceneggiatura da duellante con Pep Guardiola: l’allenatore che si è imposto con calcio e modi esattamente speculari e che ha riportato, a suon di tiki-taka, Barcellona e poi Manchester (ma sponda City) al centro del villaggio calcistico globale.

Passano gli anni e Mou sembra smussare gli spigoli ma non la voglia di vincere. Nel secondo giro al Chelsea l’ultimo campionato vinto (2015), al Manchester United una Europa League ma non il sogno di durare a lungo come Sir Alex Ferguson, al Tottenham una stagione con molte luci e poche ombre. A chi lo definisce declinante, se non addirittura sorpassato, Mou offre l’ultima sfida italiana: la Roma, che fu nel destino anche di Herrera; nessuna fretta di vincere subito, ma il tempo di costruire e legare con una tifoseria appassionata che cerca nuovi trofei. Nei rapporti con la squadra la posa sembra diversa. Inflessibile, certo, ma con una dolcezza nuova, soprattutto verso i giocatori giovani: un padre, più che un condottiero. Un matrimonio che porta subito alla Conference League, e chissà a quanto altro in futuro. Del Mou italiano di dieci anni prima c’è poco, gli avversari di un tempo -Ranieri e Spalletti su tutti- sembrano riconciliati, le polemiche si fanno più rare e i sorrisi più frequenti. Ma guai a sottovalutarlo: anche a sessant’anni, Jose Mourinho è un vulcano di idee e di progetti, uno dei personaggi più originali e inimitabili della storia del calcio.