Il rapporto Censis sul servizio sanitario nazionale

Liste di attesa troppo lunghe, 4 italiani su 10 si rivolgono alla sanità privata

A rischio la salute delle fasce più deboli della società, coloro che non si possono permettere il 'privato'. Altro problema: la carenza di medici

Liste di attesa troppo lunghe, 4 italiani su 10 si rivolgono alla sanità privata
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Il lavoro ospedaliero in una subintensva

Il 21esimo rapporto “ospedali e salute” redatto dall’associazione italiana ospedalità privata e il Censis, lancia un allarme: l’Italia rischia di avere una sanità di serie A ed una di serie B che, ovviamente, rischiano di innescare un meccanismo per cui il censo sarà il discrimine per garantirsi le cure.

La suddivisione di sanità di serie A e B non fa riferimento, però, alla qualità delle cure. La sanità pubblica, quella che costituzionalmente è pubblica, universale e pressoché gratuità, riceve un giudizio positivo da parte di quel 60% di popolazione italiana che riesce a servirsene. Sono i più “pazienti”, nel senso etimologico e non sanitario del termine. Quelle persone che riescono ad attendere il proprio turno a causa di liste di attesa sempre più lunghe.

Il problema si pone quando non si può aspettare. C’è un caso scuola che circola tra i medici, quello della necessità di una colonoscopia, dopo che per due volte gli esami di laboratorio individuano sangue occulto nelle feci. Ebbene, le liste di attesa per quello specifico esame, sono fra le più lunghe nella sanità pubblica a livello nazionale. E chi deve avere un riscontro immediato ed un conseguente esame istologico non può attendere. Ed allora ci si deve rivolge alla sanità privata. Il discrimine del censo sta proprio qui. Chi può va nel privato. Chi non può deve attendere, pregiudicando la propria salute.

Chi non dispone di un reddito adeguato non potrà curarsi: già attualmente, il 42% dei cittadini meno abbienti è costretto a rinunciare alle cure. Il Censis lancia un segnale allarmante: anche le fasce più deboli sono spinte verso il privato, non avendo accesso al servizio sanitario nazionale a causa, spesso, delle lunghe liste di attesa, e questo provoca un ulteriore impoverimento di alcune categorie. 

Il primo dato che emerge, raccolto sulla base di un sondaggio Censis su 2mila cittadini, è che il 47,7% degli utenti ha una percezione positiva del servizio sanitario della propria Regione: l'8,7% e il 39% ritiene che la sanità locale sia di livello qualitativo ottimo o buono. Il 28,1% esprime Invece un giudizio di sufficienza e il 22,4% ritiene che sia 'insufficiente'. Ma se più di un cittadino su 5 esprime un giudizio negativo, l'insufficienza del proprio servizio sanitario regionale è tuttavia riportata solo dal 9,4% dei residenti nel nord-est contro addirittura il 35,2% degli utenti che vivono nelle aree del Mezzogiorno. Quindi la sanità pubblica al nord è migliore di quella del sud. Ed è un altro discrimine.

Uno dei problemi maggiori è rappresentato dalle lunghe liste di attesa. La conseguenza è che negli ultimi 12 mesi, rileva il rapporto, il 16,3% delle persone che hanno avuto bisogno di rivolgersi ai servizi sanitari si è recato in un'altra regione, nell'ambito delle prestazioni erogate dal servizio sanitario. La motivazione più ricorrente della mobilità sono appunto le lunghe liste di attesa nella regione di appartenenza, afferma il 31% dei migranti sanitari. Ma c’è anche una quota del 34,9% che rinuncia e si rivolge alla sanità a pagamento (intesa come privato puro e intramoenia). 

Nel 2023, il dato più grave riguarda però quel 42% di pazienti con redditi più bassi, fino a 15mila euro, che è stato costretto a procrastinare o a rinunciare alle cure sanitarie perché nell'impossibilità di accedere al servizio sanitario nazionale e non potendo sostenere i costi della sanità a pagamento. Il 36,9% degli Italiani ha invece rinunciato ad altre spese per sostenere quelle sanitarie: è il 50,4% tra i redditi bassi e il 22,6% tra quelli alti. 

 

Il primo problema è quello di ridurre le liste di attesa

Ministro della Salute Orazio Schillaci

Un fenomeno ormai intollerabile, ha commentato il Ministro della salute Orazio Schillaci alla presentazione del Rapporto: "già i dati Istat del 2017 indicano che in Italia chi ha un titolo di studio superiore, e quindi guadagna di più, vive di più di chi ha un titolo di studio inferiore. Questo è inaccettabile", ha detto. 

Ma il ministro ha puntato i riflettori anche su un altro dato: "il 51% degli italiani si rivolge alla sanità privata direttamente, senza prima richiedere la prestazione necessaria alla sanità pubblica: questa è una criticità e tale atteggiamento di sfiducia, pur senza aver prima provato il pubblico, può essere conseguenza anche di una rappresentazione di una sanità in crisi, ma non è sempre così. Dobbiamo recuperare questa parte di italiani". 

Schillaci ha quindi ricordato che "siamo avanti in Europa per vari ambiti e prestazioni, ed è necessaria una narrazione diversa del nostro servizio sanitario". Quindi ha indicato proprio l'abbattimento delle liste di attesa come una "priorità  del governo", ricordando che sarà presto operativo "un piano accurato su questo". Altro nodo è quello del personale. Sempre ieri, in audizione alla Camera, Schillaci ha assicurato che "entro l'anno, dopo 17 anni, riusciremo a superare il tetto di spesa sulle assunzioni.

L'accesso alle cure rischia di diventare per censo

Giuseppe De Rita

LA CARENZA DEI MEDICI

I medici mancano, ed è un problema non solo italiano ma soprattutto italiano. Il numero chiuso alla facoltà di medicina ha ridotto il numero dei medici. Nella fase della pandemia il Paese ha avuto modo, per esempio, di constatare il numero esiguo di medici anestesisti a disposizione del servizio sanitario nazionale. Ed anche se il numero chiuso per l’accesso a Medicina fosse tolto, avremo un maggior numero di medici ma questo non prima di 9 anni.

Poi ci sono i canti delle sirene che fanno fuggire i medici dalla sanità pubblica italiana. Il primo richiamo è rappresentato dalla sanità privata che garantisce stipendi più alti del pubblico. E poi l’appetibilità di un lavoro all’estero, dove gli stipendi sono il doppio rispetto all’Italia.

Esistono poi anche in Italia alcune Regioni che risultano più appetibili. Un medico di base in Trentino non solo riceve uno stipendio del 50% più alto. Per “avere medici di base” la Regione autonoma garantisce un contributo sull’affitto di casa per chi sceglie di andare lì a svolgere la professione, garantisce studi medici pagati dal pubblico ed un infermiere a disposizione del medico stipendiato dalla Asl di competenza. Infine la reperibilità che garantisce una voce aggiuntiva nello stipendio e permette alla sanità regionale di agire sul versante della