Il diario della prigionia

La cella buia di Ilaria Salis: "Mi chiedo se questo pozzo abbia un fondo, se ci sia un'uscita"

Scrive dal carcere la ragazza italiana sotto processo per avere aggredito dei neonazisti, accusa di cui si dice innocente. Salis racconta nel suo diario di prigionia il secondo mese nella prigione di massima sicurezza di Budapest

La cella buia di Ilaria Salis: "Mi chiedo se questo pozzo abbia un fondo, se ci sia un'uscita"
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Ilaria Salis

"Apro gli occhi e mi scorgo rannicchiata sulla grigia coperta, con lo sguardo fisso sulla porta di ferro della cella. Ma non ho dubbi su quale sia la parte giusta della storia". 

È un brano di una lettera di Ilaria Salis dal carcere, anticipata da Repubblica online. 
Salis racconta nel suo diario il secondo mese nella prigione di massima sicurezza di Budapest. "I mesi sono lunghi e accade che la bolla si trasformi in un buco nero che ti risucchia. Prendendo in prestito una metafora che leggerò parecchi mesi dopo in un bellissimo fumetto dedicato alle mie vicende - scrive citando Zerocalcare - sono caduta in un pozzo profondissimo. Le pareti sono scivolose e ogni volta che faticosamente cerco di compiere un breve passo per risalire appena un pochino, finisco sempre col precipitare più in profondità. A volte mi chiedo se questo pozzo abbia un fondo e se da qualche parte ci sia davvero un'uscita. Immagino di essere un piccolo geco, che nell'oscurità silente riesce a scalare le pareti. Già, devo scalare le pareti, ma qui purtroppo non ci sono i miei compagni di arrampicata e i legami di fiducia ben stretti sulla corda della sicura".

"Chiudo gli occhi e lancio lo sguardo oltre le mura di questo cieco carcere: scorgo le vicende di uomini e donne come ricambi in tessuti su arazzi che raffigurano storie più ampie. Storie di popoli, di culture, di lingue e di religioni. Storia di sistemi economici, politici e giuridici. Storie di ricchezza e di miseria, di potere, di sopraffazione e di sfruttamento. Storie di guerre e di eserciti. Storie di un mondo in cui ancora si uccidono bambini, in cui alle porte d'Europa risuonano mitraglie che riecheggiano gli scempi del secolo scorso. Apro gli occhi e mi scorgo rannicchiata sulla grigia coperta, con lo sguardo fisso sulla porta di ferro della cella. Tutto mi appare semplice e lineare in queste vicende, come in molte altre, non può esserci alcun dubbio su quale sia la parte giusta della storia".