Il vertice a Dubai

Alla Cop28 un mondo "fuori rotta" che non sa rinunciare alle energie fossili

Per evitare la catastrofe serve una drastica riduzione delle emissioni entro il decennio, per molte cancellerie continua a non sembrare una priorità

Alla Cop28 un mondo "fuori rotta" che non sa rinunciare alle energie fossili
DESIREE MARTIN / AFP
Incendi alle Canarie, agosto 2023

Al termine di un anno di caldo e siccità record in molte regioni del mondo, questo giovedì a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, si terrà la Cop28, ossia la 28esima edizione del principale vertice globale sul cambiamento climatico. Sono attesi un numero record di partecipanti, oltre 70.000 persone.

Cop sta per "Conferenza delle parti", cioè di 197 stati e dell'Unione europea, firmatari della Convenzione dell'Onu sui cambiamenti climatici, nota anche come "Trattato di Rio", che nel 1992 fissò l'obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra. Il compito principale della conferenza sarà un punto della situazione rispetto all'obiettivo di limitare l'aumento della temperatura globale "ben al di sotto" di 2 gradi Celsius, fissato nel 2015, quando la conferenza si tenne a Parigi. Per raggiungere questo traguardo, secondo i dati Onu, le emissioni di gas serra dovrebbero essere ridotte del 43% entro il 2030, rispetto ai livelli del 2019. A oggi il mondo è decisamente fuori rotta: secondo il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (Unep), le  stime prevedono un aumento della temperatura di 2,5 -2,9 gradi in questo secolo, rispetto ai livelli preindustriali. 

Nonostante queste previsioni allarmanti (se non catastrofiche), sembra destinata a incontrare forti resistenze la richiesta di Unione europea, Stati Uniti e diversi altri per un accordo che impegni tutte le parti a eliminare gradualmente il ricorso a combustibili fossili (carbone, petrolio e gas), sotto accusa per le elevanti emissioni di anidride carbonica. 

I paesi la cui economia ha al centro le fonti fossili, compresi gli Emirati che ospitano il summit, propongono l'adozione di tecnologie per catturare le emissioni di anidride carbonica e immagazzinarle nel sottosuolo. L'Unione europea e altre cancellerie temono che possano costituire una scusa per lasciare le cose come stanno e non mettere in discussione i propri modelli di sviluppo.

Si parlerà molto, in particolare, di metano, il secondo gas serra più importante, che rispetto al primo (l'anidride carbonica) ha tempi di decomposizione in atmosfera più rapidi: anni, anziché decenni. Quindi ridurne le emissioni avrebbe un impatto più immediato nel rallentare il cambiamento climatico. Perché ciò avvenga serve tuttavia un impegno vincolante e che superi le vaghe promesse di riduzione sottoscritte al termine della conferenza del 2021.

Sembra invece meno impervia la strada verso un accordo per fissare al 2030 l'obiettivo di triplicare la produzione di energie rinnovabili e raddoppiare il risparmio energetico. Sempre guardando al 2030, sul tavolo ci sono finanziamenti alle economie più svantaggiate, fino a 300 miliardi di dollari, per adattarsi agli eventi climatici e fare fronti a costi causati da disastri.

Gli occhi saranno certamente puntati sulla Cina, responsabile del 30% delle emissioni globali annui e colpita sul suo vasto territorio da molteplici eventi climatici estremi. Pechino sostiene però da tempo che debbano muoversi prima i paesi occidentali, in quanto "emettitori storici" di gas serra. Il secondo maggiore produttore di emissioni al mondo sono gli Stati Uniti, che sta puntando tutto sui sussidi per incrementare la capacità rinnovabile e la mobilità elettrica, ma al contempo sembra intenzionato a opporsi a finanziamenti ulteriori dei fondi Onu per il clima. Il presidente Biden, intanto, ha fatto sapere che non sarà personalmente a Dubai per il vertice.

L'Unione europea ha posizioni più ambiziose:  spinge per triplicare la capacità rinnovabile, eliminare gradualmente i combustibili, superare le centrali a carbone, frena al contempo sul ricorso a tecnologie per "catturare" i gas serra. Condividono, e spesso superano, questa ambizione molti piccoli stati, per lo più insulari, la cui stessa esistenza è messa a repentaglio nel breve e medio termine dal riscaldamento globale, e in particolare dall'innalzamento dei mari. L’Ue vuole anche che i paesi concordino sul fatto che le tecnologie per “abbattere” – cioè catturare – le emissioni saranno utilizzate solo con parsimonia. Il Regno Unito si mostra allineato ai vecchi partner continentali, ma è sotto accusa per avere approvato recentemente 27 nuove licenze per l'esplorazione di petrolio e gas. 

Il Brasile ha come principale interesse preservare il mercato dei "carbon credit", il discusso strumento con cui chi inquina di più può acquistrare, appunto, dei "crediti di carbonio" da contribuisce di più alla pulizia dell'atmosfera. Per il paese sudamericano è un modo per "monetizzare" le sue vaste foreste. Tra i paesi dell'Africa sub-sahariana le posizioni sono diversificate: alcuni, come Kenya, Etiopia e Senegal, sostengono la riduzione graduale la produzione di combustibili fossili. Ma altri, come il Mozambico, vogliono sviluppare le proprie riserve di gas, sia per aumentare la propria capacità energetica sia per capitalizzare la domanda europea di gas.